Cina. La borsa o la vita?

L'allarme per le crisi della borsa cinese è giustificato?


Cina. La borsa o la vita?

L'allarme per le crisi della borsa cinese è giustificato? C'è da aspettarsi una ripercussione nell'economia mondiale tale da precipitarci in una nuova depressione? L'allarmismo sembra dettato dalla superficialità degli economisti ortodossi o dalla volontà di costruire un alibi in vista della ricaduta dell'economia mondiale nella crisi. È al contrario la crisi mondiale che sta investendo la Cina. Come uscirne?

di Ascanio Bernardeschi

Questa volta non siamo noi a gufare. Economisti mainstream e media lo hanno fatto di fronte alle ripetute crisi della borsa di Shanghai, verificatesi dopo un eccessivo boom dei mesi precedenti [1]. Però lo hanno fatto invertendo la relazione causa-effetto, attribuendo a questi flop della speculazione la capacità di far precipitare l'intera economia mondiale in una nuova crisi, quando invece è la vecchia crisi, che non è ancora finita e che ancora cova sotto le ceneri, a provocare i guai della borsa.

Marx, nel 1850 scriveva: “La speculazione di regola si presenta nei periodi in cui la sovrapproduzione è in pieno corso. Essa offre alla sovrapproduzione momentanei canali di sbocco [2]… La crisi scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo successivamente passa a quello della produzione. Non la sovrapproduzione, ma la sovraspeculazione, che a sua volta è solo un sintomo della sovrapproduzione, appare perciò agli occhi dell'osservatore superficiale come causa della crisi. Il successivo dissesto della produzione non appare come conseguenza necessaria della sua stessa precedente esuberanza, ma come semplice contraccolpo del crollo della speculazione” [3].

Un economista non marxista, ma attento, lo ha ribadito anche recentemente: “la loro [delle borse] volatilità si inserisce nella crisi strutturale che sta attanagliando il modello di economia affermatosi nei paesi occidentali a partire dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso; cosicché anche la qualificazione di “finanziaria” è riduttiva e rischia di essere fuorviante per descrivere la crisi in atto da quasi un decennio. Naturalmente, nelle economie di mercato capitalistiche, ancor più dopo i processi d’intensa finanziarizzazione che le hanno caratterizzate dalla metà del secolo scorso, una situazione di crisi evidenzia inevitabilmente i suoi aspetti finanziari che, peraltro, tendono a manifestarsi con modalità particolarmente appariscenti. Anche per l’estemporaneità e il folclore modernista che le caratterizza, le oscillazioni di Borsa conquistano uno spazio negli organi d’informazione superiore – ad esempio – a quella delle variazioni nei tassi d’occupazione. In questo contesto politico-culturale, crescono le inversioni paradossali del rapporto di funzionalità che dovrebbe collegare la finanza all’economia reale” [4].

Le ripercussioni del crollo di Shanghai sulle borse occidentali sono dovute più a comportamenti speculativi di queste ultime che a ragionevoli preoccupazioni sul suo impatto. Semplificando, le cose funzionano così: anche se lo speculatore medio pensasse che la borsa cinese, di per sé, abbia poca influenza su di noi, ma tuttavia prevedesse che agli speculatori (anche se la pensassero esattamente come lui) converrà scommettere al ribasso, allora anche lui scommetterà al ribasso e quindi, così agendo tutti, tale ribasso si produrrà, si autodeterminerà. È una cosa troppo stupida? Sì, ma la faccenda sta esattamente in questi termini. Qualunque persona "razionale", nelle decisioni speculative, non considera le proprie opinioni ma i prevedibili comportamenti prevalenti, guidati da modelli così stupidi. Questo avviene quando si gonfiano le bolle e altrettanto quando scoppiano.

Nel caso delle borse cinesi, vanno considerate alcune specificità che rendono ancor meno credibile un'esportazione delle loro crisi nelle maggiori economie capitaliste [5].

1) Il rilievo della finanza non è ancora così preponderante come nelle nostre economie. I movimenti speculativi nelle economia occidentali misuravano nel 2013 circa 230 volte il Pil. In Cina tali movimenti erano nello stesso anno inferiori a 100 volte il Pil. Siamo quindi di fronte a un peso del settore finanziario certamente elevato, ma molto inferiore rispetto alle maggiori economie occidentali. È quindi è presumibile che anche l'impatto dei crolli di borsa nell'economia reale sia molto più contenuto di quelli di Wall Street.

2) Altro elemento da considerare è che mentre gli Usa prima della crisi funzionavano da importatori della pletora di merci prodotte nel mondo, e quindi il blocco di quell'economia ha lasciato priva di sbocchi questa sovrapproduzione, infettando il mondo della propria crisi, la Cina ha fin qui svolto prevalentemente il ruolo di esportatore. Una frenata della sua economia certamente avrebbe conseguenze sui paesi fornitori di materie prime, prodotti energetici e tecnologie necessari all'apparato industriale cinese, ma di contro, in misura maggiore, altri comparti sarebbero meno danneggiati dalla concorrenza cinese. All'osservazione che una crisi di quel paese ridurrebbe la possibilità di avere beni di consumo a basso prezzo e con ciò di mantenere stabili o ridurre i salari dei lavoratori nei paesi avanzati si può replicare che, nella misura in cui le imprese occidentali abbiano bisogno di questi beni, la Cina soddisfarebbe volentieri tale domanda. Più sensata è la preoccupazione secondo cui, col progredire delle condizioni dei lavoratori cinesi, queste merci non sarebbero più reperibili a un così basso costo e verrebbe meno una delle principali controtendenze alla caduta del saggio del profitto. Da segnalare infine le lamentele per il fatto che la Cina importa quello che serve ai propri bisogni e non quello che vorrebbero i capitasti occidentali [6].

3) Inoltre l'economia cinese, rispetto a quelle occidentali, presenta un peso rilevantissimo del settore pubblico e con ciò molti più strumenti di governo pubblico dell'economia.

Tutto bene quindi? Niente affatto. Perché, come detto all'inizio, bisogna vedere i fondamentali dell'economia reale, più che l'andamento della ricchezza di carta. E su questo fronte è innegabile che siamo dinanzi a evidenti problemi. Dopo diversi anni in cui l'economia cresceva a tassi pari o superiori al 10 per cento, adesso – secondo le fonti ufficiali – oggi si viaggia al 7 per cento e non mancano osservatori che giudicano questa cifra assai sovrastimata. Rispetto alle nostre economie in sostanziale stagnazione sono rose e fiori, ma una diminuzione del ritmo di crescita richiede minori investimenti necessari a supportarla, e con essi una contrazione dei settori che riforniscono i mezzi di produzione, col rischio di innescare una spirale recessiva.

La causa di questo rallentamento sta evidentemente proprio nella crisi mondiale che ha ridotto la domanda di manufatti cinesi. Sembra quindi che non sia la Cina a esportare la crisi ma – esattamente all'opposto – che la recessione mondiale si stia propagando anche nelle economie emergenti [7]. Chi insiste a creare panico a ogni sussulto della borsa cinese o è superficiale e dotato di troppo deboli strumenti analitici o interessato a costruire un alibi per attribuire ad altri la colpa della delle crisi che inevitabilmente il capitalismo produce e in cui in questo momento è ancora sprofondato.

Rimangono comunque da spiegare le ragioni per cui la Cina – sia pure in misura ridotta – è esposta a questi venti. Il dodicesimo piano quinquennale 2011-2015 si proponeva di rendere più equa la crescita, passando da un'economia basata sul basso costo del lavoro e sulle esportazioni a una basata sui consumi interni, che avrebbero dovuto compensare il calo della domanda mondiale. Prevedeva pertanto miglioramenti del tenore di vita dei lavoratori, maggiori servizi sociali ecc. Alcuni significativi passi in questa direzione sono innegabilmente avvenuti, ma non in misura tale da scongiurare il rischio di una frenata dello sviluppo. Se il governo cinese è stato costretto ripetutamente a svalutare la moneta per recuperare “competitività” sui mercati esteri, significa che la sostituzione delle esportazioni (diminuite di circa il 7 per cento nel 2015 rispetto all'anno precedente) con i consumi interni pubblici e privati non è stata sufficiente. Proprio in questi giorni, mentre il Segretario generale del Partito Comunista Cinese e Presidente della Repubblica, Xi Jinping, annuncia le linee del nuovo piano quinquennale [8], si hanno notizie di imprese operanti in comparti tradizionali, minerario e dell'industria, che vengono dismesse o fortemente ridimensionate a seguito di fusioni e ristrutturazioni, mandando a casa moltissimi lavoratori. Potrebbe trattarsi di un riorientamento in linea col nuovo piano che preveda nel contempo la crescita dei settori tecnologicamente avanzati ma certamente le difficoltà di una riconversione profonda dell'economia cinese saranno immense e cariche di incognite.

Altro che la borsa. Qui è in gioco la vita delle masse lavoratrici cinesi.

La via maestra per superare questi scogli passa per ulteriori miglioramenti del tenore di vita dei lavoratori e dei servizi sociali. Ciò farà deprimere il saggio del profitto e ridurrà l'attrazione di capitali esteri. Credo che a questo punto in Cina occorra iniziare a invertire la tendenza a espandere il settore privato in rapporto a quello pubblico e dovrebbe essere ancora di più all'ordine del giorno uno rafforzamento dei caratteri socialisti dell'economia.

Ma certamente servono a poco i nostri auspici che si proceda in tal senso. La Cina è costretta ad avere a che fare con il capitalismo perché la trasformazione socialista delle nostre società non è avvenuta. E non si può certo contare che sia la Cina ad assolvere a un compito che tutto nostro.

Note:

[1] Per uno fra i molti esempi del panico suscitato da questi eventi si veda l'articolo di Maximilian Cellino sul Sole 24 Ore del 7 gennaio scorso (http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-01-07/cresce-rischio-tempesta-perfetta-073100.shtml?uuid=AC7XXX5B)

[2] Un esempio sono i mutui subprime in USA, concessi per supplire alla scarsa capacità di acquisto dei ceti popolari, e la miriade di titoli-scatole cinesi derivati da questo credito, che hanno contribuito a fare impazzire la finanza internazionale, facendo venire meno la capacità degli Usa di assorbire la sovrapproduzione mondiale, sovrapproduzione che però esisteva prima dello sconquasso della borsa (n.d.a.).

[3] K. Marx, La speculazione come causa apparente della crisi, in Il capitalismo e la crisi. Scritti scelti a cura di Vladimiro Giacché, Ed. DeriveApprodi, 2009, p. 61.

[4] Felice Pizzuti, L’economia reale dietro la crisi delle Borse, http://sbilanciamoci.info/leconomia-reale-dietro-la-crisi-delle-borse/

[5] Un esame molto più completo e puntuale delle specificità cinesi, del ruolo dell'imperialismo e degli scenari alternativi che si possono verificare in Cina è in Ferrdinando Gueli, Il nuovo crollo delle borse in Cina: un’analisi critica,http://www.lacittafutura.it/economia/il-nuovo-crollo-delle-borse-in-cina-un-analisi-critica.html

[6] Per esempio: “Occorre riflettere sul fatto che la Cina è un grande Paese importatore, ma solo di ciò che le è necessario. Gli acquisti si concentrano non su quello che i Paesi esportatori vorrebbero, ma sui bisogni della Cina. I due parametri spesso non coincidono e, il non averlo compreso, ha alimentato speranze eccessive” (Romano Prodi, Il Sole 24 Ore del 23 febbraio 2012, http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/la-cina-offre-grandi-opportunita-per-le-aziende-italiane-che-impareranno-a-rapportarsi-col-dragone_4589.html).

[7] Una pregevolissima analisi di questa “incontenibile” crisi, del “flebile rapporto” tra gli indici di borsa e produzione di valore, dei fenomeni monetari e speculativi, del ruolo della questione energetica e del fallimento delle politiche monetarie espansive, paragonate a “una dose di metadone in un corpo morente”, è in Francesco Schettino, La crisi irrisolta. Quel che si cela dietro ai drammatici crolli di borsa, https://rivistacontraddizione.wordpress.com/2016/02/11/la-crisi-irrisolta/. Secondo Schettino la Cina non può più essere considerata l'ancora di salvataggio del capitalismo mondiale.

[8] Si tratta di un piano che si propone di completare la riconversione economica del precedente, prevedendo l'incremento del settore dei servizi, una maggiore attenzione all'ambiente e al risparmio energetico, e il superamento delle industrie obsolete, che però, se non adeguatamente governato, comporterà rilevanti problemi occupazionali. Prevede inoltre un incremento del Pil e del reddito pro capite del 6,5 per cento l'anno. Se venissero centrati questi obiettivi, si tratterebbe di un calo della crescita da considerare fisiologico. Infatti, raggiunto un certo livello degli investimenti e dell'accumulazione, si va incontro a limiti che devono essere affrontati con un di più di programmazione, di stato sociale e di investimenti pubblici, mettendo nel conto la conseguente caduta dei profitti, minori investimenti stranieri e una crescita meno vigorosa. Per una sintesi degli obiettivi del piano si veda l'articolo del Sole 24Ore del 5 marzo scorso (http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-03-05/il-piano-quinquennale-cina-dieci-punti-111526.shtml?uuid=ACrqHOiC)

11/03/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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