Saluteremo il signor padrone. Viva l’8 Marzo

La perpetuazione del legame tra lavoro femminile e improduttività del lavoro, ha reso le donne, per interminabili secoli a livello sociale, nulla più che ombre.


Saluteremo il signor padrone. Viva l’8 Marzo Credits: La combattente antifascista spagnola Marina Ginestà ritratta nel 1936 da Juan Guzmàn davanti all'Hotel Colòn di Barcellona

Per l’8 marzo 2017 è stato indetto uno sciopero internazionale delle donne che portava un significativo slogan: “se la mia vita non vale, mi fermo e non produco”. Tralasciando in questa sede i riferimenti alla genesi e all’organizzazione di questa importante giornata di lotta (leggi) - che venne lanciata per la prima volta nel 1911 da una grandissima rivoluzionaria tedesca, Clara Zetkin - è forse utile sviluppare qualche ulteriore riflessione proprio a partire da quello slogan, che mercoledì ha portato in piazza milioni di donne in 40 paesi del mondo.

Ad un primo approccio, la questione più rilevante sottesa al “se la mia vita non vale, non produco” appare essere la denuncia, doverosa, contro qualsiasi forma di violenza di matrice patriarcale, machista e maschilista, da quella psicologica e culturale a quella fisica, che indubbiamente continua ad opprimere la donna in ogni angolo del pianeta, sino a sfociare in episodi di brutalità volgare ed efferata che purtroppo molto spesso conducono alla morte. Per quanto questi vergognosi fenomeni restino ancora oggi all’ordine del giorno e si assista ad una generale regressione culturale su scala globale attorno al tema dei rapporti fra i sessi e a nuovi e poderosi attacchi verso le donne anche nel mondo occidentale (ndr, basti pensare alle fetide affermazioni del neo-presidente a stelle e strisce Donald Trump), dobbiamo necessariamente fare un passo indietro nell’analisi del tema in questione.

Quando si conviene sulla genuinità e sulla bontà del metodo storico-dialettico nella lettura e nell’analisi dei fenomeni storici, significa che si concorda sulla lettura della storia non come un susseguirsi di “fatti creati dalle idee astratte”, bensì come un continuo e dialettico relazionarsi tra lo sviluppo dei fattori strutturali (ossia connessi con lo sviluppo delle forze produttive) e fenomeni e strutture sociali e culturali. Tale rapporto ha contraddistinto e contraddistingue tuttora ogni epoca storica, dalla più arcaica a quella moderna e, pertanto, anche le ragioni legate all’origine della struttura familistica e la genesi del patriarcato, in quanto strutture sociali, sono da considerarsi strettamente interconnesse ai meccanismi e alle vicissitudini della produzione economica e alle esigenze di quest’ultima.

Ne L’origine della famiglia, della proprietà privata, dello Stato,Engels (1884) analizzava con molta lucidità come fosse stato proprio l’aumento della produzione dei beni necessari e la produzione di un surplus rispetto a tali bisogni economici basilari degli antichi gruppi familiari, a provocare la tendenza a privilegiare il lavoro produttivo (ossia, in questo senso, la produzione di un sovrappiù destinata alla vendita con fine di lucro che, ora, avrebbe necessitato di maggiore forza-lavoro), rispetto al lavoro domestico. Attività che, considerata come lavoro di carattere privato e quindi inadatto a divenire fonte di lucro, venne estromessa dalla categoria dei lavori produttivi e riservata alla gestione e alla cura femminile. La donna, dunque, proprio in ragione dei mutamenti produttivi e di divisione del lavoro avvenuti a livello sociale, perdeva di fatto, al contempo, sia la possibilità di influire su un piano di parità all’organizzazione e alla produzione sociale, sia la possibilità di relazionarsi, sempre ad un livello di parità, anche entro le mura della casa, con chi, al contrario, era soggetto di lavoro produttivo, ovvero l’uomo.

Nei secoli successivi, all’interno di ogni modello economico adottato - dallo schiavismo antico al feudalesimo, dal mercantilismo sino all’avvento del capitalismo odierno - divenivano sempre più dominanti, dunque, due aspetti: il carattere oppressivo e parassitario della classe dominante, grazie allo sfruttamento lavorativo della classe subalterna e, in secondo luogo, la predominanza del carattere produttivo e proficuo del lavoro.

Per perpetuare nei secoli un modello sociale ed economico fondato sullo sfruttamento del lavoro - del lavoro dello schiavo, ridotto a essere una “cosa” per un tempo infinito, del lavoro della donna che è stata anch’essa poco più di una “cosa”, e costretta a svolgere mansioni che, seppur essenziali alla vita collettiva, vengono da sempre rese invisibili e non retribuite, del lavoro, infine, dei e delle salariate che vendono la propria forza lavoro in cambio di un compenso infinitamente inferiore rispetto al valore prodotto, e non si possono appropriare né degli strumenti del proprio lavoro, né del prodotto che da esso deriva, né della gestione sociale della produzione sulla base delle esigenze collettive - pareva fondamentale la promozione di un modello culturale e sociale che favorisse tali sperequazioni.

Il patriarcato si sviluppa, dunque, e si fortifica nel tempo come proiezione a livello sociale e culturale dei rapporti di sfruttamento inerenti alle esigenze della produzione economica e al lavoro, intercorrenti già all’interno della famiglia - nucleo produttivo originario per eccellenza - in base ai quali la donna rimaneva relegata alla dimensione curativa ed educativa, mentre l’uomo deteneva e gestiva in via esclusiva la titolarità dei rapporti giuridici ed economici. Nell’antica Roma, ad esempio, la patria potestas si strutturava come istituto cardine fondamentale a livello sociale ed economico in quanto il pater, quale capofamiglia della gens, era l’unico soggetto dotato di piena titolarità giuridica. Divenendo proprietario: dei beni prodotti e di quelli utili alla produzione, degli schiavi (che secondo il diritto romano erano “cose”, sulle quali il padrone aveva facoltà di decidere a piacimento della vita o della morte) ed anche dei beni della moglie, la quale “passava” dalla soggezione sociale, economica e giuridica del suo genitore a quella di suo marito nel momento del matrimonio.

La perpetuazione del legame tra lavoro femminile e improduttività del lavoro, ha reso le donne, per interminabili secoli a livello sociale, nulla più che ombre. Non a caso solamente quando, nell’Ottocento, le esigenze economiche del capitalismo in fase di sviluppo determinarono la necessità materiale di allargare il bacino della forza lavoro e le donne vennero per la prima volta incluse nelle filiere produttive, cominciarono le prime rivendicazioni economiche e, poi, sociali e politiche capaci di sortire un effetto dirompente, trasformando profondamente la storia dell’emancipazione femminile nel solco della lotta contro la brutalità dello sfruttamento capitalistico.

Cosa c’è di diverso oggi, rispetto alla riproduzione di un modello economico e sociale fondato sullo sfruttamento dell’essere umano? Nulla. Anzi, assistiamo ogni giorno all’inasprimento della barbarie prodotta dall’ostinata irrazionalità di un capitalismo in una fase di crisi acutissima che, di conseguenza, reclama sangue e una ulteriore contrazione dei salari di tutti e di tutte (ndr,a maggior ragione, del lavoro femminile, il primo posto sull’altare sacrificale ogni qualvolta le esigenze del profitto lo esigano) e dei diritti conquistati in anni di dure lotte. Al contempo, non è affatto un caso che proprio oggi aumentino esponenzialmente le violenze, la discriminazione, la svalutazione nei confronti dei soggetti doppiamente oppressi a causa della loro appartenenza al “sesso sbagliato, all’etnia sbagliata, alla parte del mondo sbagliata”.

L’oppressione, la ghettizzazione e la violenza sono quanto mai funzionali perché ancora oggi, anzi, a maggior ragione oggi, è necessario evitare il formarsi di un fronte unico tra gli sfruttati e le sfruttate, i marginalizzati, i “senza valore”. Se questo accadesse significherebbe l’inizio della fine del predominio secolare dei forti sui deboli, sia di quei pochi che detengono le redini dello sfruttamento e dell’oppressione di massa, sia di coloro che, singolarmente, vengono appositamente invitati ed istruiti a sentirsi investiti a loro volta di una piccola sfera di potere oppressivo, tollerato, incoraggiato, illusoriamente catartico: gli uomini nei confronti delle donne.

Assenza di valore, infatti, significa proprio questo: assenza di forza, di influenza, di importanza, di potere. E se è vero che, anche per quanto riguarda le donne, tutto ciò è accaduto sulla base delle considerazioni svolte in precedenza, allora è altrettanto vero che la donna che lamenti la mancanza di valore della propria vita, non può limitarsi a denunciare ed esigere la fine della violenza fisica e culturale subita nei secoli o semplicemente la costruzione di una contro-cultura femminista. Ella dovrà necessariamente lottare per una partecipazione vera e piena alla vita e all’organizzazione sociale su un piano di parità rispetto all’uomo, e, entrambi, imperativamente fuori dalla logica dello sfruttamento umano che, di per sé, se continuasse ad esistere quale elemento centrale dell’attuale organizzazione sociale, non potrebbe che impedire fisiologicamente il reale superamento di qualsiasi forma di violenza ed oppressione.

Anzi, si rischia di ingenerare il paradosso che le donne appartenenti alle classi subalterne, pur continuando ad essere esponenti di un genere oppresso, proseguano non solamente a subire una triplice oppressione, in quanto lavoratrici salariate e uniche responsabilizzate per la cura di casa e figli, ma continuino oltretutto a sperare invano che possa stabilirsi una benché minima prospettiva di lotta disinteressata e unitaria con le donne appartenenti alle classi dominanti. Le quali, invece, una volta conquistatisi gli spazi per l’affermazione e il mantenimento dei propri privilegi di classe, difficilmente si accolleranno il compito di lottare al fianco delle oppresse per l’abbattimento degli stessi.

L’affermazione di una sterile dicotomia uomo-donna quale contraddizione primigenia a fondamento della disparità e della violenza, contribuirebbe ad affievolire anche la portata rivoluzionaria della ribellione femminile. Se, per assurdo, riuscissimo ad ottenere nell’attuale sistema una regolamentazione maggiormente incisiva nei confronti dell’inibizione della violenza sulle donne, della libertà di aborto, di una maggiore sicurezza rispetto al posto di lavoro, trattamenti salariali paritari e via discorrendo. Se, dunque, potesse verificarsi un miglioramento generale delle condizioni di vita delle donne, esse non dovrebbero concludere che “ora che la mia vita vale di più, posso continuare a produrre”. Al contrario, esse dovrebbero continuare a lottare ancora più duramente al fine di ottenere finalmente la cessazione della barbarie globale degenerativa delle condizioni dell’umanità intera, causata dal modo di produzione capitalistico nella sua fase imperialistica. E se, dunque, la contraddizione principale da sciogliere resta attualmente quella della fine dello sfruttamento degli esseri umani nei confronti di altri esseri umani, allora la lotta rivoluzionaria non può prescindere dall’unione delle forze e delle coscienze di tutti gli uomini oppressi e di tutte le donne oppresse.

Solamente nella società ancora da costruire sarà possibile, con enorme sforzo, eliminare il disvalore che attualmente investe ancora le donne. A partire dalla loro partecipazione alla vita produttiva sino ad inglobare la loro condizione sociale e culturale, recuperando una dimensione di dignità effettiva e non puramente formale a beneficio di tutte e di tutti.

E se l’8 marzo ha già voluto essere un importante segnale in questo senso, esso non può essere che l’inizio di un sempre più radicale percorso di consapevolezza e di lotta che tutte le donne e gli uomini devono arrivare ad avvertire come prioritario e necessario per liberarsi dalla morsa delle proprie doppie, triple, ormai insopportabili catene. Che sia l’8 marzo ogni giorno, lottiamo uniti per la nostra liberazione. Viva l’8 marzo, viva la rivoluzione!

11/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: La combattente antifascista spagnola Marina Ginestà ritratta nel 1936 da Juan Guzmàn davanti all'Hotel Colòn di Barcellona

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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