L’impasse dell’indipendentismo: il caso catalano

Oltre i limiti del nazionalismo, il progetto costituzionale di una Spagna nuova.


L’impasse dell’indipendentismo: il caso catalano Credits: documentalismomemorialistayrepublicano.wordpress.com

“Bussando alle porte del Paradiso”, cantava Bob Dylan. E così hanno fatto gli indipendentisti catalani il 1° ottobre scorso con il referendum sull’indipendenza, ma le porte non si sono aperte sul Paradiso della libertà, ma solo per far passare il pugno duro della repressione del governo Rajoy, con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione Spagnola e il conseguente commissariamento del governo regionale catalano (Generalitat), l’arresto di otto ex suoi ministri (tra i quali spicca il vicepresidente Oriol Junqueras, leader del partito di Centrosinistra Erc) e il mandato d’arresto per l’ex presidente catalano Carles Pugdemont, del partito di Centrodestra Pdecat, fuggito in Belgio. A questi arresti vanno aggiunti quelli Jordi Sanchez e Jordi Cuixart delle due associazioni indipendentiste, Anc e Omnium e la repressione da parte della Guardia Civil nella giornata del referendum per impedirne l’effettuazione.

Nel frattempo, l’Unione Europea si è completamente schierata a fianco del governo di destra di Madrid, mentre a favore degli indipendentisti si sono più o meno apertamente poste le forze della Sinistra radicale internazionale. Tuttavia, anche all’interno della Sinistra di classe si è aperto un dibattito sulle vicende catalane e in generale sugli aspetti controversi dell’indipendentismo, mentre anche in Spagna e in particolare in Catalogna il tema divide anche il campo delle classe popolari come ben evidenzia il recente e bel reportage da Barcellona pubblicato da questo giornale. L’intento di questo articolo è appunto quello di mantenere vivo il dibattito sul tema, non schiacciandosi su un acritico sostegno delle posizioni pro-indipendenza, ma ovviamente mantenendo un fermo no alla repressione spagnolista di Rajoy.

Innanzitutto un po’ di tradizione…

Lenin e Rosa Luxemburg. Due giganti del socialismo rivoluzionario avevano opinioni del tutto contrapposte sul fenomeno dell’indipendentismo nazionale. Il primo era a favore dell’autoderminazione dei popoli a tal punto da mettere in gioco la stessa esistenza della Rivoluzione d’Ottobre, pur di mantenere in piedi la possibilità di libera secessione delle nazionalità oppresse dall’ormai defunto impero russo. La Luxemburg, al contrario, giudicava reazionario il nazionalismo polacco allora sostenuto dal PPS, Partito Socialista Polacco, nonostante fosse anch’essa polacca e per questo diede vita all’internazionalista SDKP, Socialdemocrazia del Regno di Polonia. Il marxismo era, per Rosa, internazionalista per vocazione e ogni cedimento alle piccole patrie che negasse la realtà di un mercato ormai esteso a livello mondiale ne era un tradimento.

Dal punto di vista strategico, sono convinto che la ragione fosse dalla parte di Lenin: come si può proclamare il primo Stato socialista del mondo e costringervi dentro quelle che fino a ieri sono state delle nazionalità oppresse? Per conquistare la fiducia dei lavoratori delle nazionalità oppresse è necessario garantir loro la possibilità di andarsene. Quella scommessa, vinta, consentì poi all’Urss di presentarsi come alleata dei giovani popoli colonizzati in lotta per la loro indipendenza nazionale contro gli imperialismi.

Tuttavia, si dibatteva allora tra Rosa e Lenin di nazionalità oppresse da secoli di zarismo. Diverso mi pare ora il caso di nazionalità incluse in stati dell’Occidente sviluppato.

Gratta, gratta e salta fuori il piccolo borghese…

Nel 2006, il governo del Psoe guidato da Zapatero riconobbe alla Generalitat catalana maggiori poteri in ambito amministrativo e fiscale, ma quattro anni dopo il Tribunale Costituzionale Spagnolo consultato su iniziativa della Destra guidata da Rajoy ne dichiarò l’incostituzionalità. Questo è l’evento che ha dato il via all’indipendentismo con il tentato referendum del 2014 e tutto ciò che lo ha seguito. Salta agli occhi, pertanto, che una delle radici principali della questione catalana è quella relativa al trattenimento della raccolta fiscale (esattamente come per le regioni leghiste "par excellence" Lombardia e Veneto). L'altra radice evidentemente è quella del taglio dello Stato Sociale in Catalogna che però è stato praticato anche dalla borghesia locale e dalle forze politiche che la rappresentano. Queste ultime (Erc, Convergencia e Uniò ora Pdecat) sono state spregiudicatamente in grado di scaricare le loro responsabilità, nascondendosi dietro la questione fiscale e nazionale. Questa “radice”, a mio giudizio, spiega l'egemonia della piccola borghesia  e delle sue forze politiche sul movimento, nonostante la marcata presenza di forze ideologicamente anticapitaliste come la Cup che, tuttavia, nell’ultimo periodo ha dovuto affievolire le sue richieste sociali per privilegiare l’aspetto nazionale e ottenere, infine, nulla più che una formale dichiarazione di indipendenza.

I meriti e i limiti dell’indipendentismo

È necessario, però, riconoscere che la questione indipendentista catalana ha scosso lo Stato spagnolo e i comunisti debbono partire da questo dato di fatto. Non è pensabile, cioè, un ritorno alla situazione precedente al referendum del 1° di ottobre senza scadere nella più pura e “nera” reazione di stampo franchista. Da questo punto di vista, dal punto di vista delle classi popolari, dei dominati, l’indipendenza catalana è stata un potente stimolo alla trasformazione dello stato delle cose esistenti. Ma, fermo restando il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano da esprimere in un referendum non condizionato dalla repressione, uno stimolo oggettivamente senza sbocchi positivi.

Dati i rapporti di forza militari (perché gli Stati si creano e si abbattono generalmente in questo modo) la “palla” non è più nella disponibilità delle forze politiche catalane. Tra queste ultime, l'ala sinistra dell'indipendentismo, se intende ottenere qualche risultato, deve necessariamente passare dalla formale (e attualmente inutile) dichiarazione di indipendenza a una proposta politica che riunifichi il fronte proletario diviso: i lavoratori spagnoli e la sinistra di classe spagnola non possono essere attratti dalla proposta indipendentista e i primi sono facilmente manipolabili dalla Destra di Rajoy se si rimane su di un semplice piano identitario.

Un fronte della Sinistra e delle classi popolari potrebbe agglutinarsi intorno a una proposta di nuova costituzione per la Spagna di tipo federale che riconosca pieni diritti a tutte le nazionalità e superi definitivamente l'eredità centralista del franchismo e, infine, dia ampia garanzia di diritti sociali per tutti. Una proposta del genere è già stata avanzata dai comunisti catalani, spagnoli e da Podemos, mentre altri settori della Sinistra catalana, come quelli rappresentati dalla sindaca di Barcellona Ada Colau, potrebbero convergervi.

Di certo, il progetto di una Spagna nuova ha bisogno di un fronte anticapitalista unito: oltre l’indipendenza nazionale per l’indipendenza di classe.

02/12/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Stefano Paterna

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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