I limiti della sovranità monetaria

La riforma del sistema creditizio se non è collegata a più ampi interventi di riforma del sistema produttivo rischia di farci percorrere sentieri già battuti.


I limiti della sovranità monetaria

Domenica 10 giugno, i cittadini elvetici sono stati chiamati con un referendum ad esprimersi sulla necessità di cambiare profondamente la propria politica monetaria. La riforma, chiamata “moneta intera” e promossa da un gruppo di economisti e imprenditori avrebbe dovuto garantire “soldi a prova di crisi” attraverso la riscrittura dell’articolo 99 della costituzione federale, quello che tratta della politica monetaria e della Banca centrale. La riforma, osteggiata dal sistema finanziario, dal governo e da quasi tutti i principali partiti (solo i Verdi non hanno dato indicazione di voto) è stata giudicata estremamente pericolosa e nelle urne ha raccolto soltanto il 25% dei consensi, quasi tutti, a detta degli opinionisti, tra l’elettorato di sinistra.

La riforma prevedeva importanti innovazioni per il sistema finanziario elvetico. Alcune di esse utili a porre limiti ai movimenti del capitale investito a fini speculativi. Si tratta della “deroga al principio della libertà economica”, della “autorizzazione e la sorveglianza dei prodotti finanziari” e dell’imposizione di “termini minimi di detenzione dei prodotti finanziari” e altro ancora. Tutto con la finalità di “assicurare l’approvvigionamento di denaro e servizi finanziari all’economia” e “disciplinare i mercati finanziari nell’interesse generale del Paese”. Una serie di misure con una certa valenza di fase, dal momento che col perdurare della crisi che non consente ampi e remunerativi investimenti produttivi aumenta il ricorso alla speculazione, ma che non intaccandone la genesi non impediscono alle imprese di qualunque natura di ricorrervi pur di provare a far soldi.

Malgrado la loro importanza di fase, però, non sono queste le riforme promesse che hanno attirato l’attenzione generale. Molto più dibattute sono state tre proposte relative alla gestione fuori bilancio dei conti correnti (solo quelli utilizzati per il traffico dei pagamenti, quindi non quelli per i risparmi) - che non sarebbero più entrati “nella massa fallimentare” aggredibile dai creditori in caso di bancarotta -; al monopolio del credito in capo alla Banca centrale (attraverso l’erogazione della c.d. “moneta scritturale”) e alla sua capacità di “mettere in circolazione denaro nuovamente emesso, non gravato da debito, tramite la Confederazione, i Cantoni, oppure tramite la distribuzione diretta ai cittadini”. Tre riforme che provavano a riformare il sistema finanziario come se fosse scollegato dal sistema produttivo, senza porsi il problema del perdurare del lucro quale finalità prima e ultima del sistema economico e dell’assenza di una qualunque pianificazione economica in grado di superare le inefficienze derivanti dalla gestione privata, dunque anarchica, delle risorse.

La proposta di iscrivere fuori bilancio i depositi dei correntisti, facendoli fuoriuscire dalla massa fallimentare aggredibile in caso di fallimenti bancari, dovrebbe mirare a salvaguardare i piccoli creditori delle banche che non avrebbero più di che preoccuparsi. Gli istituti di credito, però, a parte il fatto di avere bilanci più leggeri perché sgrossati di queste che a tutti gli effetti sono passività, perdendo la disponibilità della liquidità dei conti, oltre a non potervi più attingere, non potrebbero neanche garantirne il deposito senza l’intervento della Banca centrale. Per quanto riguarda questa particolare forma di raccolta fondi, dunque, gli istituti finanziari diventerebbero una sorta di filiali della Banca centrale.

In caso di fallimenti bancari, dunque, i grandi creditori semplicemente non potrebbero rifarsi sui piccoli e a pagare al loro posto sarebbe la collettività nella sua forma alienata della Banca centrale. Una conclusione, questa, niente affatto nuova. Di per sé, poi, questa misura non significa che le banche non sarebbero più state in grado di erogare prestiti dal momento che questi non sono concessi sulla base della effettiva disponibilità di riserve da parte della banca ma sulla base di considerazioni legate al rischio di non riavere indietro un certo interesse. In altre parole, non sono i depositi dei correntisti che determinano l’ammontare di prestiti effettuabili dalle banche ma sono i prestiti che determinano l’ammontare dei depositi e dunque la loro sottrazione dai bilanci bancari non avrebbe compromesso la loro funzione commerciale.

E non a caso i referendari avevano proposto esplicitamente di sottrarre agli istituti finanziari la capacità di erogare credito, in quanto perennemente fuori misura (in eccesso o in difetto) rispetto alle esigenze di famiglie e imprese, e dunque meritevole di essere nazionalizzato. A prescindere dal fatto che la proposta si limita al credito bancario e non include quello commerciale (ad es. la dilazione dei tempi di pagamento delle fatture che il fornitore accorda al cliente), essa, apparentemente attrattiva, è tuttavia figlia dell’equivoco che le crisi partano dal sistema monetario per poi propagarsi al sistema produttivo quando nella stragrande maggioranza dei casi (ed in tutti quelli più importanti) succede esattamente il contrario. L’erogazione del prestito, infatti, poggia sull’aspettativa che esso sarà ripagato maggiorato di un interesse in quanto esistono e persisteranno le condizioni oggettive di espansione delle attività, in particolare quelle produttive. Quando le condizioni favorevoli vengono meno i crediti non possono essere ripagati e si contraggono, diventando più cari. Dunque, è quando l’apparato produttivo è già entrato in crisi che il sistema creditizio entra in sofferenza, non viceversa.

Filiali della Banca centrale per quanto riguarda i depositi e l’attività commerciale, gli istituti finanziari conserverebbero tuttavia l’autonomia di ricercare il profitto. Ciò significa limitarsi a riproporre la separazione tra funzioni commerciali e quelle di investimento - anche questa non una riforma di poco conto, vista la fase, ma qualcosa che è stato vigente per circa 60 anni durante il secolo XX - le prime poste sotto il controllo delle pubbliche autorità, le seconde lasciate al giogo della libera iniziativa privata. Con la conseguenza di avere istituti che si comportano come le varie Bear Stearns o Lehman Brothers, senza per altro poter far altro.

Inoltre, se il credito pur nazionalizzato continuasse ad essere erogato seguendo il principio della profittabilità dell’investimento, il massimo che è possibile ottenere da una siffatta riforma è il ritorno su grande scala dei prestiti agevolati, tanto cari alla piccola borghesia ma nulla di imprescindibile per il proletariato. Se invece tale criterio dovesse essere abbandonato o comunque limitato, allora c’è da chiedersi quale altro debba essere utilizzato, in assenza di una pianificazione dell’attività economica generale del paese. E qui entra l’ultima riforma proposta, quella di “mettere in circolazione denaro nuovamente emesso, non gravato da debito, tramite la distribuzione diretta ai cittadini”.

Moneta non gravata da debito significa che a fronte di essa non vi è l’emissione di un titolo di debito (pubblico o privato). Quello che hanno proposto i referendari svizzeri, dunque, è qualcosa di diverso dalla sovente sopravvalutata (dalla sinistra) monetizzazione del debito pubblico e consiste nella stampa di moneta a fronte di… niente! Una politica economica meglio conosciuta per la celebre metafora coniata dal famoso economista M. Friedman di ‘monete gettate da un elicottero’ (Helicopter money). La massima eterodossia nel campo delle politiche monetarie capitalistiche.

Storicamente, infatti, le Banche centrali hanno avuto anche il compito acquisire i titoli di debito pubblico e le varie facilitazioni quantitative (Quantitative easings) messe in atto negli ultimi anni sono servite a reintrodurre questa pratica, sebbene in maniera indiretta [1]. In un passato neanche troppo lontano, poi, i titoli di stato potevano essere acquisiti direttamente dalla Banca centrale che per l’occasione stampava moneta. Ciò, tuttavia, non significa che la Banca centrale di ogni singolo paese potesse stampare la carta-moneta a corso forzoso ab libitum e senza tener conto dei vincoli posti dalla circolazione internazionale delle merci e dei titoli (o della propria carta-moneta, come il dollaro Usa e oggi, in parte, l’euro).

L'emissione di carta moneta dev'essere limitata alla quantità nella quale dovrebbe realmente circolare l'oro (o l'argento) da essa simbolicamente rappresentato. Ma se oggi tutti i canali della circolazione vengono riempiti di carta moneta al pieno limite della loro capacità d'assorbimento di denaro, domani essi potranno essere sovrappieni, in conseguenza delle oscillazioni della circolazione delle merci. Ogni misura è perduta. Ma se la carta sorpassa la sua misura, cioè la quantità di moneta d'oro della medesima denominazione che potrebbe circolare, essa rappresenta entro il mondo delle merci, e astrazione fatta dal pericolo d'un discredito generale, ormai soltanto la quantità di oro determinata dalle sue leggi immanenti, e quindi anche l'unica che possa rappresentare. L'effetto è lo stesso che se si fosse alterato l'oro, nella sua funzione di misura dei prezzi” [2]. Gli stessi valori quindi che prima si esprimevano nel prezzo di un euro, si esprimono ora nel prezzo di due euro.

E questo a prescindere dalla rescissione di ogni legame legale di convertibilità tra la carta-moneta e l’oro inteso nell’accezione storicamente determinata di merce-denaro universale. Ma su questo, forse, occorrerà tornare.


Note

[1] Per un approfondimento sul QE si veda:

A chi giova il quantitative easing della BCE;

Quantitative easing: il fragore di un bazooka caricato a salve;

Bce. Dal Bazooka all’artiglieria pesante ma la carica è nuovamente a salve.

[2] K. Marx, Il Capitale, Libro I, cap. 3.

16/06/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

Condividi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

APPUNTAMENTI

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: