La logica securitaria

Le origini storiche, economiche e filosofiche della logica securitaria, ormai imperante anche nel nostro paese.


La logica securitaria Credits: http://www.cronicaviva.com.pe/chile-juez-condena-a-31-agentes-de-la-dictadura-de-pinochet/

Marx ed Engels sin dalla Sacra famiglia, la prima opera scritta a quattro mani, mettono in evidenza come il fondamento nascosto delle dichiarazioni dei diritti umani, grande portato della Rivoluzione francese, sia proprio la sicurezza, intesa essenzialmente come sicurezza nel libero godimento della proprietà privata. Quindi la triade che domina questo manifesto della borghesia – al culmine della sua fase rivoluzionaria – non è, come solitamente si sente ripetere: libertà, eguaglianza e fraternità, ma, piuttosto: libertà, proprietà ed eguaglianza. Dove la proprietà è il termine medio che illumina gli altri due, facendo sì che la libertà sia intesa come libero usufrutto della propria proprietà al fine di ampliarla, di modo che a essere effettivamente liberi sono solo i proprietari, mentre agli altri non resta altro che la libertà di far sfruttare dai primi l’unica merce di cui sono ancora in possesso, ovvero la forza lavoro. Tanto che la stessa eguaglianza è funzionale essenzialmente a tale libera compra-vendita della forza lavoro, al fine di sfruttarne il valore d’uso per produrre quel plusvalore – rispetto al valore di scambio della forza-lavoro corrisposto al salariato – da cui deriva il profitto dell’imprenditore, vero scopo finale dell’intero processo produttivo nella società capitalistica.

L’attuale dominio delle politiche neoliberiste nasconde la vera natura del pensiero unico, in quanto in tali politiche economiche non vi è nulla di realmente nuovo, né rispetto alle politiche keynesiane che si erano affermate nel secondo dopoguerra, né, tantomeno, rispetto alle politiche economiche socialiste fondate sulla pianificazione. Al contrario si tratta di una concezione reazionaria che pretende tornare alle concezioni classiche del pensiero liberale, affermatesi nel Seicento a partire da John Locke, eliminando come delle contaminazioni impure tutti i successivi sviluppi storici, dettati dalla dinamica dei conflitti sociali, che hanno portato a uno sviluppo prima in senso liberal-democratico, poi in senso liberal-socialista, o socialdemocratico dell’originario liberalismo. Proprio per questo, dietro l’ideologia nuovista del neoliberismo, si cela una vera e propria restaurazione liberista, che si sta progressivamente affermando a livello globale negli ultimi quaranta anni.

Tale pensiero unico, oggi dominante a livello globale – in questo senso va inteso il termine altrimenti ambiguo di globalizzazione – si è potuto affermare solo attraverso la sconfitta dell’unica concezione realisticamente alternativa in senso progressista, ovvero la prospettiva della transizione al socialismo. Ciò è stato possibile perché l’alternativa socialista, per quanto avesse conosciuto un eccezionale sviluppo a livello internazionale, che raggiunge il suo culmine negli anni sessanta, non è stata mai in grado di conquistare il potere a livello internazionale. Tutti i grandi processi rivoluzionari hanno avuto successo in paesi che oggi definiremo in via di sviluppo, ciò in paesi in cui sostanzialmente non si era ancora affermato nemmeno il modo capitalistico di produzione.

Così i paesi in transizione al socialismo sono stati costretti sempre a sopravvivere in un costante stato di assedio imposto loro dalle potenze imperialiste che hanno mantenuto il controllo del potere a livello internazionale. Come sappiamo avere il potere significa avere il controllo della violenza legalizzata e dell’egemonia ideologica. Nel primo caso, nonostante i tentativi fatti per rompere il monopolio sulla violenza legalizzata da parte degli Stati imperialisti, questi ultimi hanno sempre mantenuto una posizione di dominio, divenuta schiacciante negli ultimi anni in cui, gli enormi arsenali di armi di distruzione di massa dei paesi imperialisti, in costante crescita, non sono più messi in discussione, mentre ogni forma di difesa da parte di paesi che si richiamano al socialismo, all’anti-imperialismo e degli stessi movimenti di lotta sociali sono criminalizzati; non solo dall’ideologia dominante, ma da buona parte della sinistra da essa egemonizzata. Siamo arrivati, pochi anni fa, a una campagna lanciata dal principale partito italiano che si richiamava al comunismo, volta a criminalizzare ogni forma di resistenza attiva, sia nei conflitti sociali all’interno dei paesi sotto il dominio della borghesia, sia da parte dei popoli in lotta contro l’oppressione imperialista. Ciononostante si tendevano a giustificare persino le bombe atomiche lanciate a guerra ormai finita su due città giapponesi, lontane dal fronte di guerra ed esclusivamente abitate da civili, e si esaltava il premio nobel per la pace dato al presidente del paese più armato della storia mondiale e più aggressivo a livello internazionale.

Questo dimostra come la sconfitta internazionale dell’alternativa socialista sia passata attraverso la sconfitta nella battaglia delle idee, nella lotta di classe sul piano delle sovrastrutture, nella quale le forze filo-capitaliste hanno sempre più avuto la meglio. Al punto che i paesi del blocco sovietico hanno finito per arrendersi senza colpo ferire dinanzi all’affermazione al proprio interno delle forze della restaurazione liberista, per altro da sempre acclamate da buona parte della sinistra occidentale.

Quest’ultima – sebbene cerchi di addossare le ragioni del proprio fallimento sulle spalle dei paesi in via di sviluppo, in cui si è cercato di realizzare il socialismo – è la principale responsabile dell’attuale disfatta dell’alternativa socialista. In primo luogo in quanto non è stata in grado di praticare il proprio obiettivo storico, ossia realizzare quella decisiva Rivoluzione in occidente, per favorire la quale era iniziata la rivoluzione in oriente. Inoltre la sinistra occidentale non è stata in grado di opporsi in modo coerente e conseguente al proprio imperialismo e, in tal modo, non è riuscita ad arginare la diffusione fra le sue fila e, soprattutto nei suoi gruppi dirigenti, di quella aristocrazia operaia che ha segnato la sconfitta della linea rivoluzionaria in occidente.

Così la sinistra occidentale ha finito con il rinunciare progressivamente alla rivoluzione in occidente, in nome della realizzazione di riforme strutturali all’interno della società liberal-democratica, per poi schierarsi, in modo maggioritario, nel corso della guerra fredda con le forze della restaurazione liberista. D’altra parte anche nei paesi arretrati, in cui si era tentata la transizione al socialismo, per il crescente peso delle forze imperialiste – non più impegnate a contrastare le forze rivoluzionarie al proprio interno – con il venir meno dello scopo ultimo del loro titanico sforzo, l’affermazione a livello internazionale del socialismo attraverso la rivoluzione in occidente, anche a causa del crescente isolamento a livello internazionale ha cominciato per fare breccia l’ideologia liberale con le conseguenze che conosciamo.

La disfatta delle forze socialiste, paralizzate dall’illusione ideologica che fosse possibile cambiare il mondo senza prendere il potere, ha consentito la resistibile affermazione a livello globale della restaurazione liberista, che ha sapientemente sfruttato la crisi sistemica del suo stesso modo di produzione per mettere alle corde la sinistra, ormai maggioritariamente riformista, sostenendo che non vi erano più margini di profitto da concertare, in funzione di una pur parziale redistribuzione delle ricchezze. Così, venuta meno la prospettiva stessa di un’alternativa sistemica, alle forze della sinistra, sempre più prigioniere di un’ottica economicista, non è restato che cercare di sopravvivere; sempre più schiacciate dalla necessità di fare accettare riduzioni di salari e conquiste dei lavoratori, per evitare la delocalizzazione delle attività produttive. Quest’ultima ha portato, nei paesi a capitalismo avanzato, a una progressiva riduzione del peso della classe operaia, che ha ulteriormente favorito il trasformismo della maggioranza della (ex)sinistra, da posizioni socialdemocratiche a posizioni liberaldemocratiche.

Così possiamo vedere, in tutta Europa, le forze della (ex)sinistra socialdemocratica contendere alle forze della destra il ruolo di esecutore politico della restaurazione liberista, a partire dal suo obiettivo fondamentale, ossia il ritorno allo Stato minimo, ridotto alla funzione di guardiano notturno della proprietà privata, vagheggiato dai padri del liberalismo fra il XVII e il XVIII secolo. Per realizzare quest’ultimo occorre debellare, in primis, ogni residua influenza del socialismo sugli assetti politici ed economici della società borghese, portato di una lotta di classe condotta non solo dall’alto, ma in modo significativo anche dal basso. Ecco che le spese sociali dello Stato sono state drasticamente ridotte, le proprietà pubbliche sono svendute ai privati, i servizi pubblici, scuole, università, sanità, trasporti etc. sono privatizzati o gestiti in un’ottica privatistica, la tassazione da diretta e progressiva torna a essere indiretta, ogni ostacolo al diritto acquistato dall’imprenditore di sfruttare la forza-lavoro è progressivamente tolto di mezzo. Le stesse costituzioni dei paesi del sud Europa, come l’italiana o la portoghese, nella cui stesura hanno avuto un peso significativo le forze comuniste, debbono essere controriformate e adeguate al pensiero dominante liberista.

Tolte di mezzo le influenze socialiste, considerate elementi estranei e, quindi, d’ostacolo alla riaffermazione del puro liberismo, vediamo come le stesse conquiste democratiche, la stessa democrazia formale della tradizione liberal-democratica sia sempre più messa in discussione, o meglio in pericolo dal pensiero unico dominante. Del resto il primo grande esperimento storico di restaurazione liberista ha avuto luogo nel Cile di Pinochet. Dopo l’eliminazione radicale dell’alternativa comunista, in Cile si è tolta di mezzo la stessa democrazia (formale), in quanto di ostacolo alla piena realizzazione della politica economica liberista. Quest’ultima, infatti, non solo alle sue origini, nei suoi padri fondatori, si contrappone alla democrazia, ma tale posizione anti-democratica è, non a caso, ripresa dai grandi teorici contemporanei delle politiche neoliberiste a partire da von Hayek, maître à penser dei Chicago Boys. Quest’ultimo non esita ad attaccare lo stesso suffragio universale, in quanto strumento potenzialmente totalitario, dal momento che favorisce il dominio dei molti non proprietari (da cui deriva etimologicamente il termine democrazia), limitando la libertà dei pochi (oligarchi).

Con l’eutanasia dell’alternativa (comunista) in Italia è sempre più imperante la logica securitaria, divenuta terreno di lotta fra la maggioranza, di cui è parte organica non solo Campo progressista ma anche Articolo 1, e la minoranza di destra e centrista (M5s). Tale attacco bipartisan alla democrazia – in nome della sicurezza di un assetto della proprietà, prodotta dal lavoro sociale sempre più internazionalizzato, ma appropriata in modo sempre più monopolistico da una minoranza di privati – muove dalla repressione dei più deboli. Quest’ultima, realizzata attraverso la criminalizzazione della povertà, mira a impedire quell’unità dei subalterni indispensabile per contrastare la restaurazione liberista. Proprio perciò, i fautori di quest’ultima fanno di tutto per alimentare la guerra fra poveri, sfruttando in primo luogo le differenze etnico-religiose, per ridurre in uno stato di sostanziale schiavitù moderna i lavoratori extracomunitari e trasformare di conseguenza il proletariato autoctono, da potenziale soggetto rivoluzionario, nella plebe moderna, “sempre all’opra china, senza ideale in cui sperar”. Non a caso, proprio per evitare tale tragico scenario, Marx, Engels e Lenin si sono sempre battuti per realizzare la grande utopia dell’Internazionale.

13/05/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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