Una prospettiva comunista contro la Nato e il terrorismo jihadista

una riflessione sulla spirale guerra imperialista–terrorismo fondamentalista dopo l’abbattimento del caccia russo.


Una prospettiva comunista contro la Nato e il terrorismo jihadista

Alla luce del clima di “guerra calda”, imposto dall’abbattimento del caccia russo da parte di un paese della Nato, proponiamo una riflessione sulla spirale guerra imperialista–terrorismo fondamentalista che si è venuta imponendo a seguito dell’oblio della necessità della transizione al socialismo, quale unica soluzione progressiva alla crisi del capitalismo.

di Renato Caputo

Come ricorda Marx, se la realtà non fosse diversa da come appare, non ci sarebbe bisogno della scienza. Come sappiamo dalla Scienza della Logica di Hegel, senza la quale come ricorda Lenin è difficile intendere Marx, la categoria della differenza tende a svilupparsi nella categoria dell’opposizione e, quindi, della contraddizione. Tanto più che, come sottolineato ancora da Marx, in un mondo come quello capitalista, dominato da feticismo, reificazione e alienazione, ciò che appare non è altro che un capovolgimento della realtà.

Esemplare, a questo proposito, può essere considerata l’alleanza Atlantica, che si presenta e giustifica come principale strumento di guerra al terrorismo, quando ne è nei fatti una delle principali cause. Certo, come ci insegna ancora la Scienza della logica, nella concretezza del reale la relazione fra due diversi fenomeni non può essere veramente intesa alla luce della sola astratta categoria di causa ed effetto, ma deve essere interpretata sulla base del più complesso rapporto di relazione reciproca, per cui la causa è al contempo l’effetto e viceversa. In altri termini come peccherebbe di astrazione sostenere che il terrorismo fondamentalista sia ciò che giustifica oggi la Nato, altrettanto astratto e, quindi, semplicistico, sarebbe sostenere che la Nato è la causa del terrorismo fondamentalista. Il che, naturalmente, non significa affatto che tali proposizioni siano false, ma che costituiscono una rappresentazione unilaterale della realtà, in quanto tendono ad assolutizzarne un aspetto per quanto significativo.

Come è indubbiamente vero che gli efferati attacchi terroristici favoriscano chi sostiene la necessità della Nato, quest’ultima come strumento militare dell’imperialismo e del neocolonialismo, con le sue altrettanto efferate azioni, non fa altro che soffiare sul fuoco che alimenta la barbara e irrazionale risposta fondamentalista. Allo stesso modo il modello di Stato teocratico sostenuto dai fondamentalisti favorisce i sostenitori della necessità di tenerci stretta la nostra società borghese, per quanto in crisi possa essere, come i modelli neocoloniali imposti con la violenza dalla Nato favoriscono la ricerca di modelli autoctoni di gestione del potere, per quanto arcaici essi possano essere. Tanto più che i modelli di Stato moderato, difeso indirettamente dalla Nato, nei paesi del Golfo persico è altrettanto, se non più arcaico e barbarico di quello per cui si batte il terrorismo fondamentalista. Infine, in entrambi i casi tali modelli irrazionali di Stati si fondano ideologicamente sulla pretesa che un altro mondo, più razionale, non sia possibile, visto il fallimento vero o presunto dei tentativi sino ad ora posti in atto di transizione al socialismo. Da questo punto di vista la sfida di rielaborare e ricostruire una prospettiva di transizione al socialismo che sappia tesaurizzare le conquiste e gli errori dei precedenti tentativi, all’altezza delle sfide del XXI secolo, appare ancora la più realistica alternativa alla spirale imperialismo-teocrazia, ossia alla fatale alternativa fra un capitalismo sempre più in crisi e un ritorno al feudalesimo. Con l’aggravante che questa agghiacciante alternativa, una volta in modo imperdonabile esclusa l’alternativa razionale del socialismo, lascia spazio ai nostalgici della soluzione nazi-fascista, che in tale drammatica situazione, apparentemente priva di alternative, trovano terreno fertile per la loro irrazionale e violenta soluzione.

Proviamo a ricapitolare questa relazione reciproca che pare alimentare questo diabolico circolo vizioso fra imperialismo e reazione fondamentalista. Occorre innanzitutto sottolineare che non si tratta, purtroppo, di una novità. Dal punto di vista storico il colonialismo prima, il neocolonialismo imperialista poi hanno cercato sempre di giustificarsi sulla barbarie reale e presunta delle popolazioni che si intendevano sottomettere. D’altra parte, queste politiche violente di dominio hanno oggettivamente alimentato e favorito reazioni scomposte, disperate e irrazionali, all’insegna egualmente della violenza come strumento per imporre un ordine sociale altrettanto poco razionale. Per limitarci a due soli esempi potremo ricordare due casi: i massacri immortalati da centinaia di film western di più o meno pacifici coloni, da parte di popolazioni autoctone rese furiose dall’occupazione dei loro territori; o la violentissima rivolta dei Boxer contro la penetrazione imperialista in Cina. In entrambi i casi si trattava di reazioni violente in nome di ordini sociali altrettanto irrazionali di quelli imposti dal colonialismo e che facilitavano, involontariamente, l’incremento dell’aggressione imperialista. Tali reazioni irrazionali favoriscono allora come oggi un clima di unità nazionale, che cementifica il rapporto servo-padrone fra classi dominanti e classi subalterne, e il superamento delle contraddizioni inter-imperialiste in nome del comune nemico.

In secondo luogo vi è un’oggettiva intesa, che ha le sue origini nella politica neocoloniale dell’Impero britannico, fra le potenze imperialiste della Nato e le dispotiche monarchie teocratiche del Golfo Persico, in nome della nota massima per cui il nemico del mio nemico è spesso e volentieri un mio potenziale amico. In tal caso il comune nemico è chiunque metta in discussione uno status quo sempre più difficilmente difendibile sul piano egemonico della ragione, che richiede, quindi, un progressivo surplus di violenza irrazionale per essere mantenuto in vita. Da questo punto di vista, oggettiva è stata la cooperazione contro ogni tentativo di aprire una prospettiva non solo socialista in Medio oriente, ma anche nazionalista. Oltre a contrastare con ogni mezzo necessario i sostenitori di un’alternativa socialista nella regione, Nato e teocrazie del Golfo hanno combattuto e continuano a combattere il poco che resta del tentativo inaugurato da Nasser e seguito in forme diverse sia dal partito Baath, sia da Gheddafi, di affermare un’alternativa ispirata al modello bismarckiano. Allo stesso modo gli Stati dispotici del Golfo sono legati alla Nato dalla lotta contro quello che resta dell’alternativa, comunque progressiva, rispetto al modello teocratico waabita apertasi con la rivoluzione iraniana del 1979.

I comuni nemici sopra elencati hanno portato dalla fine degli anni settanta i paesi della Nato e le monarchie dispotiche del Golfo a collaborare con i sostenitori del terrorismo fondamentalista. Tale più o meno diretta cooperazione ha portato a rovesciare, imponendo soluzioni islamiste, la Repubblica Democratica dell'Afghanistan e la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, i più significativi tentativi, con tutti i loro limiti, di sviluppare il socialismo in paesi islamici. In seguito hanno cooperato nella distruzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, per poi contribuire insieme nella distruzione della Giamahiria' (letteralmente "Repubblica delle masse") libica. In tal modo in tutti questi paesi, come nell’Iraq, dopo che Nato e monarchie assolute del golfo avevano rovesciato la Repubblica baathista, vi è stata una potente diffusione del terrorismo fondamentalista.

Tale oggettiva cooperazione ha inoltre dapprima contribuito alla dissoluzione dell’Urss, sia con la disastrosa avventura militare in Afghanistan, sia fomentando le forze controrivoluzionarie nelle repubbliche sovietiche con una forte presenza islamica. Tale informale alleanza sta inoltre negli ultimi anni fomentando le forze separatiste islamiche sia nella Federazione Russa che nella Repubblica Popolare cinese, i due paesi che maggiormente mettono in discussione il predominio internazionale dei paesi Nato con i loro alleati nei paesi arabi “moderati”.

Tale tentativo di destabilizzazione della Federazione Russa e la più recente alleanza informale tra paesi Nato, paesi dispotici del Golfo e salafiti che sta devastando la Repubblica Araba di Siria, facendo proliferare ulteriormente il terrorismo fondamentalista, sta creando una pericolosissima escalation che rischia di precipitare il mondo da una guerra fredda a una guerra calda. Tanto più che il governo siriano, ultima roccaforte del laicismo antimperialista e antifondamentalista inaugurato da Nasser, è un alleato strategico indispensabile per la politica estera russa da sempre proiettata alla ricerca di uno sbocco sul Mediterraneo.

Nello scenario siriano assistiamo così a uno scontro fra quanto resta delle alternative più o meno progressiste al dominio conservatore dell’imperialismo e reazionario waabita che si è progressivamente esteso su tutto il Medio oriente. Abbiamo infatti uno scontro che vede da una parte il governo siriano legato alla tradizione nasseriana, alleato con la componente maggioritaria del movimento socialista mediorientale, con le forze sciite oggettivamente antimperialiste, sorte dalla rivoluzione iraniana del 1979 e la Russia, e dall’altro uno schieramento che unisce, in modo più o meno informale, il terrorismo fondamentalista dei salafiti, l’islamismo conservatore dei Fratelli musulmani, le teocrazie del Golfo e le mire neocolonialiste della Nato.

Tale scenario è allarmante perché rischia di far precipitare il mondo in una catastrofica guerra globale, che è quanto di più lontano dalla prospettiva internazionalista sostenuta dalle forze progressiste. Cosa devono fare in questa situazione potenzialmente catastrofica queste ultime? Non credo ci si possa limitare a fare il “tifo” per il fronte che contrasta nei fatti l’alleanza informale fra salafiti, imperialisti e despoti, anche perché tale composito fronte, per gli evidenti limiti storici delle diverse forze che lo compongono, non appare in grado di rovesciare il predomino delle forze imperialiste e dei loro alleati salafiti. Si tratta piuttosto di ridare credibilità, tesaurizzando le conquiste e le sconfitte storiche del movimento socialista internazionale, alla prospettiva comunista, unica razionale alternativa a una crisi del capitalismo che non risolta rischia di far precipitare il mondo in una nuova epoca di barbarie. Tale alternativa può divenire nuovamente credibile solo se si realizzerà nei fatti, ponendosi come motore dei movimenti sociali, delle lotte di classe dei subalterni, della battaglia delle idee delle forze progressiste. Condizione necessaria, anche se non sufficiente, affinché ciò si possa realizzare è avere ben chiaro il nemico da battere ossia quell’alleanza formale che lega la Nato alle monarchie dispotiche del Golfo e informale che lega entrambi ai Salafiti. Solo così sarà possibile contrastare le tendenze bonapartiste, favorite dalla crisi, che mirano a rendere permanente lo stato di eccezione, le tendenze alla guerra fra i popoli e alla guerra imperialista che va contrastata in funzione della lotta di classe.

27/11/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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