Il successo di Sanders e il nostro fallimento

L’affermazione negli Stati Uniti di un candidato che si richiama al socialismo ha dell’incredibile rispetto ai magri risultati della sinistra italiana.


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L’affermazione elettorale di un candidato negli Stati Uniti che si richiama esplicitamente al socialismo ha dell’incredibile rispetto ai magri risultati di una sinistra italiana che da anni mira a risalire la china prendendo le distanze da tale prospettiva. La crisi del capitalismo, se favorisce l’affermazione di forze di sinistra anti-sistema persino negli Usa, rischia al contempo di rendere di nuovo possibile il successo di forze reazionarie, quando la sinistra non è in grado di presentarsi come realmente alternativa.

di Renato Caputo

Nel 2009, vedendo il film di Michael Moore Capitalism: A Love Story, apprendemmo con sconcerto che mentre in Italia avevamo il primo parlamento, dall’allargamento del suffragio universale nel 1881, senza nemmeno un socialista, persino negli Stati Uniti vi era un deputato che si richiamava a tale gloriosa tradizione. Neppure il più inguaribile ottimista avrebbe potuto immaginare che appena 7 anni dopo, tale illustre sconosciuto, che nello stesso film di Moore appariva come l’ultimo dei Mohicani, potesse divenire uno dei possibili candidati alla Casa Bianca [1].

Allo stesso modo nemmeno il più inguaribile pessimista avrebbe potuto immaginare nel 1984, quando il più grande partito comunista dell’Europa occidentale si affermava come primo partito nelle elezioni europee, che neppure trent’anni dopo nel nostro parlamento non solo non ci fosse neppure un comunista, ma neanche un socialista.  

Tanto meno si sarebbe potuto immaginare che, a trent’anni da quella grande affermazione elettorale del Pci, in Italia chi dirige il tentativo di riaggregazione della sinistra di alternativa si dimostri spaventato che si possa parlare a questo proposito di una “cosa rossa”.  Anzi oggi si discute se il nuovo soggetto possa definirsi di sinistra, tanto più che nelle precedenti elezioni lo stesso Prc si è presentato in coalizioni elettorali in cui il termine sinistra era considerato tabù.

Per le prossime elezioni comunali rischiamo di avere, nelle due principali città italiane, come candidato di una parte consistente della “sinistra di alternativa”, da una parte un manager già commissario dell’expo e direttore generale della Moratti, dall’altra un politicante che è stato dal 2000 al 2005 economista al Fondo monetario internazionale, poi responsabile economico del Pd con il governo Monti e, infine, Viceministro dell’Economia e delle Finanze nel governo Letta.  Dunque, nella migliore delle ipotesi rischiamo di avere come sindaco di Milano un manager di destra sponsorizzato da ampi settori della sinistra, mentre a Roma avremo come candidato della sinistra uno dei responsabili delle politiche economiche di destra degli ultimi anni che, anche per i più ottimisti, difficilmente supererà il 5%.

D’altra parte l’exploit di Sanders nel mondo occidentale non appare affatto isolato. Abbiamo infatti in Gran Bretagna Corbyn, esponente dell’estrema sinistra del Labour Party, che ha in modo del tutto inaspettato stravinto le primarie, in Portogallo due partiti che si richiamano al comunismo condizionano pesantemente il nuovo governo socialista, anche in Spagna la formazione di un governo socialista è fortemente influenzata dall’ottimo risultato elettorale di Podemos, un partito che come Syriza – che in Grecia si è affermato come primo partito – deve parte significativa del proprio successo all’essersi presentato come chiara alternativa di sinistra rispetto ai partiti socialisti di quei paesi.

In Italia al contrario la ricostruzione della sinistra di alternativa è ostaggio di parlamentari che, dopo aver votato negli ultimi anni tutte le misure più antipopolari, aspirano a un rilancio dell’Ulivo, ossia a ricostruire quella coalizione elettorale guidata da un democristiano, che ha brillato nella svendita del patrimonio pubblico, nelle imposizioni delle misure di austerità europee e per aver guidato due governi presentatisi come di centro-sinistra che hanno portato avanti politiche di destra [2].

Ora è evidente, mi pare, che dinanzi alla crisi strutturale senza precedenti dei paesi a capitalismo avanzato si aprono grandi spazi alle forze di alternativa. È altrettanto evidente che le forze che si presentano con un programma di gestione da sinistra dell’austerità, rilanciando l’illusoria immagine di un capitalismo dal volto umano, siano sempre più in crisi nei paesi a capitalismo avanzato. È, infatti, chiaro che la crisi di sovrapproduzione, il conseguente aumento della disoccupazione, la crescente concorrenza dei paesi che hanno solo di recente intrapreso uno sviluppo in senso capitalista, la massa di disperati in fuga dalle guerre imperialiste, rendono sempre più ristretti i margini redistributivi, tanto che l’unica forma di keynesismo attualmente realizzato nel mondo occidentale è il keynesismo militare.

Altrettanto necessariamente, però, il successo delle forze che si presentano con un programma decisamente di rottura e radicalmente alternativo – rispetto alle forze politiche al governo negli ultimi anni, tutte subordinate al pensiero unico neoliberista – può favorire tanto forze radicali di sinistra che di destra. La crisi di un determinato modo di produzione può sempre avere un duplice sbocco, o nel senso dello sviluppo di un modo di produzione più razionale, in grado di rilanciare le forze produttive socializzando i mezzi di produzione, o in senso regressivo, con il precipitare della società in una nuova epoca di barbarie, che come le precedenti potrebbe durare anche secoli. 

Così oggi, al successo sopra richiamato di forze che si presentano con un programma di netta alternativa di sinistra, rispetto alle politiche precedenti, fa riscontro il successo, a partire dagli stessi Stati Uniti, delle forze populiste e dei demagoghi più o meno di destra: da Donald Trump, al Fronte Nazionale, dalle forze xenofobe nell’Europa occidentale, alle forze fondamentaliste in molti paesi del sud del mondo.

Sotto certi aspetti l’attuale situazione ricorda pericolosamente quella apertasi dopo la prima grande crisi del capitalismo, culminata nella prima guerra mondiale e la seconda grande crisi, quella del 1929, quando al successo dell’alternativa socialista si accompagnava il progressivo affermarsi di forze populiste, xenofobe, fasciste e più in generale: totalitarie [3]. Ora nel nostro paese l’affermazione di tali forze reazionarie è in parte rallentata dal successo del populismo centrista grillino. Tuttavia la disillusione che potrebbe sorgere dalla prevedibile incapacità dei grillini, una volta al governo, di dare una soluzione di sinistra alla crisi, potrebbe significare l’affermazione anche da noi dell’estrema destra, da Salvini a Casa Pound.

Appare dunque evidente che l’unica reale possibilità di arrestare la resistibile ascesa del populismo di destra, del razzismo e del fondamentalismo, sia una prospettiva radicale di rottura con le precedenti politiche, tutte egemonizzate dall’ideologia liberale, di destra o di sinistra. A questo proposito è indispensabile presentare dei candidati credibili, in quanto del tutto estranei al ceto politico della classe dirigente che ha governato in senso liberale negli ultimi decenni i paesi a capitalismo avanzato, sia nella versione di centro destra che di centro-sinistra [4].

Questa è la condizione necessaria, ma non sufficiente, per una affermazione sul piano elettorale di una alternativa di sinistra, altrimenti non si spiegherebbe il fallimento di candidati come Ingroia. In questi casi le ragioni della sconfitta vanno ricercate non solo nel fatto che tali candidati sono stati spesso usati come foglie di fico per riciclare il vecchio ceto politico, ma nell’ancora più significativa ragione che una candidatura diviene un’alternativa credibile non populista solo se è il prodotto più o meno reale di movimenti di lotta.

Questa è indubbiamente la radice comune del successo altrimenti assolutamente incomprensibile di candidati come Sanders, Tsipras o Iglesias. Per quanto in modi diversi, essi rappresentano la ricaduta sul piano elettorale di movimenti più o meno significativi di rottura con le politiche del pensiero unico liberale. Senza il movimento di Occupy Wall Street, degli Indignados, senza le grandi lotte sociali e gli scioperi in Grecia, tali affermazioni elettorali non sarebbero state possibili.

Ciò, però, dovrebbe farci riflettere su un altro aspetto altrettanto importante, ossia sul fatto che anche una netta affermazione elettorale di una forza di sinistra alternativa, con un programma di rottura con il liberismo, non porta nulla di buono e, anzi, rischia di essere contro producente – favorendo la delusione fra gli elettori di sinistra e facendo apparire come alternativi i candidati di destra – se non si accompagna a un rilancio delle lotte e dei movimenti sociali. Come ci insegna la triste parabola di esponenti della sinistra di alternativa divenuti presidenti – da Lula da Silva a Tsipras, per limitarci ai casi più noti – se tali affermazioni elettorali non sono funzionali a un rilancio dei movimenti e della lotta di classe si favorisce la riscossa della tenebra del quotidiano ai danni dello stesso principio speranza [5].

Dunque, prima ancora di individuare una proposta di classe dirigente di alternativa, che si presenti in netta discontinuità rispetto ai precedenti governi di centro-destra e centro-sinistra liberale, occorre rendere possibile una loro affermazione e, in seguito, rendere utile tale successo elettorale rilanciando la lotta di classe a partire dal piano sociale ed economico [6].

   

Note:

[1] Chiudiamo questo articolo prima di poter conoscere i risultati delle primarie in Nevada e South Carolina. 

[2] Senza dimenticare che il maggiore sindacato italiano è diretto da una craxiana, mentre il più ampio partito che si richiama al comunismo da un ministro del governo liberista denominato Prodi bis.

[3] Tornando indietro nel tempo, potremo ricordare la crisi dei Comuni che ha aperto la strada sia a ipotesi radicali di sinistra, come quelle dei Ciompi a Firenze, sia decisamente reazionarie come le signorie. Un’altra analogia potrebbe essere fatta con la crisi della democrazia ateniese, che ha portato da un lato allo sviluppo della grande utopia comunista di Platone, dall’altro all’affermarsi di governi sempre più populisti, che hanno segnato il tragico tramonto della grande civiltà ellenica.

[4] Tale netta rottura con il passato è anche l’elemento in grado di far comprendere l’affermazione dei candidati senza qualità del movimento grillino.

[5] Particolarmente allarmante è, a questo proposito, il fatto che la maggioranza degli esponenti che stanno in Italia guidando il processo di riaggregazione di una sinistra di alternativa non solo non abbiano fatto tesoro di tali fallimenti, ma si ostinano a considerare il governo Tsipras un modello da difendere e rivendicare.

[6] Ciò è evidentemente impossibile sino a che non si produrrà una netta rottura con la direzione neo-corporativa del sindacato.

19/02/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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