I veri responsabili della pandemia e delle sue drammatiche conseguenze

Stiamo vivendo in una situazione assurda e drammatica, chiediamoci chi ci ha portato a questo punto.


I veri responsabili della pandemia e delle sue drammatiche conseguenze

Siamo tutti i giorni informati e allertati sull’andamento della pandemia, che è certamente un fatto innegabile e che mette a rischio soprattutto coloro che per vivere debbono uscire di casa ogni giorno, lasciando alla cura di qualcuno (la scuola?) i loro figli. Nonostante questa gran mole di informazioni, spesso contraddittorie e confuse, che suscitano stati d’ansia e di forti preoccupazioni, nulla ci viene detto, a parte la famosa favola della zuppa di pipistrello, sulle origini del virus. Eppure sappiamo che questi virus, il cui arrivo del resto era stato annunciato almeno dal 2003, si producono a causa dell’allevamento intensivo degli animali, da cui si ricava la cattiva carne di cui ci nutriamo. A ciò bisogna aggiungere la deforestazione e la conseguente estinzione di specie animali e vegetali, l’urbanizzazione disordinata che ha provocato l’addensamento abitativo in dimore insalubri e inadeguate; fenomeni questi che hanno fatto saltare le barriere protettive tra mondo umano e mondo animale, dal quale derivano questi virus che trasformandosi colpiscono l’uomo.

Nessuno può affermare che le misure prese dai vari governi abbiano tentato di incidere su questo aspetto, limitandosi questi a blaterare di vaccini che risolveranno tutti i problemi, quando invece, se la complessiva spoliazione della natura continua in questo modo, nuove pandemie si ripresenteranno e saranno necessari sempre nuovi vaccini, nell’attesa dei quali la gente si ammalerà e in alcuni casi morirà. Né per ora ci si è preoccupati di risanare il servizio sanitario nazionale che, come mostrano queste situazioni di emergenza, deve essere completamente ristrutturato per adeguarlo alle necessità attuali, né si sono presi provvedimenti adeguati a rendere pienamente sicure le scuole e le università, i luoghi di lavoro, affidando agli stessi lavoratori – i maggiori interessati – il controllo dell’efficacia delle misure e la loro piena applicazione.

Uno solo è il responsabile delle cause della pandemia e dell’inefficacia del suo controllo: il capitalismo nelle sue forme rapaci quale si è sviluppato dalla fine del miracolo economico per riprendersi i suoi profitti e che, in particolare, nei paesi europei, tra i quali l’Italia, non ha utilizzato i mesi tra la prima ondata e la seconda per affinare le metodologie antipandemia.

Con la pandemia abbiamo scoperto (lo sapevamo) che non avevamo i tamponi né i reagenti, che la loro produzione era stata delocalizzata, inizialmente le mascherine erano introvabili o a prezzi incredibili (35 euro), e ciò sempre perché il problema non quello di è proteggere la vita umana ma produrre ciò che genera più denaro a vantaggio di pochi. Abbiamo scoperto o finto di scoprire anche che non abbiamo medici sufficienti, né infermieri, per non parlare dei letti di terapia intensiva e ciò solo perché i vari governi non hanno fatto che gloriarsi delle spending review che applicavano. Quindi anche in questo caso il responsabile è sempre il sistema economico-sociale in cui viviamo e i suoi controllori, i quali richiamano ora al lavoro i medici pensionati.

I paesi orientali, che sono riusciti a controllare il contagio, erano preparati a contrastare il fenomeno e hanno adottato strategie più efficaci di contenimento, che consistono nel ricorso a tamponi di massa là dove si registra qualche caso di infettato. Per esempio, notizia di qualche tempo fa, nella città di Quingdao (Cina), in seguito all’individuazione di un focolaio, sono stati testate 9 milioni di persone in 5 giorni, sono stati mobilitati 10.000 medici e 20.000 volontari. I contagiati, distinti in ammalati e senza sintomi, sono stati separati curati e seguiti nell’evoluzione dell’infezione (si tenga presente che i positivi al virus non sempre sono contagiosi se portatori di una carica virale insufficiente). Per esempio, in Corea del Sud sono stati approntati test rapidi e un adeguato numero di laboratori per processarli, si sono avviate procedure di tracciamento anonimo del virus, efficace nelle prime fasi della diffusione, che segnalavano ai cittadini i focolai da evitare, si è evitato il collasso delle terapie intensive, intercettando i vari livelli di malattia. Infatti, si è applicata l’importante distinzione tra casi leggeri, moderati, gravi e gravissimi (i corridoi sanitari), indirizzando i cittadini a strutture apposite (nei primi due casi in centri residenziali di isolamento, nei secondi negli ospedali specializzati per il Covid-19). Questi procedimenti hanno avuto successo per la presenza di un forte sistema sanitario pubblico, che è stato affiancato dagli ospedali militari e privati.  

Queste misure sono state da noi criticate perché violerebbero la nostra privacy, che sappiamo ormai pressoché inesistente per le numerose telecamere che ovunque registrano i nostri comportamenti e per l’accumulazione dei nostri dati personali da parte delle grandi transnazionali dominatrici di internet. Questo fatto è talmente noto che il microbiologo Andrea Crisanti, riconoscendo che lo Stato italiano non è più in grado di ricostruire la rete dei contatti data l’esplosione della pandemia, auspica che i grandi controllori (Google, Facebook etc.) mettano a disposizione i miliardi di dati accumulati per tentare di mettere in piedi un sistema di controllo della diffusione del contagio.  

Il modello sudcoreano è auspicato dal già menzionato Crisanti, il quale sostiene che i soldi impiegati per in bonus per bici e per i monopattini potevano essere utilizzati più proficuamente per l’acquisto di tamponi. Purtroppo, a suo parere, ormai il contagio è troppo avanzato e si prefigurano misure di confinamento. Non siamo ovviamente contrari né all’uso delle mascherine né al ricorso al confinamento, ma quando sono effettivamente utili, razionalmente organizzate e danno risultati, che invece sulla base degli ultimi dati (circa 29.000 contagiati al 3 novembre) sembrerebbero non dare.  Si consideri inoltre che il numero dei contagiati asintomatici scoperti giorno per giorno non è che la punta di un iceberg e che il loro effettivo numero è senz’altro molto maggiore e in costante crescita.  Ciò rende via via più discutibile e addirittura irrealizzabile una strategia basata in maniera precipua sull’isolamento il quale, per risultare davvero efficace, dovrebbe essere realizzato in strutture sanitarie apposite che in Italia, ma anche in altri paesi europei, non esistono. 

A ciò, aggiungiamo quanto scritto sul “Sole 24 ore” che il cosiddetto conctact tracing, che doveva essere rafforzato con l’aumento di tracciatori, ne impiegava il 16 ottobre solo 9.241, i quali dovrebbero essere in grado di tracciare tutti i contatti avuti dai positivi; un compito evidentemente impossibile dato che oggi siamo a 28.000 contagiati.

Dunque, ciò che in questa fase ci sembra debba essere messo tempestivamente all’ordine del giorno è il rafforzamento delle terapie intensive e sub-intensive, l’ampliamento dei reparti ospedalieri per i pazienti contagiati o paucisintomatici, che però necessitano di una più stretta sorveglianza (anziani e persone con importanti stati patologici concomitanti) e, soprattutto, il trattamento a domicilio dei casi non gravi attraverso una rete di medicina territoriale che però, in larga parte del paese, è assente o scarsamente sviluppata. 

Si dovrebbero invece assolutamente evitare iniziative come quelle del presidente della regione Campania che ha chiuso e poi riaperto le scuole, ha deciso il coprifuoco, criminalizzando i cittadini per i loro comportamenti irresponsabili e delinquenziali, caricandoli dunque di una responsabilità che non è loro e di fatto impedendo qualsiasi forma di interazione sociale e politica. Infatti, è evidente che in una fase di grave crisi economica, solo aggravata dalla pandemia, mal sopportata dalla popolazione, è opportuno contenere e reprimere il malcontento, impedendo che questo assuma forme consapevoli e organizzate. D’altra parte, la popolazione disorientata e confusa esprime il suo malessere purtroppo seguendo Salvini o Meloni, non prendendosela quindi con i veri responsabili di questa disastrosa situazione, individuabili in quella stessa classe dominante che pretende di darci ogni giorno lezioni di civiltà. In questi giorni si sono sviluppate varie proteste anche violente in varie città e si discute se gruppi di estrema destra siano dietro queste manifestazioni, i quali non crediamo siano del tutto estranei, giacché in questo caos si apre la strada a soluzioni autoritarie. Di fronte a questi eventi noi possiamo solo dire, come affermava qualcuno, che siamo di fronte a una radicale crisi della capacità di direzione delle masse proletarie; capacità che se non saremo in grado di ricostruire finiremo in quell’abisso che si sta spalancando dinanzi a noi e che ci inghiottirà senza tanti complimenti.

Con tutti i decreti del presidente del consiglio dei ministri emanati (compreso quello odierno che impone misure differenziate alle regioni), sulla cui costituzionalità sono stati espressi dubbi, e con le varie ordinanze sembrerebbe che la gestione della pandemia si sia trasformata in un problema di ordine pubblico e non nella soluzione di un problema sanitario, che dovrebbe essere attuata nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali; garanzie che nessun decreto può legittimamente intaccare e se lo fa – come di fatto avviene – sgretola i resti di quella democrazia formale contenuti nella nostra mai attuata Costituzione. 

Cominciamo a sviluppare la convinzione che, in assenza delle misure cui prima si faceva riferimento, si faccia ricorso sempre più a misure repressive, benché contraddittorie, che da sole possono fare poco, e alla sempre più demagogica colpevolizzazione dei cittadini.

È chiaro a tutti, crediamo, che gli Stati europei, e in particolare quelli maggiormente colpiti dall’aumento dei contagi, si trovano presi non fra due ma fra tre fuochi, vale a dire:

  1. la paura di infliggere ulteriori e fatali danni alle rispettive economie;
  2. nel contempo, la necessità di evitare il collasso delle già scarse risorse ospedaliere e sanitarie in genere;
  3. l’obbligo di fare i conti con un sistema europeo imperniato su logiche finanziarie che rendono già ora molto difficile l’accesso alle risorse (Recovery fund etc.,) che, solo nel luglio scorso, furono, sia pure faticosamente, presentate come una specie di trionfo di una nuova solidarietà fra le nazioni dell’Unione europea.

Questa situazione, che al momento interessa soprattutto Italia, Francia, Spagna e Inghilterra, ma che si sta estendendo all’intero continente, genera contraddizioni difficilmente superabili in un sistema basato sul mercato e sul capitale. A lungo andare, ma forse nemmeno così lungo, è molto probabile che ci si troverà a fare i conti con un impoverimento di massa di dimensioni difficilmente immaginabili e di cui già ora si scorgono segni più che evidenti. L’uso delle forze di polizia e dell’esercito, dunque, non ha più solo lo scopo di sorvegliare che i cittadini “rispettino le regole” (alcune delle quali davvero assurde, come l’obbligo della mascherina all’aperto, la chiusura dei ristoranti alle 18), ma rappresenta uno strumento, non si sa quanto efficace, di controllo e repressione dei conflitti sociali che inevitabilmente si innescheranno. Che succederà quando il blocco, non totale ai licenziamenti, sarà tolto?

Se si getta uno sguardo a quanto sta avvenendo in America del sud ci si può fare un’idea approssimativa delle tendenze autoritarie che l’epidemia incoraggia e del grado a cui possono giungere.

Infine, un altro deprecabile aspetto generato da tutta questa assurda situazione, cui ci ha condotto la classe politica di questo paese, ormai indistinguibile dal punto di vista ideologico, è la criminalizzazione degli immigrati, fatta da Salvini e dalla Meloni per biechi scopi elettorali. Infatti, secondo l’Istituto superiore di sanità i casi di coronavirus importanti sono legati soprattutto a cittadini italiani di ritorno dall’estero, anche se ovviamente non si esclude che qualche immigrato sbarcato nel nostro paese sia arrivato già contagiato. Anche la convinzione che esiste un’equazione tra immigrazione e criminalità è smentita dai dati statistici, i quali dimostrano che in realtà gli immigrati risultano essere più spesso vittime che autori di reati.

Se esiste un aspetto potenzialmente e paradossalmente positivo nel terribile periodo in cui ci troviamo a vivere, risiede nel fatto che larghe masse stanno imparando sulla propria pelle, ammesso che già non lo sappiano, quanto le politiche neoliberiste siano letali per la maggioranza del genere umano e in che assurda misura il libero mercato su base capitalistica sia incapace di fare fronte a interessi e bisogni veri e urgenti se non nella forma di un’ulteriore estrazione di profitti. La storia dei vaccini, nel caso arrivino a essere prodotti, ce ne darà un’ulteriore dimostrazione. 

Col pessimismo della regione ma con l’ottimismo della volontà, ci si può soltanto augurare che la lezione venga non solo, e ancora una volta, imparata, ma che susciti quel movimento di liberazione dell’umanità operaia, lavoratrice, immigrata, giovane, maschile e femminile, contadina, impiegatizia, disoccupata e sfruttata che il pensiero ideologico attualmente dominante considera nulla più che un arrugginito ferro vecchio del ventesimo secolo.

07/11/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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