Dietro il teatrino dei politicanti

Quali strutture economiche e sociali e quale tipo di rapporti di forza fra blocco sociale dominante e subalterno si celano dietro la riduzione del politico a policante?


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Evidentemente i politicanti che ci governano sono espressione delle sovrastrutture politiche le quali, in ultima istanza, si fondano sulle strutture sociali ed economiche. Anche perché – secondo principio di fondo del materialismo storico – la storia delle società divise in classe è stata essenzialmente segnata e caratterizzata dalle lotte sociali e, come è noto, il capitalismo tende a ridurre questo secolare scontro al conflitto fra capitalisti e proletari. Infine, terzo e ultimo fondamento del materialismo storico: lo sviluppo delle forze produttive tende a entrare progressivamente in contraddizione con i rapporti di produzione che ne avevano favorito inizialmente un eccezionale sviluppo.

Da tale contraddizione derivano le crisi delle forze produttive e, tendenzialmente, degli stessi assetti sociali che ne impediscono lo sviluppo, crisi strutturali e complessive che si risolvono o con l’affermazione di un modo di produzione più razionale e giusto o con la comune rovina delle classi in lotta, attualmente purtroppo la situazione più probabile e verosimile, da cui gli scenari distopici sui quali non a caso si esercita ormai da anni la totalità della fantascienza. Evidentemente questi scenari catastrofici sono funzionali alla classe dominante e alla sua necessità di mantenere, nonostante la crisi, l’egemonia, dando a credere che tali nefasti scenari siano naturali, da dare in qualche modo per scontati visto che un modo di produzione più razionale e giusto del capitalismo non può che essere una distopia e l’unica alternativa a quest’ultima resta un lungo periodo di crisi generalizzata della civiltà umana. Infine, al di là degli scenari funzionali all’ideologia dominante, possiamo sempre più considerare valida la definizione data da Gramsci a periodi come quello che da diversi anni a questa parte stiamo vivendo, ovvero: “la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati” (Quaderni del carcere Q 3, §34).

Ora è evidente che, sebbene il modo di produzione capitalistico conosca una profonda crisi, in particolare nei paesi a capitalismo avanzato i rapporti di forza fra le classi sociali sono caratterizzati dal netto prevalere delle forze della conservazione del modo di produzione capitalistico, che divengono tanto più reazionarie quanto più il capitalismo diviene un oggettivo ostacolo allo sviluppo delle forze produttive. Tale netto prevalere delle forze della destra, ovvero filo capitaliste, data naturalmente dalla sconfitta nella guerra fredda del blocco sovietico. Il processo di autodissoluzione del blocco sovietico ha significato in Italia l’autoscioglimento del Partito comunista.

Questo autoscioglimento ha favorito la liquidazione da parte della classe economicamente dominante della precedente classe dirigente di politicanti, funzionale a tenere i comunisti all’opposizione, ma sempre meno credibile agli occhi delle masse, vista la crescente crisi del modo di produzione che da sempre avevano difeso e cercato, in ogni modo, di imporre come dominante. Da qui l’esigenza di un rivolgimento politico in perfetto stile gattopardesco che ha segnato la fine della Prima repubblica, sorta dal compromesso costituzionale fra le forze della resistenza antifascista e i conservatori filo americani del vecchio Stato liberaldemocratico. Con l’autoscioglimento del Pci e il convertisti dei suoi successori in liberaldemocratici veniva sostanzialmente meno la rappresentazione politica, sul piano delle sovrastrutture, dei subalterni sino ad allora egemonizzati nel loro blocco sociale d’opposizione dal proletariato moderno, già sostanzialmente annichilito sul piano strutturale del conflitto sociale, con l’affermazione del toyotismo e del neoliberismo, affermazione andata di pari passo con la deriva neocorporativa dei sindacati maggiormente rappresentativi e la svolta apertamente revisionista degli ex comunisti.

In tal modo si è affermata la seconda repubblica dominata dall’ideologia neoliberista tendente a ritornare al liberismo originario, antecedente al suo storico contaminarsi prima con la democrazia e poi con il socialismo. Per cui, nonostante il permanere del suffragio universale, anche se pesantemente limitato dall’introduzione – sul modello mussoliniano e della legge truffa democristiana – del sistema maggioritario uninominale, si è tornati al vecchio bipolarismo dello Stato liberale classico anglosassone dove a contrapporsi erano i conservatori, tendenzialmente reazionari, e i liberali, apologeti del capitalismo. Visto che quest’ultima posizione era stata occupata in modo essenzialmente spontaneo dagli ex comunisti, fu necessario creare – per mantenere l’egemonia al blocco sociale dominante – a livello sovrastrutturale una forza politica conservatrice e a tratti reazionaria, che finì per coagularsi intorno a Berlusconi con l’appoggio di Bossi e Fini. Tanto più che, secondo la concezione neoliberista, i governi eletti con quello che rimaneva del suffragio universale non dovevano più avere la possibilità di mettere in discussione gli elementi strutturali economici e sociali e, quindi, non dovevano avere più voce in capitolo nelle principali scelte di politica economica.

Quest’ultima fu tolta dal controllo non solo dei parlamenti, ma sostanzialmente degli stessi governi con l’esplosione del debito pubblico, con il quale i creditori, naturalmente non eletti, prendevano il controllo della politica economica del paese. Tale restaurazione antidemocratica e neo-oligarchica aveva bisogno di una sua istituzionalizzazione, di potersi riprodurre sul piano giuridico-politico delle sovrastrutture e, a questo scopo – con il venir meno del secondo mondo anticapitalista – si è formata l’Unione europea di potenze imperialiste e filo-imperialiste.

Ciò ha significato l’esplosione dell’astensionismo fra i ceti subalterni, che hanno progressivamente intuito come il nuovo bipolarismo significasse una competizione per la spartizione del potere fra due anime dello stesso partito sociale, ovvero del partito dell’ordine capitalista e che la democrazia era stata svuotata dal suo interno con la creazione di strutture oligarchiche transnazionali che prendevano le redini delle decisioni essenziali al livello delle strutture economico-sociali, secondo uno dei fondamenti dell’ideologia neoliberista. Tale situazione non poteva che spostare progressivamente ancora più a destra l’asse della politica politicante, di pari passo con il progredire – a causa di rapporti di forza sempre più sfavorevoli per i subalterni, della restaurazione oligarchica.

D’altra parte, la crisi strutturale del modo di produzione capitalistico non poteva che proseguire il suo corso, portando in modo sempre più evidente alla tendenziale comune rovina delle classi in lotta. Così se il proletariato moderno perdeva sempre più la capacità di autorappresentarsi sul piano politico delle sovrastrutture, non riuscendo più nemmeno ad autorappresentarsi sul piano sindacale delle strutturale, i diversi politici politicanti funzionali a mantenere l’egemonia della classe dominante non potevano che perdere sempre più di credibilità, fino a essere messi da parte per meglio difendere i rapporti di produzione imperanti. I politicanti che si sono bruciati nel modo più rapido sono stati i tecnocrati, da Amato a Ciampi a Dini a Monti i quali, portando avanti una politica apertamente antipopolare – nonostante la copertura bipartisan sul piano “politico” e la copertura da parte dei sindacati neocorporativi sul piano sociale – hanno presto perso ogni capacità di egemonia sui subalterni.

Solo poco più lunga è stata la vita “politica” dei dirigenti liberali del sedicente centro-sinistra, da Prodi a D’Alema, da Veltroni a Rutelli fino a Bersani. In questo caso la contraddizione tra le politiche sfacciatamente liberiste e filo-capitaliste portate avanti una volta al governo e il presentarsi agli elettori come eredi della grande tradizione della sinistra italiana non poteva che creare una ulteriore disaffezione alla vita politica da parte dell’elettorato progressista.

Questo ha significato la fortuna del blocco conservatore capeggiato da Berlusconi con il supporto di Bossi e Fini, che per circa un decennio ha dominato il panorama della politica politicante sovrastrutturale italiana. Nel loro caso vi era una maggiore coerenza fra il dire e il fare, che non favoriva – come il trasformismo tipico del centrosinistra – la disaffezione del proprio blocco sociale di riferimento.

D’altra parte le loro politiche, anch’esse di stampo neoliberista e toyotista, come del resto quelle portate avanti dai governi tecnici, dal centro-sinistra e dalle stesse strutture volte ad assicurare la governance a livello sovranazionale – a partire dalla tristemente famosa troika – non potevano che far crescere lo scontento e la disaffezione politica fra i ceti medi e piccolo-borghesi, fra i sottoproletari e quella componente più arretrata delle masse popolari che avevano costituito la base di masse delle forze del sedicente centro-destra.

In questa crisi generalizzata del sistema di potere del blocco sociale dominante, vista l’incapacità sempre crescente del modo di produzione capitalistico di soddisfare i bisogni sociali con lo sviluppo delle forze produttive, tutti i maggiori rappresentanti sul piano sovrastrutturale della politica politicante borghese avevano finito con il perdere di credibilità dinanzi alle masse e tale inesorabile destino di decadenza, del resto, non poteva che finire con il travolgere tutte le pseudo-alternative che si erano venute a creare sul piano dell’offerta “politica” da Di Pietro a Pecoraro Scanio fino ai Cossutta e Bertinotti.

Vi era, dunque, bisogno di una nuova generazione di politicanti che rappresentasse sul piano sovrastrutturale della politica gli interessi generali del blocco sociale dominante, nel mondo più complessivo possibile. A questo proposito gli spazi lasciati progressivamente vuoti dai protagonisti della seconda repubblica liberista, sono stati via via occupati da esponenti demagoghi del populismo di centro-sinistra, con Renzi, qualunquista con Grillo e poi Di Maio, di destra con Salvini.

Si trattava, in tutti i casi, di politicanti generati sostanzialmente dal nulla dagli apparati del consenso volti a garantire l’egemonia del blocco sociale dominante. Dinanzi al prolungarsi dell’agonia della carriera “politica” di Berlusconi, il primo ad affermarsi è stato Renzi, che ha finito con accordarsi con il primo per far apparire come unica reale alternativa al suo governo quella del comico Grillo, su posizioni dichiaratamente apolitiche e qualunquiste. In tal modo ha raggiunto l’apice del suo successo nelle passate elezioni europee. Tuttavia, reggendosi sull’equivoco di essere comunque il rappresentante del sedicente centro-sinistra, portando avanti una volta giunto al governo politiche apertamente neoliberiste ha finito per perdere il consenso di una parte considerevole di quanto rimaneva del suo principale blocco sociale elettorale. Il vuoto politico ai fini della rappresentanza sul piano sovrastrutturale della politica degli interessi del blocco sociale dominante è stato coperto con la creazione, sostanzialmente da un giorno all’altro, di due nuovi leader della politica politicante: Di Maio, che incarnava nel modo più puro il prototipo qualunquista e antipolitico dell’uomo qualunque, e Salvini che ha finito con il catalizzare intorno a sé l’elettorato più conservatore e reazionario.

29/06/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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