Guerra, fake news e censura: la stampa tocca il fondo

Esprimiamo la nostra piena e incondizionata solidarietà al professor Angelo d'Orsi che negli ultimi giorni è stato fatto oggetto di infamanti nonché patetici commenti dal direttore de La Stampa Massimo Giannini che non perde occasione per mostrare quanto il giornalismo italiano sia ridotto ad uno stato di deplorevole servilismo in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo.


Guerra, fake news e censura: la stampa tocca il fondo

Il "giornale" infatti, alcuni giorni fa, ha mostrato in prima pagina una fotografia shock della città di Donetsk colpita da un bombardamento dell'esercito ucraino, titolando "La carneficina" e dando, però, a intendere che si trattasse della città di Kiev bombardata dai russi. Oltre a questa già gravissima mistificazione, in prima pagina troneggiava altresì una sonora presa in giro allo storico e filologo Luciano Canfora, sbeffeggiato e definito "pacifista da salotto" da un altro cane da guardia del gruppo GEDI, Mattia Feltri. A queste imbarazzanti e scandalose uscite su uno dei quotidiani più letti in Italia, D'Orsi reagiva, scrivendo una lettera a La Stampa nella quale veniva denunciata questa fake news e prese le difese di uno degli intellettuali più importanti del Paese, sbeffeggiato e messo in ridicolo per le proprie idee (non allineate) da un giornalistucolo qualunque. Per tutta risposta il "giornale" proseguiva nelle prese in giro e nelle offese (definendo D'Orsi un "miserabile lacchè di Santa madre Russia") senza dire assolutamente un'acca sul merito delle accuse di mistificazione rivolte, ovvero la parte fondamentale e rilevante del dibattito. Non c'è che dire, complimenti. Non vi è molto altro da aggiungere che sia altrettanto autoesplicativo, perchè si capisce veramente che abbiamo toccato letteralmente il fondo quando lo spessore degli argomenti usati da sedicenti giornalisti è tale e tanto da soprassedere completamente sulla evidente manipolazione delle notizie allo scopo di fornire una "informazione" assolutamente orientata, parziale, artefatta e quindi falsa, e concentrarsi solo e unicamente su quale originale epiteto utilizzare contro intellettuali ai quali basterebbero due minuti per sotterrare sotto il peso di una sconfinata cultura, conoscenza, intelligenza, senso della realtà, umanità e della Storia questi signori, che evidentemente al fondo rosicano per la propria sostanziale inettitudine e crassa ignoranza. Per canto nostro, non possiamo certamente rimanere a guardare, e proviamo la più desolante commiserazione per il gran numero di "professionisti dell'informazione" che in questi giorni, proprio come accaduto su La Stampa, stanno diffondendo una narrativa palesemente costruita ad arte per fomentare all'odio e alla guerra ed azzerare qualsiasi senso critico. Ribadiamo la nostra completa vicinanza agli intellettuali come D'Orsi e Canfora presi di mira coi mezzi più bambineschi e abietti, allo scopo di personalizzare e individualizzare un dibattito sul quale, con ogni evidenza, nel merito questi ineleganti personaggi non hanno la più pallida idea di cosa sostenere a fondamento delle proprie menzogne. E li ringraziamo, anche, per svolgere quotidianamente un prezioso lavoro di costruzione del pensiero critico e razionale di cui c'è tanto, troppo bisogno e che rappresenta la sola arma che possediamo per difenderci dalla carneficina e dalla barbarie in cui giorno dopo giorno siamo sempre più sprofondati.

20/03/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Redazione

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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