La Libia e l’Italia. Il colonialismo e i suoi effetti.

Non sembra esserci ancora uscita dal caos dopo l’eliminazione di Gheddafi nel 2011.


La Libia e l’Italia. Il colonialismo e i suoi effetti.

In questi ultimi mesi è difficile seguire gli avvenimenti della Libia. Non sembra esserci ancora soluzione di uscita dal caos che si è determinato a seguito dell’eliminazione di Mu’ammar Gheddafi il 20 ottobre 2011 a Sirte, assassinato durante la guerra civile, senza alcun processo, dalle forze di opposizione al regime appoggiate dai raid della NATO. E dopo il nuovo colpo di stato del 2014 che ha generato il caos e due governi, a Tripoli e a Tobruk.

di Laura Nanni

26 gennaio 2016: Il Pentagono sta già intensificando la raccolta dati che serviranno a: bombardamenti, raid e seguenti. Il generale Serra è nel mirino dei Jihaidisti.[1]

È la risposta al mancato accordo nel parte del parlamento di Tobruk, quello riconosciuto dalla comunità internazionale, di un governo di unità nazionale: 89 componenti su 104 votano no.

Mentre a Tripoli c’è un governo islamista non riconosciuto. Sembrava un passo importante per porre fine alla divisione dei poteri tra le due città.

Si votava per il governo di concordia voluto dalla comunità internazionale, il Comitato di sicurezza libico lo stabiliva tra 1l 13 e il 14 gennaio, comprende 32 ministri e un premier, Fayez al Sarraj. Sembra che la causa del disaccordo sia quell’articolo 8 che prevede che il premier sia anche capo dell’esercito libico.

16 gennaio 2016: Quattro cacciabombardieri nella base di Trapani Brugi, pronti per la ricognizione.

E' la mossa dell'Italia contro la Libia. “La decisione - fa sapere lo Stato Maggiore della Difesa - è maturata a seguito dei recenti sviluppi nell' area dei Paesi del Nordafrica e del conseguente deterioramento delle condizioni di sicurezza.”[2]

Arrivano notizie sugli orrori degli avvenimenti che si susseguono senza fermarsi, attacchi terroristici, cattura di prigionieri, esecuzioni, scontri tra IS e tribù che devono sottostare a pagamenti e a condizioni imposte.

L’IS ha occupato diverse postazioni e rivendicato il controllo di Sirte, città del colonnello Gheddafi a 430 chilometri ad est di Tripoli. In uno stato lacerato dalle suddivisioni tra diverse tribù, dove la separazione tra Cirenaica e Tripolitania ha ricominciato a farsi sentire, (l’unificazione del territorio in uno stato libico era avvenuta a seguito della colonizzazione da parte dell’Italia del governo Giolitti nel 1911).

Secondo un rapporto Onu l’IS può contare su duemila-tremila miliziani in Libia, tra cui 1.500 solo a Sirte.

14 gennaio 2016: un C-130 preleva 15 soldati feriti. Il blitz è avvenuto nel segreto più totale e il governo ne ha data notizia solo a cose avvenute, quando tutto era andato per il verso giusto. L'altro ieri, alle prime luci dell'alba, un C-130 della nostra Aeronautica militare si è alzato in volo dall'aeroporto di Pratica di Mare.[3]

Si trattava di soccorrere 15 feriti delle tribù di Misurata vittime dell’attentato terroristico a una scuola di polizia a Zlitan. Non c’è da stupirsi, la ministra Pinotti aveva già parlato qualche tempo fa, fine 2015, delle attività di addestramento e di collaborazione dell’Italia in Libia. I feriti sono stati portati all’ospedale del Celio.

Si parla di minacce dirette all’Italia da parte di al Qaeda, al generale Serra che guida l’operazione di messa in sicurezza. Già perché a livello dei politici e dei diplomatici il linguaggio che si usa è quello di messa in sicurezza della Libia a cui la comunità internazionale sta lavorando: o si forma un governo locale, con i paesi occidentali che ‘aiutano’ o sarà fatta direttamente dai governi occidentali.

Tripoli, Tobruk, Bengasi, Sabrata, Misurata, Derna, Sirte sulle mappe militari oggi indicano soprattutto luoghi su cui si arroccano i tanti signori della guerra. Una città in particolare, Sirte, è al centro dell'attenzione. Dove Sirte è considerata la Raqqa libica.

La Libia ha chilometri di costa affacciati sul mediterraneo, una vicinanza strategica all’Europa, è un paese ricco di materie prime tra cui gas e petrolio. Ha una posizione privilegiata verso il cuore dell’Africa e centrale nei territori arabi. Proprio per la sua posizione strategica, è stato un attimo per l’IS capire che sarebbe stato un giochetto conquistare terreno. Dopo l’eliminazione del governo della Giamiaira è divenuto un paese lacerato, pieno di scontento, di disordine e di armi che, alla fine del governo di Gheddafi sono uscite dai depositi rimasti oramai incustoditi, finite le mani della popolazione e dei gruppi terroristici. Gli jihadisti ci hanno messo poco a conquistare territori e ad arrivare in Mali.

La Libia che ho conosciuto nel 2000 era un paese vivibile. Era l’inizio di un’apertura e del disgelo almeno verso l’Italia, ma ancora non era stato rimosso dall’elenco degli stati canaglia da parte degli USA, cosa che faranno nel 2006.

Siamo stati invitati per uno scambio tra istituzione scolastica e lega degli insegnanti arabi, avevamo studentesse-docenti provenienti dalla Libia.

Di una dimensione 4 volte e più dell’Italia e 6 milioni di abitanti circa, aveva una ricchezza che le permetteva di essere un paese d’accoglienza per i migranti dai paesi africani che arrivavano per lavorare. Alla conferenza, a parte la presenza di docenti provenienti da ogni città e dalle diverse tribù, stupiva l’organizzazione: una lega degli insegnanti e non un ministero per la loro struttura. Perché nella Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista (Giamahiria significa repubblica delle masse) l’organizzazionea seguito della rivoluzione del 1969 era qualcosa di molto diverso da ciò che immaginavo. Deposto re Idris da ufficiali nasseriani, Gheddafi, a guida della rivoluzione, dal’69 aveva governato attraverso un’organizzazione che si poneva come alternativa al capitalismo e al comunismo, la chiamava la terza via. Una sorta di democrazia diretta espressa da comitati di base, seicento, congressi popolari, rappresentativi di piccole realtà locali e specifiche fino ad arrivare al livello nazionale del Congresso popolare.

Fatima si divertiva a spiegarci che non esistevano ministeri ma comitati che decidevano nei vari ambiti lavorativi, per cui accadeva che i negozi chiudessero in orari differenti secondo giorni e decisioni prese. Le donne a Tripoli giravano con o senza velo e nessuno si stupiva; i più anziani incontrati girando per le strade e i negozietti parlavano italiano, non dimostravano risentimento nonostante il colonialismo subito, né pregiudizi nonostante l’espulsione dei 20.000 Italiani benestanti residenti in Libia avvenuta nel 1970.

La scuola visitata aveva classi di 40 alunni minimo e laboratori impeccabili con materiali informatici da noi considerati obsoleti. Non si vedevano che scritte arabe e le immagini del colonnello erano piuttosto frequenti nei diversi luoghi. Rifiuti nelle strade quasi assenti, abituata ai cassonetti enormi, mi aveva colpito, perché mi faceva pensare alla riduzione al minimo dei rifiuti di una società molto diversa da quella consumistica. Abbiamo bevuto the alla menta sui variopinti tappeti delle case semplici e ampie. Abbiamo conosciuto la meraviglia di Leptis Magna, sito archeologico dorato nel deserto a picco sul mare.

Un paio di mesi fa a Roma ho rivisto una delle famiglie che ci ha accolto in Libia, è qui in Italia con un bambino di 8 anni: sono profughi, ora hanno avuto lo status di rifugiati. I loro volti e le poche parole evocano quanto accade ora, anche se non hanno smarrito il sorriso e la speranza.

Per comprendere meglio i motivi che hanno portato la NATO a eliminare Mu’ammar Gheddafi e quindi a smantellare lo stato libico, mi sono posta delle domande e ho ipotizzato qualche risposta. Perché se è vero che c’era bisogno di cambiare qualcosa in quello stato, questo non può essere che un processo di trasformazione autodeterminato, non imposto da paesi occidentali che hanno interessi economici e che non rispettano le peculiarità locali.

1. Gheddafi ha aiutato Arafat nella causa palestinese.

2. Nel 1990 Nelson Mandela uscito dopo 27 anni dal carcere, è andato a fargli visita, dal momento che lo aveva sostenuto nella causa contro l’apertheid, e a chi lo sconsigliava rispondeva: “Ho tre amici al mondo: Yasser Arafat, Mu’ammar Gheddafi e Fidel Castro.

3. Nel 2009 ha fatto un discorso all’ONU come presidente dell’Unione africana, mettendo in discussione il Consiglio di sicurezza, dato che dopo la II guerra mondiale ci sono state 65 guerre e i membri non rappresentano tutti i paesi; criticando l’Agenzia per l’Energia Atomica perché solo i paesi più piccoli sono sotto la sua giurisdizione e non i più potenti; chiedendo un seggio permanente per l’Africa. Si è battuto per l’unione africana. Ha chiesto un risarcimento di 777 miliardi di dollari ai paesi colonizzatori.

Ci sono inoltre coinvolgimenti in diversi episodi di terrorismo e aggressioni militari molto equivoche e mai chiarite a fondo, che hanno riguardato anche Stati Uniti, Germania e Italia.

Riguardo le relazioni bilaterali con l’Italia, un primo comunicato congiunto c’è stato nel 1998, Dini-Mountasser, quando il nostro ministro degli Esteri dichiarava che era la fine di 30 anni di contenzioso con la Giamahiria guidata dal colonnello Gheddafi, di cui ora ci si poteva fidare, perché non faceva più parte di quei paesi che sostengono il terrorismo.

Dini dichiarava: "La Libia ha sempre anteposto la richiesta di risarcimento dei danni coloniali alla possibilità di normalizzare i rapporti fra i nostri due paesi. Non ci sarà risarcimento di danni, ma il nostro governo esprime tutto il suo rammarico per il periodo coloniale".[4] e anche: "Italia e Libia si sono accordate in questo modo: il nostro paese collaborerà allo sminamento degli ordigni rimasti sepolti dalla fine della Seconda guerra mondiale: costituiremo un centro medico italo-libico per curare le vittime delle esplosioni. Cercheremo insieme eventuali opere d'arte trafugate dalla Libia verso l'Italia. Questa è la premessa per instaurare rapporti di buon vicinato che escludono esplicitamente atti ostili di un paese contro l'altro". Oltra all’accordo per il risarcimento alle imprese italiane espulse dal territorio libico.

Poi c’è stato il trattato per la cooperazione di Bengasi del 2008, per cui sono circolati tra Italia e Libia circa 40 miliardi di euro tra 2008 e 2010.

Si può leggere della complessità dell’accordo nella “Ratifica ed esecuzione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008. Presentato il 23 dicembre 2008”, firmato a Bengasi il 30 agosto 2008 dall'onorevole Presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi e dal leader della Rivoluzione, Muammar El Gheddafi

Gli accordi economici hanno coinvolto in territorio libico imprese come ENI per il gas fino al 2047; hanno previsto collaborazione per la questione migranti e contro il terrorismo; hanno previsto infrastrutture da commissionare all’Italia. E così via.

Inoltre c’è stata l’entrata della Libia in società come Retelit, Juventus, Fininvest, Generali…Dunque, dobbiamo stupirci per l’interesse dell’Italia, oggi, ad intervenire in Libia? Dobbiamo forse pensare che gli interventi NATO siano interventi umanitari?

Note:

[1] Corriere della Sera

[2] Libero

[3] Lucia Annunziata, su Huffington Post

[4] La Repubblica del 9 luglio 1998

28/01/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Laura Nanni

Roma, docente di Storia e Filosofia nel liceo. Fondatrice, progetta nell’ A.P.S. Art'Incantiere. Specializzata in politica internazionale e filosofia del Novecento, è impegnata nel campo della migrazione e dell’integrazione sociale. Artista performer. Commissione PPOO a Cori‐LT; Forum delle donne del PRC; Stati Generali delle Donne.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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