Il governo c’è, ora serve l’opposizione

Rischiamo di perdere la possibilità stessa di manifestare la nostra stessa indignazione se non lo facciamo al più presto.


Il governo c’è, ora serve l’opposizione Credits: https://www.dawn.com/news/1309890

Nel dibattito piuttosto noioso sulla fiducia al governo Conte, si è distinto l’accorato intervento di Mario Monti che ha ammonito la nuova maggioranza, evocando il vero e proprio Deus ex machina dell’attuale farsa che si rappresenta nel teatrino della politica parlamentare: “siate più umili e realisti o arriverà l’umiliazione della trojka, che è una cosa disgustosa e che vi renderebbe un governo semicoloniale”. Se ne deduce che qualsiasi deviazione, per quanto demagogica e populista, dal pensiero unico dominante, neoliberista, comporterebbe un intervento dei poteri forti transnazionali che renderebbero il governo di una repubblica democratica, fondata almeno formalmente sulla sovranità popolare, una semi-colonia. Il ricordo non può che tornare alla tragica vicenda della Grecia che, dopo aver eletto un governo presentatosi con un programma di rottura con le politiche di austerità e intenzionato a cominciare a far pagare la crisi a chi la ha effettivamente causata, il capitale finanziario, è stato “costretto” dalla trojka a riprendere la politica di lacrime e sangue nei confronti delle classi subalterne dei precedenti governi di centro-destra e di centro-sinistra.

Del resto l’alternativa all’umiliazione dell’intervento della trojka ce la ha offerta proprio la politica “umile e realista” del governo Monti, che si è limitato ad applicare le direttive della nota lettera inviata dalla Bce, a firma Draghi-Trichet, imponendo a sua volta una politica di austerità volta a scaricare gli effetti nefasti della crisi sui ceti sociali più deboli, anch’essa in sostanziale continuità con i precedenti governi di centro-destra e centro-sinistra, i cui rappresentanti del resto hanno pienamente sostenuto le politiche del governo Monti.

Dunque nonostante i diversi attori entrati in scena – dal centro-destra al centro-sinistra, dal governo tecnico al governo di sinistra di Syriza, dal populismo di destra di Salvini a quello di centro grillino – la tragicommedia che va in scena è sempre la stessa, la famosa T.I.N.A (there is no alternative), scritta e diretta da Margaret Thatcher e che va in scena da circa quarant’anni nei principali palcoscenici internazionali. Al pieno e fedele rispetto del suo copione cooperano: 1) il diabolico meccanismo del debito, utilizzato come una clava per il “disciplinamento sociale”, per dirla con Marco Bersani, dei ceti sociali subalterni; 2) Il capitale finanziario transnazionale che, con le sue operazioni speculative, volte a scaricare i costi della crisi sui Paesi che appaiono poco ligi ai dettati del pensiero unico dominante tanto che, a scanso di equivoci, il commissario europeo al bilancio Gunther Oettinger ha sottolineato: “i mercati insegneranno agli italiani a votare nella maniera giusta”; 3) La NATO sempre pronta a intervenire, in modo diretto o indiretto, con le ben note rivoluzioni colorate, contro quei paesi che osano mettere in discussione il T.I.N.A.

Come abbiamo potuto vedere nella stanca replica italiana, da sala parrocchiale, non è ammessa nessuna variazione sul tema unico dominante, tanto che è bastata la proposta di un ministro dell’economia parzialmente critico, da destra, del T.I.N.A – costantemente in scena nel palcoscenico della Ue – per arrivare a un sostanziale commissariamento delle forze politiche che avevano appena ricevuto una chiara maggioranza nelle elezioni. Tali forze politiche per poter formare il loro governo sono state, più o meno, costrette ad accettare di piazzare dei tecnici, il 40% dei ministri, in dei posti chiave: dalla presidenza del consiglio, al ministero degli esteri, al ministero di economia e finanza, che rassicurassero i poteri forti che il governo, sebbene avesse ricevuto un mandato sostanzialmente opposto dagli elettori, non avrebbe messo in discussione il copione prestabilito.

Quindi, il presidente del consiglio ha subito messo in chiaro che non c’è nessuna intenzione né di uscire dall’Unione Europea, né di metterne in discussione i trattati neoliberisti. Inoltre la “scelta” stessa del tecnico nominato ministro degli esteri, garantisce la piena continuità con l’ormai scontato copione, che va dal pieno impegno con la NATO, nelle missioni “imperialiste” internazionali, al riarmo ai danni della spesa sociale. Il tecnico, imposto al ministero chiave dell’economia, garantisce la continuità con le politiche portate avanti dai precedenti attori, compresi il pareggio di bilancio in Costituzione e nelle politiche regionali e comunali e la spada di Damocle del Fiscal Compact, che sempre più incombe a garanzia che nei prossimi anni non si potrà che ridurre il debito a spese del poco che resta dei diritti sociali ed economici, conquistati dai lavoratori troppi anni fa.

La cosa davvero più preoccupante, in questa feticizzazione e naturalizzazione degli attuali rapporti di produzione e di proprietà, per quanto sempre più ingiusti e irrazionali, è che sostanzialmente nessuno si è preoccupato di denunciare l’occupazione di ministeri chiave da parte di esponenti della destra radicale xenofoba e fondamentalista. Non solo i sedicenti difensori delle istituzioni democratiche, ma neanche l’opinione pubblica hanno messo in discussione il fatto che gli apparati repressivi dello Stato sono stati posti sotto il controllo di individui che non si stancano di dichiarare la loro ferma volontà di condurre fino in fondo la guerra fra poveri già nei fatti in atto, che fa sì che il proletariato da classe potenzialmente rivoluzionaria, non avendo altro da perdere che le proprie catene, sia ridotto a plebe impegnata a difendere i propri miserabili diritti di cittadinanza dai lavoratori stranieri, dagli esuli e dai rifugiati politici prodotti essenzialmente dalle politiche imperialiste e neo-colonialiste e dai disastri climatici prodotti da un modo di produzione dove conta unicamente il profitto immediato individuale.

Ricapitolando, dunque, lo scontro istituzionale volto a disciplinare le pulsioni populiste delle forze politiche che hanno ottenuto la maggioranza – anche grazie a promesse demagogiche nei riguardi dei subalterni – ha portato a termine, a livello di farsa, la tragedia che ci fu in Germania con la notte dei lunghi coltelli, in cui furono eliminati preventivamente coloro che avevano dato credito al sedicente spirito popolare e di sinistra del nazional-socialismo, ovvero a coloro che si erano illusi che una volta al governo si sarebbe realizzato effettivamente il socialismo nazionale. Non a caso Marx sottolineava, nel suo quanto mai attuale Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte: “Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”.

Nel teatrino parrocchiale della politica italiana si è, infatti, passati in meno di quarant’otto ore dalle accuse al Capo dello Stato di aver posto in atto un colpo di Stato istituzionale, con la conseguente richiesta di impeachment, agli elogi per aver risolto nel modo più conveniente quella che altrove sarebbe stata una “gravissima crisi istituzionale”. In tale farsa il miglior interprete è stato il capo dei grillini che è passato, in meno di due giorni, dall’accusa di alto tradimento a Salvini, per non sostenere la campagna volta a mettere sotto processo il Capo dello Stato, all’accusa di tradire il “contratto di governo” per non aver prontamente accettato l’ingiunzione di Mattarella a togliere l’incarico di ministro dell’economia a un navigato politico moderato critico dell’Unione Europea e non ben accetto ai poteri forti tedeschi.

Evidentemente lo scontro istituzionale si è manifestato nella forma di farsa, per alimentare il teatrino politico dove bisogna necessariamente mettere in primo piano una qualche forma di antagonismo fra almeno due poli contrapposti. Anche se in realtà, nel nome del T.I.N.A., per quanto i toni si possano artatamente elevare per simulare la contraddizione tragica fra due campi contrapposti, il tutto si risolve in una commedia dal momento che, sui fondamentali, i sedicenti poli contrapposti finiscono per trovarsi sempre d’accordo. Anzi, quanto più le due presunte alternative sono in realtà due facce, speculari, della stessa medaglia, tanto più bisogna simulare un antagonismo bipolare, quasi che si trattasse di due concezioni del mondo opposte pronte anche al più violento scontro istituzionale. D’altra parte il teatrino della politica è più che altro recitato in funzione degli spettatori, ovvero per mantenere quel numero minimo di elettori che non metta in discussione la “democraticità” del sistema.

Del resto, essendo in realtà due fazioni dello stesso partito, che hanno soprattutto come riferimento sociale lo stesso soggetto, ovvero il blocco sociale dominante, come prima il centro destra e il centro sinistra si accusavano reciprocamente di copiarsi i programmi – che poi risultavano nei fatti effettivamente il prodotto di un copia e incolla – anche ora il principale partito di opposizione accusa il governo di aver riproposto delle misure, in chiave populista, che in realtà aveva già presentato il governo precedente. A partire dalla tanto dibattuta flat-tax che, nella sua forma reale – svelata dall’economista di “sinistra” della Lega Bagnai – rivolta in primo luogo alle imprese è rivendicata come già realizzata dal Pd. Discorso analogo vale per le misure draconiane funzionali a fomentare la “guerra fra poveri”. Anche in questo caso Minniti, con la giustificazione di voler togliere terreno alla Lega, aveva realizzato delle misure così dure che, per quanto riguarda ancora i fondamentali, il nuovo governo non potrà non riconfermare. Corriamo così il rischio del ripresentarsi, in forma di farsa si intende, la tragedia storica che ha portato Hitler a insignire con una medaglia ad honorem, una volta giunto al governo, Noske, il dirigente socialdemocratico che più si era distinto nella repressione del proletariato rivoluzionario.

La questione più grave è che questo teatrino della politica rischia di rendere puro spettatore, per quanto vociante, lo stesso popolo della sinistra, che non pare ancora aver realmente riconosciuto il vero volto, di destra radicale, di alcuni degli esponenti di punta di questo governo, che rischiano di avere per altro il controllo sugli apparati repressivi dello Stato. Anche perché, per il momento, i loro strali, le loro minacce si sono rivolte essenzialmente contro le minoranze più deboli o facilmente isolabili. Ecco così gli attacchi agli immigrati clandestini e poi più in generale ai richiedenti asilo o agli extra-comunitari, subito seguito dall’attacco alla comunità LGBT, con il rischio, considerati i precedenti dei neo-ministro, che si allarghino a qualsiasi forma di convivenza che si discosti dalla famiglia tradizionale.

Tutto ciò non può che far ritornare a mente, a chi conserva ancora un minimo di memoria storica, il grido di allarme di un intellettuale tedesco dinanzi alla conquista del potere del nazismo: "prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare".

Di fronte a un tale rischio, da non sottovalutare, la memoria storica ci riporta alla lirica di Victor Jara – rielaborata, poco prima del colpo di Stato di Pinochet, sulla base della celebre canzone di lotta di Pete Seeger – il cui ritornello suona in italiano

Se avessi un martello


Lo batterei al mattino
Lo batterei alla sera
Per tutte le città
“attenti al pericolo”
dobbiamo riunirci
per poter difender
la pace

o meglio, volendo puntualizzare con il celebre verso di Addio Lugano bella, “la pace tra gli oppressi, la guerra agli oppressor”.

Il colpo di Stato istituzionale volto a commissariare il governo populista, per fare in modo che del suo programma nazional-socialista il secondo termine fosse messo completamente da parte – una sorta di notte dei lunghi coltelli istituzionale ordita dei poteri forti nazionali e transnazionali – ha non solo inferto un ulteriore colpo violentissimo sotto la cintura alla nostra democrazia formale sempre più residuale dinanzi all’incedere del bonapartismo regressivo, con il commissariamento di tre ministeri chiave affidati ai commissari del capitale finanziario transnazionale (presidenza del consiglio, ministero degli esteri e ministero dell’economia) ma ha anche distratto quanto resta dell’opinione pubblica e del “popolo di sinistra” di manifestare la propria indignazione per il nuovo governo, in cui ormai la destra radicale, complice il golpe istituzionale, ha conquistato l’egemonia, imponendo suoi uomini chiave a partire dal Viminale.

09/06/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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