Dall’illusione alla realtà: il Brasile dell’ultimo decennio

Provenendo dalla regione nordestina del paese – quella più povera e diseguale – ed avendo fatto parte, come operaio metallurgico, di uno dei maggiori sindacati brasiliani, la popolarità di Lula nel 2002 era straordinariamente elevata in quella parte del proletariato e del sottoproletariato che normalmente veniva esclusa dalle istituzioni “democratiche”: in altri termini, si trattava di un esercito di 60 mln di brasiliani che vivevano ben al di sotto della soglia di povertà ed abitavano in case fatiscenti residenti in luoghi malsani, come le celeberrime e numerosissime favelas


Dall’illusione alla realtà: il Brasile dell’ultimo decennio

Si guarda con sempre maggiore interesse allo sviluppo che,  in forme diverse, stanno avendo i paesi dell’America Latina. Alla stagnazione provocata dalle cosiddette “riforme strutturali”, dettate in primis dal FMI, figlie della necessità degli imperialismi di consolidare il loro dominio di classe su scala globale, molti paesi del Sudamerica propongono un’alternativa.  Il Brasile di Lula ha rappresentato e continua a rappresentare una speranza concreta di avanzamento sociale per milioni di persone, tuttavia i rapporti di proprietà non sono stati intaccati in maniera rilevante: questi avanzamenti infatti sono in gran parte frutto della redistribuzione della ricchezza all’interno della classe lavoratrice.  

di Francesco Schettino      

Provenendo dalla regione nordestina del paese – quella più povera e diseguale – ed avendo fatto parte, come operaio metallurgico, di uno dei maggiori sindacati brasiliani, la popolarità di Lula nel 2002 era straordinariamente elevata in quella parte del proletariato e del sottoproletariato che normalmente veniva esclusa dalle istituzioni “democratiche”: in altri termini, si trattava di un esercito di 60 mln di brasiliani che vivevano ben al di sotto della soglia di povertà ed abitavano in case fatiscenti residenti in luoghi malsani, come le celeberrime e numerosissime favelas. Il pacchetto di misure adottato al fine di sconfiggere fame e povertà (fome zero, bolsa familia ecc.) – arma principale nella prima elezione di Lula – ha definito dei risultati inconfutabilmente di rilievo: circa 20 mln di individui, nell’ultimo decennio, sono stati tratti fuori dalla miseria e, anche in termini di diseguaglianza, i dati aggregati mostrano come, nello stesso periodo, sia avvenuto un miglioramento complessivo dell’indice che la misura (Gini). Bolsa familia è attualmente il programma di aiuti più ingente al mondo, coprendo circa 40 mln di individui (la cui maggior parte è residente nelle regioni del nord e nel nord-est), costando allo stato brasiliano circa lo 0,5% del Pil e facendo parte dei prestiti condizionali,  cosa che ha attratto le simpatie del Fmi e del capitale privato. Nello stesso periodo, in controtendenza con l’andamento dell’accumulazione mondiale, il Brasile è cresciuto in maniera sostenuta divenendo, nel 2011, la sesta economia, in termini di Pil, del pianeta. Questi elementi, messi a sistema, mostrano un paese che, nel giro di poco più di un decennio, è riuscito a ridurre di un terzo la povertà, a svilupparsi a tassi di crescita che i paesi più avanzati sognano e a contrarre la diseguaglianza, che, in ogni caso, resta tra le più alte del mondo. 

Tuttavia, nel 2012, milioni di persone invadevano le strade di tutte le città del Brasile dapprima per richiedere la riduzione del singolo biglietto dei mezzi pubblici e poi per rivendicare maggiore giustizia economica e sociale. Si trattava principalmente dei figli della middle class, che sono stati i principali finanziatori delle politiche sociali (fome zero ecc.) di Lula prima e di Dilma poi. In sostanza, questi programmi si basano su una redistribuzione interna alla classe subalterna del salario complessivo guadagnato dai lavoratori brasiliani, attraverso la tassazione (diretta ma soprattutto indiretta), senza che le immense rendite dei latifondisti e i favolosi profitti di padroni e sfruttatori siano minimamente scalfiti: in questa maniera, ciò che lentamente è andata sgretolandosi è proprio la struttura della classe media. Dietro alle performance economiche, apparentemente salvifiche, dell’ultimo decennio si annida infatti una forte tendenza alla polarizzazione dei redditi, per ora mascherata – e dunque ancora non emersa in tutta la sua potenziale violenza – dalla crescita del Pil che, per ora, è stata in grado di sopperire alle modifiche strutturali, invece già avvenute [2]. Ma, considerando che questo ritmo di accumulazione è legato a dinamiche valutarie favorevoli alle esportazioni delle merci brasiliane e, soprattutto, al flusso straordinario di capitale fittizio che sta gonfiando la bolla speculativa in maniera spettacolare, viene da chiedersi per quanto tempo un sistema di questo tipo possa tenersi in piedi e cosa, invece, potrà agire come detonatore che svelerà la grande illusione, riportando tutti i brasiliani sullo scarno terreno della realtà. 

Note:

[1] Per maggiori approfondimenti si veda anche Coggiola O. (2010) Fome, capitalismo e programas sociais compensatorios, https://www.academia.edu/8550976/Programas_sociais_focalizados
[2] Clementi e Schettino (2015), Declining Inequality in Brazil in the 2000s: What is Hidden Behind?, Journal of International Development, doi: 10.1002/jid.3076.  

 

11/04/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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