La manovra gialloverde: cambiare tutto per non cambiare niente

Il governo del cambiamento inscena una guerra contro le politiche di austerità ma per fottere meglio il proletariato che si troverà prezzi più alti, maggiori imposte e minori prestazioni pubbliche.


La manovra gialloverde: cambiare tutto per non cambiare niente Credits: https://www.termometropolitico.it/1303229_governo-italiano-2018-contratto-lega-m5s.html

L’immagine che viene da associare alla bozza di aggiornamento al Documento di Economia e finanza (Def) del Governo, è la piazza animata di grillini che, all’annuncio del varo della manovra finanziaria del governo, ha festeggiato la vittoria. Vittoria di chi? Di quelli che vogliono cambiare le cose, ovviamente. Contro chi? Contro i poteri economici europei e i loro portavoce che invece, sull’altare dell’austerità, intendevano impedire questo cambiamento. Così si è cercato di far passare il messaggio. Peccato che invece, nella sostanza, i vincitori fungano anch’essi da presidio contro il vero cambiamento e lo sconfitto sia non un’entità estranea al governo, ma una sua componente, pure essa conservatrice, nella persona del Ministro dell’economia Tria, che aveva tentato, senza riuscirci, di rendere la manovra finanziaria compatibile con gli impegni scaturiti dalle norme e dalle politiche europee. E non è detto che la sua sconfitta coincida con quella delle oligarchie europee, perché è in atto una partita aperta.

Insomma più che una vittoria è l’inizio di un braccio di ferro fra i settori del capitalismo favorevoli all’austerità e all’apertura dei mercati – il grande capitale, che ha per portavoce i vertici europei – e la piccola borghesia, più propensa a un tipo di sovranismo reazionario, che vede nel populismo del governo gialloverde il rappresentante politico più adeguato. Entrambi i fronti, tuttavia concordano nel tosare le classi lavoratrici. Il pomo della discordia pare essere l’entità del deficit del bilancio. In una prima versione della manovra governativa tale deficit doveva essere pari al 2,4% nell’intero triennio 2019/21, mentre il percorso “virtuoso” concordato fra il precedente governo e l’Unione Europea prevedeva un rapporto deficit/pil dello 0,9% nel 2019, il pareggio di bilancio nel 2020 e un avanzo pari 0,2% del Pil nel 2021. Si tratta quindi di una variazione consistente, anche se più recentemente il governo si è detto disponibile, pur mantenendo il 2,4 nel 2009, a ritoccare lievemente questa percentuale a partire dal 2020 per giungere all’1,8 nel 2021.

Poco cambia perché la programmazione triennale viene rivista di anno in anno e il dato che conta è quello del 2019. In ogni caso non c’è niente di rivoluzionario in questa previsione perché negli ultimi decenni in Italia solo il governo Gentiloni, con il suo 2,3% è stato al di sotto del 2,4 e perché una manovra si qualifica non solo per la sua entità ma soprattutto per chi ne beneficia e chi la paga. E come vedremo ne beneficiano i ceti privilegiati a scapito del restante 80 per cento (stimato a spanne) di cittadini. Il braccio di ferro quindi è molto apparente mentre Tria, oggi nei confronto della Bce, e Di Maio, ieri in pellegrinaggio a campagna elettorale ancora in corso, hanno rassicurato i poteri economici che contano.

Ma vediamo di rimettere in ordine le cose. La bozza di Def era stata presentata in aprile dal governo dimissionario Gentiloni ed era costituita, per ovvi motivi, solo dalle previsioni sull'evoluzione dei principali indicatori dell'economia italiana nei prossimi tre anni, supponendo che nulla cambiasse nelle attuali regole fiscali ed economiche. Il Consiglio dell’Unione europea aveva espresso successivamente le consuete “Raccomandazioni” (votate anche dal nuovo governo italiano) per armonizzare il documento alle politiche europee. Esse riguardavano la necessità di ridurre il rapporto debito/PIL, la politica della concorrenza, il risanamento del sistema bancario e il recupero dei crediti, il mercato del lavoro, l’istruzione, per renderla ancor più ossequiosa verso le esigenze delle imprese, la spesa sociale (pensioni e altre politiche per l’inclusione). La bozza di documento dell’attuale governo coglie l’occasione della risposta alle Raccomandazioni per licenziare il suo primo atto di programmazione e di indirizzo. Essendo questo in corso d’opera e soggetto a quasi quotidiani aggiustamenti, ci riserviamo di rivedere il giudizio definitivo, anche se le linee di fondo non dovrebbero cambiare molto.

Il quadro macroeconomico programmatico

Ogni manovra finanziaria, sia per valutarne la compatibilità, sia per stimarne l’impatto sul sistema economico, deve partire dal cosiddetto “quadro macroeconomico”, un insieme di dati e di previsioni sull’andamento dell’economia nazionale. Lo scenario programmatico della Nota di aggiornamento al Def è stato progressivamente adattato alle esigenze dell’esecutivo. Inizialmente si prevedeva un incremento del Pil del 1,3% nel 2019, del 1,4% nel 2020 e del 1,2% nel 2021 mentre alla fine le previsioni sono balzate rispettivamente al 1,5%, 1,6% e 1,4%. Il che ovviamente si traduce in importi molto diversi del gettito fiscale presunto e quindi in possibilità di spesa molto diverse. Altrettanti aggiustamenti si registrano per le altre grandezze macroeconomiche (prezzi, esportazioni e importazioni, investimenti, consumi, ecc). Significativi i rimaneggiamenti sull’occupazione, il cui incremento era stato previsto inizialmente nella misura dello 0,8% nel 2019 e dello 0,9% e 0,8% nei due anni successivi, ma infine si decide di abbondare e queste variazioni divengono rispettivamente 0,9%, 1,2% e 1,1%, cosicché il tasso di disoccupazione nel 2021 diventa del 8,6%. Sempre tantino, ma meno del 9,1% che veniva stimato ad inizio lavori. Quindi si ha l’impressione che le previsioni elaborate dai tecnici siano state successivamente adattate ai desiderata politici e che quindi la manovra non poggi su basi oggettive. O, in alternativa, che si è tentato a posteriori di sopravvalutare l’impatto della manovra stessa sui conti economici, sebbene questo sia espressamente negato (assenza di “retroazioni”).

I provvedimenti programmati

a) Questioni istituzionali. In spregio di ogni correttezza istituzionale, in un documento di politica economica si indicano obiettivi di rilevanza costituzionale quali il rafforzamento degli strumenti di democrazia diretta, la riduzione del numero dei parlamentari e l’abolizione del CNEL. Comunque la si pensi nel merito, il metodo è censurabile e tende a perpetuare l’atteggiamento di Renzi che volle coinvolgere il suo gabinetto in questa faccenda. Auguriamo a questo governo altrettanta fortuna.

b) Fisco. I provvedimenti sul fisco, si concentrano sulla “pace fiscale”, un vero e proprio condono diversamente denominato, e sulla flat tax. Per quanto riguarda la prima, il “governo del cambiamento” ripercorre le consuete strade: fare cassa agevolando i furbetti e incentivandoli a continuare a comportarsi in tal modo, tanto prima o poi un condono ci sarà. Ma così diseducando si falcidiano le entrate e le possibilità di intervento pubblico future. È significativo che per fare cassa subito ci si accontenti di recuperare 50 miliardi di crediti su 800!

Per la flat tax, si intende estendere il regime speciale per il lavoro autonomo che gode di un’aliquota unica del 15%. Finora tale aliquota si applicava a chi guadagnava meno di 30 mila euro. Tale tetto si innalzerà a 65 mila euro e quindi i maggiori beneficiari saranno i professionisti benestanti e non i piccoli commercianti, artigiani e partite Iva. In prospettiva e con una certa gradualità si perverrà a istituire due sole aliquote, di importo assai ravvicinato, per la generalità dei contribuenti: la differenza non supererà i 10 punti. Se si pensa che quando fu istituita l’Irpef c’erano 32 aliquote, la più piccola del 10% e la più grande del 72%, non si può che constatare la continuità e anzi l’accelerazione di un trend volto a demolire la progressività dell’imposizione, prevista dalla Costituzione.

La graduale introduzione di una flat tax sui redditi avrà un ruolo centrale nella creazione di un clima più favorevole alla crescita”, si dice nel Def. Ma in realtà sappiamo che i beneficiari, cioè coloro che percepiscono redditi elevati, difficilmente spenderanno i soldi risparmiati in investimenti produttivi o in consumi. C’è da considerare non secondariamente che l’ingente riduzione del gettito fiscale dovuto a questa beneficiata delle classi privilegiate, sarà un buon pretesto per tagliare i servizi pubblici, la scuola, la sanità, altri servizi essenziali oltre che per astenersi da interventi in campo economico. Si dice anche che la flat tax sarà in parte coperta da “riduzione della spesa fiscale” (tagli alle agevolazioni, deduzioni, detrazioni, ecc) e da rimodulazioni delle aliquote IVA (altra imposta non progressiva). Quindi le classi sfruttate pagheranno in termini di incremento dei prezzi, di altri aumenti di imposta e di inferiori prestazioni pubbliche. Al contrario di Robin Hood, il governo del cambiamento ruba ai poveri per dare ai ricchi, nella piena continuità con i precedenti. E consentirà ai ricchi, non di investire e creare posti di lavoro, come ci vuol far credere la tiritera degli economisti mainstream, ma di speculare in borsa o portare il maltolto in realtà fiscali ancor più paradisiache della nostra.

Il riequilibrio del carico fiscale, per esempio con una seria e progressiva imposta patrimoniale e con una seria lotta all’evasione fiscale non sembra è roba per un governo del cambiamento.

c) Welfare. In questo campo i provvedimenti più significativi riguardano il reddito di cittadinanza e le pensioni.

Il reddito di cittadinanza è stato annunciato come una sorta di abolizione della povertà per decreto (sic!). In realtà costituisce una erogazione monetaria a determinate condizioni: essere italiano (per la gioia di Salvini), essere disoccupato ed essere disposto a lavorare gratuitamente, a qualunque condizione, come si stanno cominciando ad abituare i giovani con l’alternanza scuola-lavoro. In più si dettano prescrizioni su come dovrà essere speso questo beneficio. Quindi si tratta di un istituto che si avvicina al lavoro schiavistico: anche agli schiavi si deve pur dare da mangiare, purché lavorino e mangino quello che passa il convento dei padroni!

Inoltre ci si propone di superare i sussidi di disoccupazione (Naspi) che rappresentavano un beneficio ben maggiore per chi ha perso il lavoro. Al netto di questa soppressione e di quella del reddito di inclusione varato nella scorsa legislatura, lo stanziamento per il reddito di cittadinanza non sarà assolutamente in grado di rilanciare la domanda interna. Meglio sarebbe stato utilizzare queste risorse per progetti pubblici di occupazione regolare nei servizi pubblici, nella manutenzione del territorio e nella sicurezza ambientale, nei comparti industriali strategici, di cui c’è tanta carenza. La povertà si riduce se si contrastano i meccanismi che la provocano, conseguenti al capitalismo, non con delle mance che obbligano all’obbedienza. Una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro e un abbassamento dell’età pensionabile, nel momento in cui le nuove tecnologie riducono il fabbisogno lavorativo, avrebbe consentito di redistribuire più equamente i carichi lavorativi e di abbattere la disoccupazione. Attualmente c’è chi lavora a orari e ritmi pesantissimi o è troppo vecchio per sostenerli e chi è disoccupato o sotto-occupato. Ma si sa che un reale abbattimento dell’esercito industriale di riserva creerebbe problemi ai capitalisti. E questo non lo vuole né l’Europa, né chi si spaccia contrario alle sue politiche.

Infine, questa elemosina non viene finanziata da una patrimoniale o dagli evasori, ma da chi le tasse non le può evadere. Non si tratta quindi di un provvedimento a favore delle classi lavoratrici, ma di un travaso all’interno del proletariato, dal mondo del lavoro a quello della disoccupazione e della precarietà, salvaguardando la rendita e i profitti. Si veda il capitolo flat tax. Questo è il cambiamento che ci viene elargito.

Sul capitolo pensioni viene meno la promessa da marinai di abolire la Fornero e ci si limita a un adeguamento dei minimi (ma solo se il reddito del nucleo familiare è inferiore a 25 mila euro) e all’introduzione della cosiddetta quota 100, un meccanismo che permette di andare in pensione quando la somma dell’età anagrafica e di quella lavorativa supera la cifra di 100 e che interesserà una platea assai ridotta di lavoratori. Ma soprattutto non si sradicano una serie di storture introdotte gradualmente dalla riforma Dini in poi e che, oltre a trattenere al lavoro persone troppo anziane, rende problematico raggiungere perfino una pensione pari alla metà del reddito da lavoro o rende la pensione una chimera per coloro che stanno scontando anni e anni di precarietà.

Una seria riforma delle pensioni dovrebbe reintrodurre il suo carattere solidaristico, assicurato dal sistema retributivo, mentre al contrario il Governo vuole estendere alla generalità dei lavoratori (salvo figure in via di estinzione) il sistema contributivo, introdotto da Dini. Sarebbe poi necessario ripristinare l’indicizzazione delle pensioni al costo della vita, permettere di andare in pensione a 60 anni o con 40 anni di contributi, superare l’assurdità di far gravare sul bilancio dell’INPS, e quindi di finanziare con i contributi dei lavoratori, una serie di oneri impropri quali quello per l’assistenza, la cassa integrazione, la mobilità, la liquidazione dei dipendenti di aziende fallite, le malattie, la morosità degli enti pubblici ecc.

Investimenti

Nell’intendimento di superare il gap fra i tassi di sviluppo dell’Italia e quelli, peraltro non brillanti, del resto dell’Europa, si individuano alcuni filoni di investimento.

a) Accelerare la realizzazione degli investimenti pubblici già finanziati, attraverso revisione di norme sugli appalti e compartecipazione dei privati. Qui il governo non ci mette niente, perché gli stanziamenti c’erano già. Tuttavia si aprono nuovi spazi al capitale privato che, inevitabilmente, condizionerà la loro realizzazione.

b) Per i nuovi investimenti ci si propone di raggiungere il 3% del Pil, misura risibile in confronto con quella delle economia che hanno decisamente un’altra marcia rispetto alla nostra. Nel pacchetto c’è la conferma dei progetti dell’alta velocità ferroviaria.

c) Si prevedono “incentivi alla nascita di nuove imprese attraverso il rafforzamento del Fondo di Garanzia delle PMI e della sezione speciale dedicata alla micro-imprenditorialità”. In piena continuità col passato si incentiva la nascita di nuove piccole imprese quando invece uno dei limiti della nostra economia è il “nanismo” delle dimensioni aziendali. In assenza di una politica pubblica che crei posti di lavoro si illudono i giovani che possono risolvere i loro problemi facendosi imprenditori e li si immettono – con prospettive, per usare un eufemismo, assai incerte – nel tritacarne del mercato.

Nel complesso quello che manca è una vera strategia dello sviluppo, non si indicano interventi seri, investimenti pubblici nei comparti strategici. Neppure si prevede la sbandierata nazionalizzazione di almeno alcuni rami della rete autostradale. Si vuole far credere che basti dare qualche incentivo e qualche mancia a destra e a manca perché il resto lo faccia spontaneamente il mercato.

Conclusioni.

La manovra del governo viene criticata dai rigoristi per la disattenzione ai vincoli europei e alla necessità di abbattere il debito. Ma questa critica che vorrebbe una più stretta osservanza del fiscal compact non fa che riproporre il vecchio rigorismo, caro agli speculatori e che ci ha portati dove oggi siamo. Né si può considerare espansiva una manovra che prevede una espansione nominale della spesa pubblica dello 0,1%, il che significa meno risorse per gli investimenti, per i servizi pubblici e per la spesa sociale: un taglio dell’ordine del 5%. C’è anche da considerare che le clausole di salvaguardia, che scattano automaticamente qualora non si raggiungano gli obiettivi di equilibrio del bilancio, non saranno più gli aumenti dell’IVA, come previsto dai precedenti governi, ma tagli di spesa.

Neppure condividiamo le critiche degli economisti che invocano come un toccasana una espansione della spesa pubblica ancora più sostenuta di quella programmata dal governo e se la prendono con i vertici europei per non aver capito la loro lezione (neo)keynesiana. Sappiamo invece che la fame di profitto rende impraticabili queste politiche se non si accompagnano quantomeno ad un forte intervento pubblico nelle decisioni di investimento e a un rigoroso controllo dei movimenti di capitale, altrimenti resteremo sempre vittime della speculazione sul debito pubblico dello spread e delle agenzie di rating. Quest’assenza e la completa salvaguardia degli interessi padronali sarà il motivo per cui, al di là di qualche contrattazione e polemiche di facciata, il grande capitale e i poteri europei non faranno la guerra a questo governo. Anzi in questo momento, dopo l’insuccesso e l’impopolarità delle politiche di austerità, esso costituisce per loro il male minore.

Senza considerare che cascano come la manna dal cielo le riforme di questo governo che, anziché cancellare la povertà, combattono i poveri, alimentano la guerra fra poveri e rafforzano la repressione. La recente acclamazione di Salvini da parte di Confindustria si spiega così.

13/10/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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