Un bilancio storico a 25 anni dall’annessione della DDR

Un quarto di secolo fa la controrivoluzione travolgeva il forse più significativo tentativo storico di costruire una società post-capitalista.


Un bilancio storico a 25 anni dall’annessione della DDR

Un quarto di secolo fa la controrivoluzione travolgeva il forse più significativo tentativo storico di costruire una società post-capitalista. Nel seguente articolo indagheremo le ragione endogene ed esogene della sconfitta di questo tentativo di transizione al socialismo quali: lo stato di assedio, l’egemonia del consumismo, la burocratizzazione della classe dirigente, il mancato sviluppo della democrazia consiliare.

di Renato Caputo

Come di consueto, il salto qualitativo che ha fatto apparire improvviso il rovesciamento della Repubblica Democratica Tedesca è, invece, il prodotto di un quantitativo e sommerso lavoro dall’interno della controrivoluzione che ha eroso progressivamente il consenso popolare a questo tentativo di transizione al socialismo. Anche in questo caso, però, il successo della reazione borghese è stato reso possibile da un’involuzione interna. Per quanto il rovesciamento della classe dirigente comunista sia stato il prodotto di una congiuntura internazionale e dell’affermazione delle forze controrivoluzionarie in Ungheria, Polonia e nella stessa Unione Sovietica, non si deve dimenticare che ognuno è sempre artefice, in ultima istanza, del proprio tragico destino.

L’esperienza della DDR è particolarmente emblematica in quanto si tratta dell’unico Paese in cui vi erano, almeno in parte, condizioni oggettive favorevoli al superamento dialettico della società capitalista. A differenza di Paesi in massima parte precapitalisti - come gran parte delle Repubbliche socialiste sovietiche, per non parlare di Albania, Romania, Bulgaria, Cina, Vietnam, Cuba fino ai casi estremi dell’Angola o del Mozambico - la Repubblica Democratica Tedesca era l’unico Paese a capitalismo relativamente avanzato. La necessità storica di sostenere e difendere rivoluzioni contro Il capitale, per dirla con Gramsci, ha portato troppo spesso a dimenticare che tali significative esperienze storiche si sono sviluppate, fino a dove hanno potuto, su terreni in cui secondo la stessa teoria marxiana era estremamente difficile, per non dire impossibile, edificare una società socialista. Al punto che in più di un caso tali rotture rivoluzionarie hanno finito paradossalmente per favorire la transizione da una società feudale a una società capitalista, come dimostra in modo emblematico l’attuale corso della Repubblica Popolare Cinese, sebbene quest’ultima sia, appunto, la precondizione necessaria alla realizzazione di una società socialista.

Certo, in primo luogo, bisogna sempre ricordare che la transizione da un modo di produzione a un modo di produzione superiore richiede tempi storici ampi. Circa cinquecento anni ci sono voluti dalla crisi della società tardo antica alla piena affermazione del feudalesimo. Un periodo analogo è intercorso fra l’autunno del medioevo e l’affermazione, con la rivoluzione industriale, del modo di produzione capitalista. Mentre la transizione al socialismo in DDR aveva alle spalle appena 75 anni di sperimentazioni.

Allo stesso modo, troppo spesso si è dimenticato che i bolscevichi si erano assunti l’onere storico della Rivoluzione socialista nell’impero zarista solo quale strumento necessario per favorire lo sviluppo del processo rivoluzionario in Paesi più maturi, come appunto la Germania. Come è noto, il progetto della rottura dell’anello più debole della catena imperialista per favorire la sua completa dissoluzione è riuscito a realizzare solo la prima parte del proprio ambizioso programma. In seguito la dirigenza sovietica – sopravvissuta a un terribile scontro interno, che ha portato il Paese sull’orlo della guerra civile – dinanzi a uno scenario estremamente sfavorevole, considerata la sconfitta della rivoluzione in occidente, è stata costretta a fare i conti con la contraddittoria impresa della costruzione del socialismo in un solo Paese, per altro in massima parte spaventosamente arretrato. Tale soggettivistico assalto al cielo ha avuto l’enorme merito storico di sconfiggere il tentativo di rilancio di un modo di produzione servile e schiavistico da parte della belva nazi-fascista, ma ha anche offerto un’immagine sempre più distorta di quella che doveva essere la società socialista.

In DDR, al contrario, le condizioni oggettive erano decisamente più favorevoli, si trattava di un Paese a capitalismo relativamente avanzato e non costretto all’impresa di Sisifo della costruzione del socialismo in un solo Paese. D’altra parte in Germania il socialismo era stato esportato con la violenza, per quanto si trattasse di una violenza seconda rispetto a quella nazista, dall’Armata Rossa sovietica. Il Paese era distrutto dalla guerra e dal dopo guerra in cui era stato costretto a cedere all’Urss e alla Polonia, in compensazione delle devastazioni compiute dal precedente regime, vasti territori e parte significativa del proprio residuo apparato industriale.

Il Paese, inoltre, proprio perché il più economicamente sviluppato, si è dovuto sobbarcare più di tutti i costi del sostegno agli esperimenti socialisti nei Paesi meno avanzati, ai movimenti rivoluzionari e anti colonialisti in tutto il mondo. Mentre la storicamente più ricca e sviluppata Germania occidentale, da cui era stata violentemente separata, si vedeva non solo cancellare il debito, ma rapidamente ricostruire dall’investimento dei capitali sovraprodotti negli Stati Uniti, che consideravano il Paese l’avamposto della guerra fredda al socialismo.

La costante sfida ideologica con la società dei consumi della Germania occidentale e lo stato d’assedio imposto dalla guerra fredda non hanno certo favorito la costruzione di una dittatura democratica del proletariato fondata sui consigli dei lavoratori nel Paese. Tanto più che la DDR deve subire, come tutto il blocco orientale, l’ulteriore irrigidimento della dirigenza sovietica sempre più logorata da uno stato d’eccezione con cui diveniva progressivamente impossibile convivere.

La troppo netta, ma ormai improcrastinabile, cesura operata dalla direzione kruscioviana, ha finito con il tempo con il fare breccia anche nella Repubblica Democratica Tedesca. La conseguente e troppo repentina liberalizzazione ha finito per risvegliare i mai sopiti spiriti animali dell’individualismo moderno. Così, da una parte, gli intellettuali hanno spesso portato alle estreme conseguenze dell’arbitrio individualista la libertà a lungo agognata e finalmente riconquistata. Dall’altra parte troppi lavoratori hanno inteso la riconquistata libertà personale come possibilità di vivere alle spalle della collettività, facendo precipitare la produttività e i ritmi di lavoro.

Inoltre, il mancato sviluppo della democrazia consiliare e l’attitudine da dispotismo illuminato portata avanti dalla classe dirigente, hanno finito per creare uno scollamento sempre più ampio fra l’ideologia comunista, troppo spesso sclerotizzata dei vertici, e una massa sempre più solo esteriormente politicizzata. In tal modo la parte non degenerata della classe dirigente non ha potuto fare nulla quando è stata abbandonata dagli alleati del blocco orientale, che in buona parte avevano già intrapreso la strada della transizione al capitalismo.

Tanto più che le masse popolari, sempre più disilluse, hanno finito per essere facile preda della propaganda occidentale che ha avuto gioco facile puntando sulle contraddizioni reali presenti dall’altra parte della cortina di ferro. L’industria leggera troppo sacrificata all’industria pesante, i consumi e le libertà individuali troppo compresse dalle esigenze comunitarie, troppo spesso burocratizzate, il peso di uno stato d’assedio sempre più logorante e la necessità non più procrastinabile di riunificare un popolo violentemente separato, hanno portato le masse popolari e non difendere la transizione socialista. Anzi, in un primo momento non hanno esitato a provare a saltare sul carro del vincitore, seguendo l’ingannevole sogno di poter rapidamente conquistare lo status sociale della borghesia.

Tale indotta illusione è durata poco. Nella maggior parte dei casi gli abitanti della Germania orientale sono stati costretti o a emigrare all’ovest, come forza lavoro costretta ad alienarsi a un prezzo reso decrescente dalla concorrenza, o a sopravvivere in un est rapidamente deindustrializzato e reso dipendente dall’elemosina del sedicente Stato sociale. Ben presto è risorta la nostalgia per i servizi sociali, le sicurezze, i ritmi umani di lavoro della società socialista. D’altra parte l’impossibile ritorno al passato si scontra con la repulsione per lo stato d’assedio, per il dispotismo illuminato dalla classe dirigente socialista e per il bombardamento ideologico del pensiero unico dominante, volto a criminalizzare in ogni modo il passato socialista.

Tutto ciò ha consentito alla Germania orientale di non rinnegare completamente il proprio passato, come avvenuto in Paesi come la Polonia e l’Ungheria. In tal modo, a differenza di questi ultimi casi, la reazione non ha potuto celebrare i propri fasti e la sua vendetta sulle spoglie del proprio nemico socialista. Al contrario, nella ex DDR la parte meno burocratizzata della precedente classe dirigente è riuscita a mantenere un significativo consenso di un buon quarto dell’elettorato. D’altra parte si tratta in troppi casi di un consenso passivo, disilluso, teso a evitare il peggio, a limitare i danni più che a rilanciare, su nuove basi, e facendo tesoro degli errori del passato, un nuovo assalto al cielo.

Così, una parte non trascurabile di tale classe dirigente ha continuato a gestire l’esistente, cercando di anestetizzare il ritorno al passato capitalista. Tale gestione, in diversi casi, finisce così per non superare, facendone tesoro, gli errori del passato, ma per perpetuarne gli errori in una situazione oggettivamente più difficile, avendo perso il potere, pur conservando in alcuni casi, in coalizione con i social-liberisti della Spd, il governo. Infine, troppo spesso, il tentativo di rompere con questo passato troppo condizionato dalla grigia gestione dell’esistente, ha finto per rovesciarsi nell’assunzione acritica dell’ideologia post-moderna del nemico di classe, immaginando – un po’ come larghi settori della nuova sinistra occidentale – che fosse sufficiente radicalizzarla per consentire alla sinistra di essere al passo con i tempi.

10/10/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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