Giornata Mondiale contro le Mutilazioni Genitali Femminili

L’Onu rilancia la sfida globale a una gravissima violazione dei diritti della persona umana.


Giornata Mondiale contro le Mutilazioni Genitali Femminili Credits: Campaign road sign against female genital mutilation By Amnon s (Amnon Shavit) - Own work

L’Onu rilancia la sfida globale a una gravissima violazione dei diritti della persona umana, scommettendo sulla generazione delle giovani donne e con interventi volti ad accelerare l’eradicazione di questa pratica brutale entro una generazione.

di Ida Paola Sozzani

Prima Parte

New York. L’Onu stima fra i 130 e i 140 milioni le bambine, ragazze e donne che hanno subito mutilazioni genitali (MGF) in oltre 40 Paesi del mondo.

Le mutilazioni genitali sono una pratica tradizionale esercitata all’interno di vari gruppi etnici e prevalentemente concentrata in 27 Paesi dell’Africa, nello Yemen e nel Kurdistan iracheno, ma presente anche in tutta l’Asia (Arabia. Emirati Arabi, India, Indonesia, Malesia, Sri Lanka) e nel medio oriente (tribù beduine in Israele, Giordania) e nelle varie comunità della diaspora e dei migranti nel mondo globalizzato ( Australia, Nuova Zelanda, Scandinavia, Stati Uniti, Canada, Europa). Il continente africano resta di gran lunga il più toccato dal problema: in testa per prevalenza (numero di eventi MGF sul totale della popolazione di sesso femminile al tempo T) ci sono Egitto, Somalia e Guinea con una prevalenza di 98 per cento-90 per cento di donne mutilate, seguiti da vicino (90/80 per cento) da Sudan, Eritrea e Mali. Alta prevalenza anche in Etiopia, Mauritania e Burkina Faso, mentre fra il 40 e il 30 per cento si calcola la prevalenza di donne mutilate in Nigeria, Ciad, Kenia, Senegal, Gambia e Uganda.

A livello internazionale e nella prospettiva di tutti i governi degli stati membri dell’Onu si è oggi affermata una visione comune condivisa da tutti i Paesi che le mutilazioni genitali femminili rappresentano una violazione gravissima ed estrema dei diritti umani delle donne e delle bambine, un grave pericolo per la salute sessuale e riproduttiva e una forma di violenza basata sul genere, cioè orientata e agita deliberatamente contro le donne in quanto tali. 

Questo consenso largamente condiviso si è riflesso e tradotto in due Risoluzioni assunte dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite in tema di mutilazioni genitali femminili, la risoluzione 67/146, riaffermata nella risoluzione 69/150 del 2014: esse rappresentano una cambiamento epocale rispetto ai decenni passati, quando l’argomento era considerato troppo “sensibile” dal punto di vista culturale per alcuni stati membri dell’ONU per essere affrontato con qualche prospettiva di successo.  E’ su queste nuove basi che è oggi possibile delineare tra gli obiettivi  prioritari della comunità internazionale l’eradicamento delle pratiche delle mutilazioni genitali in tutti i Paesi  nell’arco di una generazione. Il gruppo aperto di lavoro ONU sugli obiettivi di sviluppo sostenibile ha incluso le MGF tra i target che devono guidare l’agenda internazionale per lo sviluppo dal 2016 al 2030.

La pratica di mutilare i genitali alle bambine e alle donne affonda nella notte dei tempi 

L’origine esatta della mutilazione genitale femminile è sconosciuta ed esistono varie teorie al riguardo, mentre i primi documenti storici su tale pratica risalgono a seimila anni fa. Essa rappresenta un agito sociale discriminatorio che ha radici nella diseguaglianza di genere dettata da abitudini culturali e identitarie tipiche di gruppi etnici con società di tipo fortemente patriarcale e patrilineare. Le mutilazioni sono volte a porre le donne sotto il controllo sociale del clan e del gruppo etnico di appartenenza (perpetuazione della consuetudine attraverso credenze e ritualizzazione), controllando socialmente la sessualità femminile che viene minata e distrutta nella propria integrità e auto-determinazione.

La mutilazione genitale femminile è praticata nelle comunità in cui, generalmente, le donne hanno un accesso limitato alle risorse economiche o sociali e devono garantirsi buone prospettive di matrimonio se vogliono assicurarsi un mezzo di sostentamento per la propria esistenza.

Anche ai nostri giorni, nei contesti dove sono diffuse, le MGF vengono praticate nella convinzione che la verginità, la  limitazione delle esperienze sessuali prima del matrimonio e la fedeltà matrimoniale, conseguente alla diminuzione del desiderio sessuale associato alle MGF, rappresentino un plusvalore indispensabile alla donna per trovare un marito e garantirsi una condizione matrimoniale capace di garantire un futuro di prosperità alla ragazza. La mutilazione genitale rappresenta un investimento che le giovani donne fanno con il proprio corpo, che per quanto associato a grande timore, muove dalla motivazione di migliorare la salute, salvaguardare la castità, l’igiene, la coesione sociale, l’onore familiare, e finanche la fertilità e la buona riuscita del parto. 

La trasmissione intergenerazionale di queste credenze e pratiche tradizionali avviene nel contesto della famiglia o clan, e la pratica delle mutilazioni genitali è affidata a “mammane” specializzate nel “cutting” o agli esperti  barbieri del villaggio, abili nell’uso del rasoio.

Durante l’infanzia delle bambine la preparazione al rito si associa alla trasmissione di stereotipi sociali, igienici, estetici e religiosi garantita dal gruppo delle donne più anziane nei confronti delle bambine e giovani, loro figlie e nipoti, che vengono sottoposte, in genere a partire da qualche mese dopo la nascita ed entro i 5 anni di età, ma anche nell’adolescenza o agli inizi della età adulta, a questi ancestrali riti cruenti di “iniziazione” per essere ammesse alla “comunità femminile”.  Nessuna bambina riesce a sottrarsi, per timore e sotto pena, qualora non rispetti la tradizione, di essere socialmente reietta, bandita ed esclusa dal matrimonio e dal gruppo di appartenenza. 

MGF e Religioni 

La mutilazione genitale femminile precede nella storia degli uomini molte religioni moderne, fra cui il Cristianesimo e l’Islam. É diffusa e praticata sia fra i cristiani (protestanti, cattolici e copti), che fra i musulmani, gli ebrei, gli animisti e gli atei. Spesso accade che talune etnie riconducano la pratica della mutilazione a dettami religiosi. Tuttavia, la MGF non viene contemplata in nessun testo scritto delle religioni considerate. Là dove esiste,  il collegamento fra credo religioso e pratica delle MGF scaturisce piuttosto da una consuetudine religiosa che ha supportato canoni morali, igienici ed estetici relative alla verginità e alla castità in vista del matrimonio. Va ricordato come la cintura di castità sia stata uno strumento di controllo sessuale in certe epoche del Medioevo europeo e come la clitoridectomia sia stata usata nella medicina occidentale fino ai tardi anni ‘50 del ventesimo secolo per curare la ninfomania, la promiscuità e la masturbazione.

Profili socio-economici e scolarizzazione

Sotto il profilo socio economico la prevalenza delle MGF nei vari Paesi e gruppi etnici non collima con i consueti indicatori di povertà-ricchezza-scolarizzazione-inclusione sociale. Se è vero che recenti survey internazionali dell’Onu hanno evidenziato una maggior presenza di MGF nelle aree rurali piuttosto che nelle città e fra i ceti socio-economici svantaggiati, va però sfatato il binomio semplicistico povertà e arretratezza = MGF. In Sudan e Somalia ad esempio l’alfabetizzazione e perfino l’accesso delle madri a una educazione secondaria o di livello universitario non solo non si è tradotta automaticamente nell’abbandono della tradizione di mutilare genitalmente le figlie, bensì si è accompagnata addirittura a un aumento della pratica: evidentemente altri fattori antropologici e sociali sono all’opera e determinanti nel mantenere la pratica delle MGF, a dispetto dello sviluppo socioeconomico.

Ma cosa sono le MGF?

L’organizzazione mondiale della sanità (WHO), il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (UNICEF) e il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA), in una dichiarazione comune dell’Aprile 1997, definiscono mutilazioni genitali: “Tutte le procedure che comportano la rimozione parziale o totale dei genitali esterni femminili, ovvero altre ingiurie agli organi genitali femminili inferte per ragioni culturali o di altro ordine, non di tipo terapeutico”. 

La concretezza e brutalità di queste pratiche cruente comprende lesioni di tipo più o meno invasivo che variano nei vari gruppi etnici, in dipendenza anche della abilità di chi le pratica. 

L’OMS ha classificato le MGF in 4 gruppi principali: tipo 1: escissione del prepuzio del clitoride con o senza asportazione di parte o di tutto il clitoride (quella che viene chiamata in alcune culture circoncisione femminile/Sunna); tipo 2: escissione del clitoride con asportazione parziale o totale delle piccole labbra; tipo 3: escissione di una parte o di tutti i genitali esterni (tutta la vulva) con sutura pressoche totale dell’ingresso della vagina: in questo caso si parla di infibulazione (10% del totale MGF), altrimenti conosciuta come circoncisione faraonica.  Tipo 4: puntura (pricking/nicking e circoncisione cosiddetta “simbolica”, perforazioni o incisioni del clitoride o delle labbra; allungamento per trazione del clitoride o delle labbra; cauterizzazione mediante bruciatura del clitoride e del tessuto circostante; abrasione del tessuto intorno all’orifizio vaginale o incisione della vagina; introduzione in vagina di sostanze corrosive o vegetali allo scopo di provocare sanguinamento o restringimenti della vagina stessa. 

Conseguenze sanitarie devastanti

Gravi, gravissime e perfino letali sono le conseguenze per la salute fisica, sessuale e psichica delle donne, che vengono sottoposte a queste pratiche dolorosissime da neonate, nell’infanzia o all’inizio della pubertà, ma talora anche da adulte o reiteratamente dopo ciascun parto (scucitura e ricucitura dei genitali) spesso riportando infezioni, epatiti, AIDS e sterilità. 

Una revisione sistematica condotta a partire da 56 studi condotti nei vari Paesi ci restituisce tutta la drammaticità dei vissuti di queste bambine e donne sia nel breve, sia nel lungo periodo. Nei primi giorni dopo ogni tipo di mutilazione genitale subita si manifestano diverse complicanze – ciascuna stimata con un’incidenza del 10% – come dolore, emorragie, impossibilità a urinare, infezione della ferita e dificoltà di cicatrizzazione, e sono anche descritti casi mortali di difficile stima numerica dovuti a  sanguinamenti fatali, anemia grave, infezioni urinarie, setticemia, tetano, gangrena, fascite necrotizzante ed endometrite. Poichè le MGF in alcuni gruppi etnici avvengono durante riti e feste collettive, dove più bambine sono sottoposte insieme a questi “riti di passaggio” e dove le mammane o il barbiere del villaggio che pratica le MGF utilizza come strumenti per l’incisione praticata su più bambine rasoi, lamette, coltelli, pietre, spine di cactus o altre piante, è all’ordine del giorno il contagio collettivo da parte di microrganismi patogeni come batteri e virus che sono responsabili della trasmissione di gravissime infezioni – assai diffuse infatti in Africa – come Sepsi, Epatite virale di tipo B e C, Aids.

Le complicanze tardive si sviluppano nel tempo e devastano le donne per tutta la vita, in dipendenza della gravità della mutilazione subita. Nelle donne che hanno subito l’escissione più o meno completa si osservano cicatrici deformanti o esuberanti come cheloidi, cisti epidermoidi infette, tumori a partire dai nervi clitoridei recisi. Viceversa le ragazze infibulate che hanno un meato urinario ristretto a 2-3 millimetri soffrono di cistiti croniche dolorose con difficoltà a urinare, calcolosi, incontinenza cronica. Talora il sangue mestruale non defluisce e comporta forte dolore. Ne consegue la formazione di fistole (cioè comunicazione fra le cavità di 2 organi contigui) vescicovaginali e rettovaginali, con gravi conseguenze infettive croniche e dolore che insieme alla stenosi della vagina minano la possibilità di rapporti sessuali e la fertilità. Le donne mutilate genitalmente divengono sterili o spesso hanno parti traumatici, o devono subire parti cesarei che nelle aree depresse dell’Africa e fuori da contesti ospedalizzati si concludono con la morte della madre e/o del neonato. Dopo il parto in molte donne residua una importante fistola ostetrica.

Un trauma psichico e sessuale

Sotto il profilo psicologico generale parecchi studi condotti nei vari paesi hanno evidenziato fra le donne sottoposte a MGF sindromi postraumatiche da stress, depressione e disturbi d’ansia.  Sentimenti di vergogna e acquisizione di consapevolezza di essere state tradite e ingannate dalla propria famiglia e dalla propria cultura di appartenenza subentrano in queste donne quando lasciano i paesi d’origine e diventano consapevoli che la loro non è una condizione naturale normale. Le funzioni sessuali della donne mutilate sono sempre compromesse: una meta-analisi condotta a partire da 15 studi effettuati su 12.671 donne di 7 Paesi hanno rilevato che una donna su tre sperimenta anedonìa, cioè è incapace di provare piacere sessuale; a causa delle difficoltà nei rapporti sessuali c’è un calo del desiderio sessuale doppio che nelle donne normali e il 52% delle donne soffre cronicamente di dispareunia, cioè dolore durante i rapporti sessuali. La difficoltà ad espletare il parto per via vaginale e la sequela di complicanze del parto in queste donne ha anche profondi risvolti psicologici.

06/02/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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