Non li abbiamo ascoltati. Peggio per noi.

Trenta interviste a famose-i intellettuali, cineasti, scrittori, poeti, scienziati sulla necessità di reagire e sul come farlo dinnanzi alla devastazione politica e culturale del nostro tempo.


Non li abbiamo ascoltati. Peggio per noi.

Trenta interviste a famose-i intellettuali, cineasti, scrittori, poeti, scienziati sulla necessità di reagire e sul come farlo dinnanzi alla devastazione politica e culturale del nostro tempo. “Non li abbiamo ascoltati. Peggio per noi. Moniti di intellettuali a cavallo dei due secoli” è il libro di Eugenio Manca che verrà presentato il prossimo 18 novembre a Roma, esempio tangibile e assolutamente imperdibile di quello che Gramsci definiva “giornalismo integrale”.

di Lelio La Porta

Era molto tempo, veramente troppo (ci eravamo rivisti dopo tanto nel corso della manifestazione a Porta San Paolo per il 70° della Liberazione), che non mi fermavo a fare due chiacchiere con il mio amico e compagno Carlo Ricchini. Forse non è noto a tutte/i chi sia e quale ruolo Carlo abbia avuto in quello che fu il Pci e, soprattutto, nel giornale di quel Partito, cioè l’Unità. E allora, in specie per quante/i hanno qualche anno meno di chi scrive, alcune fondamentali notizie biografiche. Dopo essere stato corrispondente per l’Unità a La Spezia (città dove è nato nel 1930), dall’inizio degli anni Sessanta, Ricchini si trasferisce a Roma dove diviene capocronista ed in seguito redattore capo centrale della testata, presso cui rimane fino agli inizi degli anni Novanta.

Dirette da Ricchini nascono, nel 1985, le prime iniziative editoriali de l’Unità, delle quali fu responsabile e curatore. Fra i volumi da lui curati – anche in collaborazione con altri autori, fra i quali Eugenio Manca – allegati come supplemento de l’Unità, vanno citati: Berlinguer (1985), Antonio Gramsci. Le sue idee nel nostro tempo (1987), I fatti. Immagini dei nostri giorni (1987), Parole, paroline, parolacce. Vocabolario del pentapartito (1987), Se vince Gorbaciov. Storia immagini documenti riflessioni nel 70° della rivoluzione d'ottobre (1987), L'ultima ricerca di Paolo Spriano. Dagli archivi dell'Urss i documenti segreti sui tentativi per salvare Antonio Gramsci (1988), FIAT. La modernità dietro i cancelli (1989), Primavera indimenticata. Alexander Dubcek ieri e oggi (1988), Storia dell'oggi. Paesi, protagonisti, questioni (1991-92). Ricchini fu anche direttore dei 18 fascicoli “Vivere meglio. Diritti, idee, proposte”, editi fra il 1990 e il 1991.

Lasciandomi dopo una lunga chiacchierata, Carlo mi ha donato un libro: Eugenio Manca, Non li abbiamo ascoltati. Peggio per noi. Moniti di intellettuali a cavallo dei due secoli, a cura di Carlo Ricchini e Sergio Sergi, disegni di Bruno Maggi (Ediesse, Roma 2015, pp. 259). Si tratta di trenta interviste che Eugenio Manca, giornalista de l’Unità e, a lungo, come in precedenza accennato, collaboratore del quotidiano comunista con Carlo, soprattutto per gli allegati su Gramsci e Berlinguer, fece ad alcune personalità della cultura italiana fra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI. Coadiuvato da Sergio Sergi, anch’egli giornalista e a lungo corrispondente de l’Unità da Mosca e Bruxelles, e avvalendosi dei disegni di Bruno Maggi, Ricchini ha raccolto i materiali che Manca (scomparso nello scorso mese di marzo) aveva pubblicato su l’Unità e sul mensile LiberEtà.

Partiamo dal titolo. Gli intellettuali intervistati da Manca avevano preannunciato le macerie politiche, economiche, sociali e culturali del mondo nel quale viviamo avvertendo, per tempo, circa la necessità di predisporre adeguate misure difensive e altrettanto adeguate proposte alternative. Ma non li abbiamo ascoltati; e, allora, peggio per noi. Da questo punto di vista è emblematico ciò che dichiara Vincenzo Cerami [1]: “Un Paese libero (…) perché lo abbiamo voluto libero, ma nel quale la libertà proprio di questi tempi ci viene sottratta pezzo a pezzo. E’ un Paese senza memoria, che pendola dalla demagogia al sentimentalismo più vieto; un Paese violento, dove la violenza non è solo quella di chi uccide ma anche quella di chi si nasconde dietro la menzogna, l’opportunismo dei comportamenti, l’ipocrisia dei rapporti sociali e familiari” (p. 245). L’intervista è dell’aprile 2005, in epoca berlusconiana. Si possono, mi chiedo, rinvenire in essa caratteri anche del tempo che stiamo vivendo?

Scorrono davanti agli occhi della lettrice e del lettore interviste a Cesare Zavattini (il padre del neorealismo italiano), Eugenio Garin (storico della filosofia e della cultura dell’Umanesimo e del Rinascimento), Carlo Tullio-Altan (professore di antropologia culturale), Attilio Bertolucci (poeta), Franco Fortini (poeta e critico letterario), Margherita Hack (astrofisica), Mario Monicelli (regista cinematografico), Walter Binni (critico letterario e deputato alla Costituente), Joyce Lussu (compagna di Emilio Lussu e impegnata nelle battaglie contro l’imperialismo e la guerra), Arrigo Boldrini (presidente nazionale dell’ANPI), Lidia Storoni Mazzolani (studiosa del mondo classico), Tonino Guerra (poeta e sceneggiatore), Roberto Roversi (poeta e narratore), Nuto Revelli (scrittore), Saverio Tutino (giornalista e scrittore), Fosco Maraini (etnologo, orientalista, alpinista, fotografo e poeta), Igor Man (giornalista), Pinin Brambilla Barcilon (restauratrice e salvatrice dell’Ultima Cena di Leonardo), Ettore Scola (regista e sceneggiatore), Fausto Tarsitano (avvocato, legale del Pci e de l’Unità), Mario Luzi (poeta), Giuseppe Pontiggia (scrittore), Alda Merini (poetessa), Andrea Camilleri (scrittore), Fernanda Pivano (scrittrice e saggista), Liana Millu (scrittrice, sopravvissuta ad Auschwitz), Antonio Tabucchi (scrittore), Dino Risi (regista), Vincenzo Cerami (scrittore e poeta), Dacia Maraini (scrittrice).

Una galleria di artisti, personalità del cinema, poeti e poetesse, scrittori e scrittrici; si nota l’assenza di politici, almeno nell’accezione di politici di professione. Proprio Ricchini, introducendo il volume, fa presente che quasi orgogliosamente tutte le intervistate e gli intervistati si tengono lontano dalla politica come a voler sottolineare che tra “politica e cultura si è (…) scavato un solco profondo e questa è una delle cause per cui si fa fatica a venir fuori da situazioni complesse, drammatiche” (p. 13). E Dacia Maraini, nell’intervista che chiude il volume, ricorda (siamo nel 2005) che, se fosse stata nominata Ministro, il primo intervento lo avrebbe operato sulla scuola; ergo, sulla cultura. Certo, né lei né il suo intervistatore avrebbero mai immaginato che sulla scuola avrebbe messo le mani un governo, che non si definisce in quanto non può essere definito, per creare ulteriori problemi nascosti dietro palliativi come l’elemosina di 500 euro annui per l’aggiornamento dei docenti.

E’ stata veramente fruttuosa quella stagione in cui l’Unità aveva nelle sue file intellettuali come Manca (e come Ricchini e Sergi). E anche, allontanandosi da quell’esperienza, è rimasta in questi la vivacità intellettuale, quella profonda curiositas, quella necessità di capire che ha condotto Manca a proseguire le sue interviste con la rivista LiberEtà. Direi che da questo libro si può ricavare il senso più autentico di ciò che Gramsci definiva giornalismo integrale, “cioè quello che non solo intende soddisfare tutti i bisogni (…) del suo pubblico, ma intende di creare e sviluppare questi bisogni e quindi di suscitare, in un certo senso, il suo pubblico e di estenderne progressivamente l’area”[2].

È indubbio che queste trenta interviste non saranno lette soltanto nell’ottica del ricordo del loro realizzatore ma anche nello spirito del lavoro intellettuale svolto da Manca, nella prospettiva di ampliare un pubblico che sia attento a come gli avvertimenti di questi “vecchi” intellettuali intervistati non solo non siano stati ascoltati ma, soprattutto, non siano stati colti nel loro significato più vero di analisi di una situazione che, deteriorandosi, avrebbe corso il rischio di incancrenirsi; come è avvenuto.

Inoltre, vorrei sottolineare lo stile di Manca: sobrio nel porre le domande, preciso nel riportare le risposte, assolutamente lontano dal volerle piegare ad un interesse di testata o suo personale; insomma, la lezione di un giornalista che non soltanto comprende chi ha davanti a sé ma riesce a riportarne le parole in modo oggettivo. Spesso il tono dell’intervista si trasforma in una sorta di prosa a due che restituisce l’atmosfera del saggio procurando la netta impressione che ci si trovi davanti alla scrittura a quattro mani di spaccati vivi di storia culturale del nostro Paese. E allora nasce il desiderio di approfondire, di verificare sul corpo delle vicende italiane la lettura di quei racconti e di quelle analisi. Emergerà quanto la lezione gramsciana abbia lasciato una traccia profonda nel metodo e nell’approccio; quella stessa lezione che ci sembra suggerire, come molte se non tutte le interviste, che le questioni del futuro, dell’Italia e del mondo, vanno affrontate attirando “l’attenzione nel presente così come è, se si vuole trasformarlo. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà” [3].

Il libro sarà presentato a Roma, nella Libreria Feltrinelli di Galleria Alberto Sordi (ex Galleria Colonna), il 18 novembre alle 18.00 da Emanuele Macaluso, che fu direttore de l’Unità, e da Francesco Piccolo, scrittore, premio Strega 2014 con “Il desiderio di essere come TUTTI” (Einaudi).

NOTE

1. Vincenzo Cerami (1940-2013) è stato sceneggiatore, scrittore e poeta e, alle scuole medie, ebbe come insegnante Pasolini. E’ stato sceneggiatore del film di Benigni La vita è bella.

2. A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975, p. 2259.

3. Ivi, Q 9, & 60, p. 1131.

14/11/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Lelio La Porta

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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