Donne, giovani e figlie di immigrati: le candidate vincenti dei Socialisti Democratici d’America

Dopo molti decenni il socialismo riappare nella politica statunitense e su posizioni ancora più esplicite e coerenti rispetto a quelle di Bernie Sanders grazie ad un movimento caratterizzato da giovani militanti che si impongono a sorpresa nelle elezioni primarie sui candidati dell’establishment democratico.


Donne, giovani e figlie di immigrati: le candidate vincenti dei Socialisti Democratici d’America Credits: SARAH ROGERS/THE DAILY BEAST

I ritmi della politica americana rispecchiano quelli della competizione di mercato e, anche senza bisogno dell’instabilità politica, ci si ritrova nuovamente in campagna elettorale, a meno di due anni dalle presidenziali, per le cosiddette elezioni di “mid-term” (medio termine) del Congresso Federale degli Stati Uniti, che prevede il rinnovo parziale dei seggi sia della Camera dei Rappresentanti che del Senato.

In questo contesto, la recente tornata di primarie del Partito Democratico per la selezione dei candidati da presentare alle elezioni di novembre è stata foriera di un paio di belle sorprese per la sinistra americana di opposizione.

Due giovani candidate, assolutamente estranee ai circoli dell’establishment del Partito Democratico, hanno prevalso su due vecchi volponi della élite democratica tradizionale. Esse sono entrambe esponenti dei Socialisti Democratici d’America, un movimento politico di sinistra, anzi di “estrema” sinistra per gli standard mediatici americani, fondato negli anni Settanta, peraltro su basi ideologiche allora differenti da quelle attuali, e fino ad oggi piuttosto marginale nel panorama politico nazionale.

Si tratta di Alexandria Ocasio-Cortez, 28 anni, di origini portoricane, che lo scorso giugno si è aggiudicata la candidatura per il distretto di Bronx-Queens a New York, e di Rashida Tlaib, 42 anni, di origini palestinesi e musulmana, che ai primi di agosto ha emulato la prima in un distretto elettorale del Michigan, nell’area di Detroit.

In entrambi i casi le due candidate hanno vinto in distretti tradizionalmente a maggioranza democratica e pertanto è quasi certa la loro elezione al Congresso degli Stati Uniti. Si tratterebbe quindi di un evento storico per la politica statunitense. È infatti dal dopoguerra che non si ricordano politici di livello nazionale che si autodefiniscano esplicitamente socialisti.

Le modalità con cui le due candidate hanno ottenuto la vittoria contro ogni pronostico, sono state abbastanza simili, così come l’importanza che entrambe pongono sulla centralità del concetto di classe e sull’orientamento espressamente anticapitalista.

Alexandria Ocasio-Cortez ha vinto contro un pezzo da novanta, Joseph Crowley, al suo decimo mandato in Congresso, pienamente sostenuto dal potente establishment democratico di New York e da finanziamenti per la campagna elettorale 10 volte superiori a quelli della sua rivale, grazie ai suoi noti legami con ambienti della finanza di Wall Street. Un candidato centrista, quindi, neanche progressista o “liberal”. La Ocasio-Cortez ha invece puntato tutto sulla mobilitazione popolare e sul suo radicamento sociale e di classe, grazie anche alla sua esperienza professionale di educatrice e di organizzatrice di attività sociali e comunitarie nel suo quartiere. Significativi, in tal senso, alcuni suoi slogan elettorali: “They have got money, we have got people” (“loro hanno i soldi, noi abbiamo il popolo”), in aperta contrapposizione all’establishment democratico e “One of Us” (“una di noi”) per far leva su un elettorato in maggioranza di origini ispaniche e latinoamericane come lei. Tra i suoi cavalli di battaglia elettorali: assistenza sanitaria gratuita per tutti (“Medicare for All”), istruzione universitaria gratuita, limitazioni alla vendita di armi, riforma del sistema penale con maggiori diritti ai carcerati, riforma del sistema di finanziamento delle campagne elettorali, abolizione del c.d. “ICE”, il sistema di segregazione dei figli minorenni di immigrati, sul quale abbiamo recentemente scritto in questo giornale.

In una recente intervista Alexandria Ocasio-Cortez ha spiegato che per lei il socialismo è: “rappresentanza diretta e potere al popolo per garantire il benessere sociale e materiale e un livello dignitoso di vita per tutti”. La Ocasio-Cortez, non potendo competere con il budget del suo avversario, ha fatto un grande ricorso all’uso dei social network così come alla presenza costante sul suo territorio, un’abitudine ormai in disuso tra i candidati democratici tradizionali. È sostenuta inoltre da movimenti quali Black Lives Matter, Brand New Congress, Democracy for America, MoveOn, Our Revolution, e Justice Democrats. La Confederazione sindacale AFL-CIO ha invece supportato Crowley.

Anche Rashida Tlaib ha seguito le orme della Ocasio-Cortez. Ella, tuttavia, doveva fronteggiare un candidato storicamente radicato, nero e di orientamento più progressista. Anche il suo distretto elettorale è di matrice operaia, con una forte presenza di immigrati e di minoranze etniche. Alla fine ha prevalso per la sua capacità di trasmettere un messaggio autentico e credibile e riuscendo ad identificarsi con i suoi elettori dal punto di vista degli interessi di classe, superando anche l’insidia di possibili divisioni di natura razziale o religiosa. I temi di Rashida sono stati gli stessi di quelli di Alexandria, inclusa la battaglia per il salario minimo a 15$. Adesso “rischia” di essere la prima donna musulmana della storia ad essere eletta in Congresso, ma lei si mostra più interessata comunque ai temi sociali ed economici.

Un’altra storia interessante e ancora in corso di svolgimento, è quella di Julia Salazar, una candidata anche lei indipendente e appartenente ai Socialisti Democratici d’America, che si candida alle primarie del Partito Democratico per la candidatura al Senato dello Stato di New York nel distretto di Brooklyn. Seguendo le orme delle sue compagne Rashida e Alexandria, anche Julia, nella sua campagna elettorale, sta facendo leva sulla sua identità di classe, lei che proviene da una famiglia di origine colombiana e si è sostenuta gli studi universitari alla Columbia lavorando come bambinaia e come domestica. Anche nel discorso elettorale di Julia Salazar emerge la centralità dei temi economici e sociali e riferiti ad un esplicito interesse di classe: assistenza sanitaria gratuita per tutti, diritto alla casa, stop alle carcerazioni ed alle deportazioni di massa, ampliamento dei diritti sindacali e della contrattazione collettiva. Un’altra esperienza da seguire con attenzione, specie dopo che la vittoria di Alexandria Ocasio-Cortez ha generato un’inaspettata esposizione mediatica su tutti i canali mainstream che ha permesso ai Socialisti Democratici d’America di aumentare i propri iscritti passando in poche settimane da circa 5.000 a 40.000.

Alcune riflessioni meritano di essere condotte su questa interessante novità della politica americana, benché ancora limitata nel tempo e nelle dimensioni e tutta da verificare nel suo prossimo sviluppo.

In primo luogo emerge chiaro il rapporto, anche dichiarato, tra le vicende di Alexandria, Rashida e Julia e l’eredità della campagna di Bernie Sanders alle primarie presidenziali democratiche del 2016. Sono passati appena due anni ma sembra in effetti già un’epoca. L’onda lunga di Sanders non c’è stata in termini immediati e diretti, né rispetto ad una trasformazione interna del Partito Democratico - in realtà erano in pochi a crederci seriamente anche all’interno della componente progressista - e neanche in termini di nascita di una corrente politica organizzata interna al partito, giacché “Our Revolution”, che ne è l’espressione attuale, fin qui ha incontrato forti limiti, dovuti spesso a ragioni interne alla componente e a palesi deficienze organizzative e politiche, prima ancora che alla resistenza opposta dall’establishment e dalle correnti centristi e liberal dominanti nel partito.

Invece, l’esperienza dei giovani Socialisti Democratici d’America sembra avere delle carte vincenti: si tratta di candidati “indipendenti” che però decidono di utilizzare la piattaforma del partito democratico soltanto come uno strumento, accettandone naturalmente anche le regole e le costrizioni, al fine di far emergere un’opzione politica alternativa nei confronti di un più ampio elettorato di riferimento, classe dei lavoratori in primis, che rimarrebbe altrimenti dominato dalla narrativa democratica mainstream.

La circostanza di essere indipendenti rispetto all’organizzazione del Partito Democratico permette inoltre a questi candidati di mettere a punto una piattaforma politica ancora più a sinistra di quella che era stata fin qui la linea di Bernie Sanders, con il quale comunque la connessione appare al momento piuttosto stretta.

Queste giovani candidate sono diretta espressione della classe lavoratrice americana, caratterizzata sempre di più da una complessa multi etnicità che negli ultimi decenni aveva rappresentato un rischio (di divisione “orizzontale” della classe stessa) e un limite. Inoltre, negli ultimi anni, il discorso delle componenti progressiste dei democratici erano state sempre più incentrate sui diritti civili piuttosto che su quelli sociali ed economici. L’esperienza dei democratici socialisti dimostra, al contrario, che quando si riportano al centro dell’azione politica le tematiche economiche e sociali, si riesce subito a ricompattare i ranghi della classe lavoratrice e a superare le linee di artificiale divisione etnica e culturale, che fanno il gioco delle classi dominanti.

L’insistenza sul “politically correct” che ha caratterizzato il discorso politico della classe politica e intellettuale negli ultimi decenni, non a caso in perfetto parallelo con l’affermazione del pensiero unico neoliberista in economia, ha dato vita ad un sistema politico apparentemente orientato a sinistra, nel discorso pubblico di facciata, ma di fatto funzionale all’applicazione di politiche fortemente regressive a livello economico-sociale e marcatamente di “classe”, nel senso del rafforzamento della classe protagonista del capitalismo globale transazionale. Un fenomeno che, come sappiamo, non riguarda soltanto gli Stati Uniti d’America, ma che da qui ha avuto senz’altro origine all’indomani della caduta del blocco socialista e della fine della fase storica della guerra fredda.

È quindi particolarmente incoraggiante che proprio da qui, dall’epicentro del capitalismo globale, emerga a livello politico una nuova narrativa e che questa narrativa riporti nel dibattito politico temi che erano divenuti tabù quali il socialismo, la coscienza di classe, il conflitto capitale-lavoro, anche come nuova interpretazione delle divisioni razziali.

E sempre su questa linea non è strano che le candidate dei democratici socialisti non si interessino più di tanto, nel loro discorso politico, alla demonizzazione di Donald Trump, che è invece diventata, da oltre un anno a questa parte, la vera ossessione politica dell’establishment del Partito Democratico, in connessione con la classe intellettuale dominante e con alcuni settori del grande capitale, in particolar modo quelli che originano dalla rivoluzione tecnologica della West Coast. I media mainstream americani sono quotidianamente dedicati a dibattere ossessivamente di tutte le vicende e gli scandali che possano consentire di minare le basi della presidenza Trump, nella speranza di generare una procedura di impeachment. Soprattutto la vicenda, che continua a rimanere ambigua e poco fondata su concreti elementi di prova, dell’influenza dei servizi segreti russi sulle elezioni presidenziali (c.d. Russiagate). E a fianco di questa questione, vengono quotidianamente alimentati nuovi scandali e nuove polemiche alle quali sinceramente riteniamo di non dover dedicare troppo spazio in queste pagine, aderendo pienamente all’approccio di Alexandria, Rashida e Julia.

Naturalmente tutti questi elementi incoraggianti e di speranza dovranno fare i conti, nei prossimi mesi e anni, con le sfide che certamente emergeranno e che metteranno alla prova questo movimento per verificare la sua solidità politica e le sue reali prospettive di medio-lungo termine. C’è senz’altro da aspettarsi una forte reazione dell’establishment democratico, che è già in allarme, con la leader del gruppo democratico al Congresso, la senatrice Nancy Pelosi, che ha lanciato il primo guanto di sfida ai socialisti democratici. Tra le manovre che i democratici metteranno in atto ci sarà senz’altro il tentativo di cooptare le due probabili neo-elette al Congresso sui temi di resistenza a Trump al fine di depotenziarne i temi economici e sociali che potrebbero mettere in imbarazzo l’intero partito rispetto ai suoi ben solidi legami con numerosi settori del grande capitale finanziario e industriale.

Le due giovani deputate potrebbero facilmente ritrovarsi isolate in un Congresso dominato dalle lobbies. E si tratta, per il momento, di una lotta assolutamente impari che sarebbe illusorio e infantile tentare di portare fino in fondo senza prima aver consolidato le basi sociali e politiche del movimento. E ci vorranno necessariamente anni.

Nel frattempo la vera grande opportunità per i socialisti democratici è quella di sfruttare la presenza in Congresso, e quindi l’esposizione mediatica e politica che ne deriverà, per poter disporre, come sosteneva il nostro caro Lenin a proposito del sistema borghese di rappresentanza parlamentare, di una tribuna politica che consenta di amplificare la propaganda di classe e ampliare il livello di consapevolezza politica e di impegno da parte di vasti settori di essa. Senza abbandonare, nel frattempo, l’impegno alla mobilitazione sul territorio che fin qui ha pagato. Il potenziale esiste, come abbiamo evidenziato in un nostro precedente articolo, soprattutto tra le nuove generazione dei cosiddetti “millenials” che auspichiamo possano diventare nei prossimi anni protagonisti di un movimento politico e sociale, piuttosto che di nuovi trend di consumo, come vorrebbero destinarli i grandi “sacerdoti del marketing”.

18/08/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: SARAH ROGERS/THE DAILY BEAST

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L'Autore

Zosimo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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