I comunisti e la questione nazionale

La duplice lotta dei comunisti contro le posizioni dei social-sciovinisti, che nei fatti sostengono il proprio imperialismo, e dei critici del diritto all’autodeterminazione nazionale dei popoli da posizioni cosmopolite, oggi reazionarie.


I comunisti e la questione nazionale Credits: https://www.flickr.com/photos/ristu/124282485

Dal punto di vista di Marx ed Engels, i fondatori del socialismo scientifico, la questione è chiara: per poter vincere nella lotta di classe e sostituire il modo di produzione capitalistico con quello socialista bisogna muoversi in un’ottica internazionalista. Non a caso concludono il Manifesto del partito comunista con il celebre: “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”. Allo stesso modo, non è un caso che Marx ed Engels dedicano la maggior parte delle loro energie allo sviluppo dell’Internazionale, piuttosto che allo sviluppo di partiti socialisti su base nazionale.

Inoltre, dal punto di vista del materialismo storico, dal momento che l’unica scienza è la storia – visto che dal punto di vista radicalmente immanentistico di Marx ed Engels non esiste un piano che la trascende – lo Stato è un prodotto storico e, tanto più, lo Stato nazionale è il prodotto di un determinato sviluppo storico. Se lo Stato sorge dalla divisione del lavoro e dalla conseguente divisione della società in classi, quale strumento di dominio del blocco sociale dominante sui ceti subalterni, lo Stato nazionale è un prodotto molto più recente, dal momento che è la forma di dominio funzionale all’affermazione della borghesia quale classe dominante, in quanto consente lo sviluppo di un mercato nazionale.

In effetti, prima dello Stato nazionale borghese, esistono altre forme di Stato, adeguate ai precedenti modi di produzione, dallo Stato dispotico orientale, allo Stato schiavistico, allo Stato medievale, periodi nei quali lo Stato assume preferibilmente la forma di impero, in quanto tale transnazionale.

Dunque è essenziale, in primo luogo, non cadere nelle trappole dell’ideologia dominante che tende a naturalizzare la società borghese, dando a intendere che la forma dello Stato nazionale è appunto naturale e astorica. Come se fossero da sempre esistiti non solo cittadini italiani, francesi e tedeschi, ma anche italiani, francesi e tedeschi. Tanto più che, ancora oggi, sopravvivono forme di Stato pre-capitalistiche che non hanno ancora la forma nazionale, come ad esempio l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi Uniti, come appare evidente già del nome. Tanto che nel primo caso si parla di Arabia dei Saud, ovvero della famiglia regnante, che considera ancora il Paese, per volontà divina, sua proprietà personale.

Inoltre, come intuiscono già Marx ed Engels, il capitalismo, nella sua fase avanzata di sviluppo, più si avvicina al suo obiettivo storico, la realizzazione del mercato mondiale, più tende a trascendere la dimensione nazionale. Ciò diviene evidente agli studiosi, marxisti e non, della fase superiore o suprema di sviluppo del capitalismo, la fase imperialista, dove l’intero mondo tende a essere conteso e spartito in aree di influenza tra Paesi imperialisti.

Del resto, se tale sviluppo poteva essere solo intuito da Marx ed Engels, entrambi conoscevano già lo sviluppo in senso colonialista delle principali potenze capitaliste. In tali casi, come appare nel modo più evidente già nelle loro opere giornalistiche, entrambi – e Marx in particolare – prendono apertamente posizione per ogni forma di lotta anticolonialista e per l’indipendenza nazionale. Anzi Marx arriva a esaltare apertamente persino le ribellioni anticolonialiste condotte da forze non certo progressiste e persino le loro forme di lotta che oggi verrebbero definite terroristiche.

Più in generale, come ha messo a ragione in evidenza Domenico Losurdo, Marx ed Engels parlano di lotte di classe al plurale, in quanto al di là della forma fondamentale dei conflitti sociali, vi sono le lotte di genere e le lotte di classe sul piano internazionale. Anche in queste ultime, Marx prende decisamente posizione per le nazioni oppresse in lotta per l’autodeterminazione nazionale, a prescindere dalla loro direzione più o meno progressista. Questo lo porta a schierarsi nettamente dalla parte degli irlandesi in lotta contro il colonialismo inglese o dei polacchi in lotta contro il colonialismo russo. Anzi è durissimo con quei socialisti utopisti come Proudhon che ne sottovalutano l’importanza o criticano i popoli coloniali in lotta per le loro posizioni poco progressiste o in nome di un astratto cosmopolitismo. Al punto che, a questo proposito, Marx non esita a definire la posizione su tale questione di Proudhon animata da un “cinismo da cretino”.

Un discorso analogo vale ancora di più per Lenin, che prende più volte una netta posizione di critica anche a rivoluzionarie come Rosa Luxemburg che, in nome di un astratto internazionalismo, non sostenevano le sacrosante lotte di popoli per l’autodeterminazione nazionale. Anche per Lenin, per quanto possano essere inter-classiste o addirittura egemonizzate dalle borghesie nazionali, queste lotte vanno in generale apertamente sostenute dagli internazionalisti. Anche perché, sulla base del materialismo dialettico, il socialismo è da considerare come un superamento dialettico, una negazione determinata del modo di produzione capitalistico e non una sua negazione assoluta, secondo la concezione anarchica. Si tratta, infatti, di conservare quanto c’è di buono e progressivo in tale sistema e negare gli aspetti divenuti irrazionali e regressivi. Si tratta, dunque, di togliere in modo rivoluzionario il capitalismo, tesaurizzando nel socialismo i suoi elementi progressisti. Proprio perciò, per quanto la lotta per l’indipendenza nazionale sia un obiettivo propriamente borghese e i comunisti si muovano in un’ottica internazionalista, le lotte per i diritti dei popoli all’autodeterminazione vanno sostenute dai comunisti in quanto in sé giuste e progressive.

Anzi, dopo il fallimento della Rivoluzione in Occidente – per favorire la quale i bolscevichi avevano rotto mediante la Rivoluzione di Ottobre l’anello più debole della catena delle potenze imperialiste – per Lenin diviene essenziale l’alleanza dei comunisti con i popoli in lotta per l’autodeterminazione nazionale contro l’imperialismo. Quindi, per quanto Lenin, appena fatta la Rivoluzione, tenda subito a ricostruire una nuova Internazionale rivoluzionaria – dopo lo sfaldamento della seconda Internazionale dovuta proprio allo scarso internazionalismo dei revisionisti – il grande rivoluzionario russo la apre alla collaborazione con tutti i popoli in lotta contro l’imperialismo. Anche perché il motivo fondamentale della sconfitta delle decisive Rivoluzioni in Occidente, indispensabili per l’affermazione del socialismo, dipendono in primo luogo dall’oppressione imperialista dei popoli stranieri, che consente quei sovraprofitti che permettono alla borghesia di creare l’aristocrazia operaia nei propri paesi a capitalismo avanzato, corrompendo i quadri delle organizzazioni proletarie. I lavoratori salariati dei paesi colonizzatori, vivendo in modo decisamente migliore rispetto alle terribili condizioni in cui versano i popoli coloniali, non riterranno più di non aver altro da perdere che le proprie catene e, quindi, abbandoneranno le posizioni rivoluzionarie per assumere la prospettiva riformista del revisionismo. Inoltre, come già notava Marx a proposito del proletariato inglese, sino a che esso non si schiererà con il proletariato irlandese oppresso dalla propria borghesia nazionale, non diverrà mai il soggetto rivoluzionario, ma sarà ridotto alla plebe, non rivoluzionaria in quanto tende a difendere i propri privilegi rispetto agli schiavi.

Come è noto, e come ha ampiamente documentato Losurdo, queste posizioni di Marx e di Lenin a sostegno delle lotte per il diritto dei popoli all’autodeterminazione nazionale sono ancora più accentuate nel successivo sviluppo del marxismo in autori come Gramsci e Stalin, per non parlare di Trotskij. Gramsci, per citare solo un esempio emblematico, considera decisamente progressivo l’affermarsi dello spirito nazionale anche rispetto all’astratto cosmopolitismo ancora in voga presso gli illuministi. Mentre Stalin invita apertamente socialisti e comunisti a raccogliere le bandiere via via lasciate cadere dalla borghesia nella sua fase di sviluppo imperialista, a partire proprio da quella della lotta per l’autodeterminazione nazionale dei popoli oppressi. Da parte sua Trotskij, e ancora di più in suoi nipotini, non esita a schierarsi con i popoli in lotta per l’indipendenza, anche quando queste lotte assumono tratti reazionari.

Proprio su questo aspetto decisivo bisogna sempre tenere bene a mente la differenza fra la posizione di Lenin e quella di Trotskij e, a maggior ragione, dei suoi nipotini, perché mentre in particolare questi ultimi si schierano sempre, acriticamente, con i popoli in lotta per l’autodeterminazione nazionale, Lenin dopo aver strenuamente polemizzato con le posizioni astrattamente internazionaliste di Luxemburg, non esita a concludere le sue analisi molto approfondite sulla necessità di sostenere il diritto dei popoli all’autodeterminazione, aggiungendo una decisiva postilla, che nel discorso precedente dava sostanzialmente per scontata. Ovvero che i comunisti sostengono tutte le lotte dei popoli per l’autodeterminazione nazionale, con l’unica necessaria eccezione delle lotte che entrano in contrasto con lo scopo finale dei socialisti, ovvero la costruzione dello Stato operaio. Anche perché Lenin, sostenitore dell’autonomia della politica della tradizione di Machiavelli, ritiene che i rivoluzionari abbiano una morale improntata al loro scopo finale, la rivoluzione proletaria, per cui sono tenuti a non rispettare nessuna astratta norma etica e morale che contrasti con tale obiettivo.

Ciò non toglie che Lenin contrapponga, nel modo più netto, la prospettiva internazionalista dei rivoluzionari a quella revisionista dei social-sciovinisti o social-imperialisti, ovvero a quei socialisti che, pur definendosi tali a parole, sostengono il proprio imperialismo nazionale nella guerra contro altri imperialismi. Anzi, per Lenin, non c’è peggior opportunismo di chi si limita a criticare gli imperialisti avversari del proprio, tanto che definisce tale posizione social-imperialista, ossia socialista a parole, ma imperialista nei fatti. Al punto che, come è noto, rompendo con i socialisti che si schierano con le proprie borghesie nazionali nella guerra contro altre potenze imperialiste, con la giustificazione che sarebbero più reazionarie, sostiene al contrario il necessario disfattismo rivoluzionario dei comunisti. Questi ultimi, avendo come scopo la Rivoluzione, non possono che fare di tutto perché in una eventuale guerra inter-imperialista il proprio imperialismo sia sconfitto, perché ciò rende possibile la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria.

Infine, occorre ricordare come alcuni dei più significati marxisti contemporanei, come Ernst Bloch e Domenico Losurdo considerano uno dei principali motivi endogeni della involuzione dei paesi socialisti del blocco sovietico – le cui origini andrebbero, per altro, individuate e criticate negli stessi classici del marxismo – dipenderebbe dall’aver sottovalutato la necessità di superare dialetticamente, ovvero tesaurizzando le conquiste storiche della società borghese, piuttosto che negarle in modo astratto. Fra tali conquiste rientra a pieno titolo il diritto dei popoli all’autodeterminazione non a caso ancora oggi astrattamente negata dagli attuali nipotini del “cinismo da cretino” di Proudhon. Anche in tale denuncia degli odierni critici astratti del diritto dei popoli all’autodeterminazione nazionale si può rinviare alle documentate critiche di Losurdo, il quale, detto en passant, cade generalmente nell’errore opposto di dimenticare l’internazionalismo, rischiando di assumere posizioni che Lenin definirebbe social-scioviniste.

09/03/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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