Intervista a Valerio Evangelisti

Fascismo, internazionalismo, conflitto, organizzazione, Potere al popolo: lo scrittore bolognese ci aiuta a districarci nella complessità del presente.


Intervista a Valerio Evangelisti Credits: fantascienza.com

Intervista a Valerio Evangelisti, fondatore e direttore editoriale della e-zine letteraria Carmilla, www.carmillaonline.com

Carissimo compagno, siamo davvero entusiasti di poterla intervistare. Ci sarebbero mille cose di cui discutere con lei e questo ci disorienta ma dobbiamo pur scegliere e di conseguenza limitarci. A tal proposito abbiamo pensato, con un occhio rivolto al dibattito contemporaneo, che potrebbe essere utile riflettere sul problema principale di questa fase storica ossia la necessità per i lavoratori, le lavoratrici e in generale i ceti popolari, di dotarsi di un’organizzazione utile non solo a resistere ma anche a rilanciare l’offensiva contro le classi dominanti. Esse, infatti, stanno distruggendo ogni conquista ottenuta a partire dal secondo dopoguerra e fino agli anni settanta senza purtroppo incontrare una opposizione degna. Non vorremmo rifare la solita, ancorché importante, analisi della crisi storica della sinistra e dei suoi errori, per carità, ma semplicemente andare al sodo: che fare?

[D] All’interno di questa crisi l’attuale governo giallo-verde sta raccogliendo un ampio consenso di massa: va amalgamandosi un blocco egemonico molto forte con una base sociale incardinata nella piccola-media borghesia e una base di massa che conta tra le sue fila proprio quei milioni di proletari che un tempo votavano a sinistra e che ora sono ideologicamente attratti dalle sirene del populismo. Dove stiamo andando? Vi è una forma di fascistizzazione della società?

[R] Chiaramente sì. Il fenomeno è mondiale. Ma mentre nel passato il fascismo si affermava dopo le offensive del movimento operaio terminate in sconfitte o in vittorie molto parziali, oggi le classi dominanti ricorrono a forme di potere sempre più autoritarie per rimediare alle loro stesse contraddizioni. La globalizzazione ha dimostrato una cosa: il capitalismo vincitore non funziona. Ormai senza avversari, riesce a provocare solo lacerazioni sociali gravissime, crisi ricorrenti, ritorni a stati di miseria che parevano dimenticati. Per sopravvivere a tutto questo, pur in presenza di avversari debolissimi e disarmati, deve imporre a forza una disciplina che consenta di strappare alle classi subalterne quel poco che è ancora possibile spremerle. Facendosi autoritario, il capitale è soprattutto in lotta contro se stesso, per ragioni di sopravvivenza. Ciò in assenza pressoché totale di nemici seri.

[D] Come mai non riesce a svilupparsi un radicale movimento di classe in grado di inquadrare i problemi in maniera scientifica?

[R] In Europa, secondo me, il movimento di classe si è dissolto in un cumulo confuso di rivendicazioni individuali, arrendendosi a suggestioni liberali e cattoliche. Non a caso, oggi, chi dice “sinistra” pensa in primo luogo alla richiesta di “diritti civili”, più che a un sovvertimento dei rapporti di produzione. Eppure è su questi ultimi che sarebbe necessario far leva, rimettendoli al centro del programma. A parte coraggiose iniziative sindacali di base, limitate dai confini naturali del sindacalismo, di sfruttamento e di capovolgimento dei rapporti di forza non parla più che un’esigua minoranza. L’ideale socialista è dimenticato dai vertici; come si può pretendere che rianimi la base? Certo, la ricostruzione di un’organizzazione antagonista dovrebbe tenere conto dei profondi cambiamenti avvenuti nella composizione sociale, ed essere abbastanza duttile da adeguarvisi. Inseguire un proletariato immemore e disperso aderendo alla sua disseminazione con proposte unitarie. Ho presenti gli IWW americani, che viaggiavano da clandestini sui treni merci passando di lotta in lotta. Non è un modello, ma l’idea è quella.

[D] Indubbiamente questo ruolo di avanguardia dovrebbe ricoprirlo un’organizzazione di lotta e proprio per questo vorremmo approfondire con lei questo tema. Il problema dell’organizzazione è ovviamente un problema complesso che trova la sua impostazione giusta e la sua soluzione concreta solo all’interno di un movimento reale di conflittualità e non certamente sul piano astratto delle idee. Allo stesso tempo, però, l’astrazione può aiutare a tesaurizzare le esperienze passate facilitando l’orientamento, seppur sempre sul piano logico e astratto, nel momento attuale. Cosa pensa di Potere al Popolo? Tre parole d’ordine su cui lottare da domani?

[R] Sono stato tra i propugnatori di Potere al Popolo, uno dei primi firmatari del manifesto originario. Sono ancora convinto che, fra tanti “ismi” risorti dalla tomba – post-trotzkisti, post-stalinisti, post-maoisti, post-bordighisti, ecc. – non vi sia alternativa a PaP. Mi ha però lasciato assai perplesso la rissa sullo statuto, con colpi bassi da una parte e dall’altra. Non mi sono dunque iscritto: in questa fase preferisco osservare. In una simile posizione, non ho veste per proporre tre parole d’ordine. Solo qualche consiglio molto generico. Il tema della scelta di classe non va mai dimenticato, e ciò che è della Caritas va lasciato alla Caritas, che fa benissimo il suo mestiere. Mai scordare che la lotta è internazionale, ed è su quel piano (grazie alle oasi di socialismo che ancora tengono duro) che si potranno modificare i rapporti di forza. Non cadere nell’illusione del pacifismo a oltranza. Il nemico arretra solo quando gli si fa paura.

[D] Per trattare il tema dell’organizzazione abbiamo scelto di partire da alcuni aspetti da lei affrontati sapientemente sia nella famosa trilogia sia nel volume “Il gallo rosso”. In questi suoi lavori è possibile cogliere, con estrema chiarezza e vivacità, come vi sia un legame dialettico forte tra lo sviluppo delle forze produttive e la sua ricaduta sull’organizzazione del lavoro, sull’organizzazione sociale e di conseguenza sulle forme di organizzazione di lotta dei ceti subalterni. Forse l’esempio più vivo di tale tutt’uno dialettico è possibile coglierlo in un passaggio in cui lei evidenzia, con lucidità, come vi sia una differenza sostanziale nelle esigenze di vita e di lotta, e quindi nel concepire anche l’organizzazione, tra il bracciante agricolo emiliano e l’operaio di fabbrica torinese. L’uno ripudia il lavoro, tanto che i leaders maggiormente riconosciuti nei movimenti bracciantili erano spesso i militanti più “indisciplinati” e avvezzi al sabotaggio, l’altro, invece, costruiva la possibilità di riscatto della sua classe proprio nella capacità di poter dirigere la fabbrica, da cui sorgeva la necessità di selezionare come leaders operai riconosciuti per la loro abilità e disciplina sul lavoro. Nel caso dei braccianti, dunque, la cellula di base per l’organizzazione sovente si stabiliva in una “osteria” di paese, per l’operaio torinese si stabiliva nell’officina.

Due forme di organizzazione molto differenti che però sorgevano dalle necessità proprie della fase storica che vedeva ancora la compresenza del lavoratore di fabbrica e del contadino divenuto bracciante. Oggi l’agricoltura sebbene fortemente industrializzata vede ancora l’utilizzo di manodopera a basso costo soprattutto tra operai immigrati. Essa però rappresenta ormai solo il 2% del valore aggiunto. Il tessuto produttivo industriale ha una maglia molto fitta nella zona periferica della produzione - la piccola e media impresa - e in queste realtà sussiste un rapporto fiduciario molto forte tra datore di lavoro e dipendente, molto simile a quello del contadino e l’affittuario, che rende complicato lo sviluppo di una conflittualità diffusa; al contempo sappiamo che la piccola e media impresa vive solo in funzione della grande impresa la quale detta legge sia in termini di valore aggiunto (più di un terzo del totale) che di numero di addetti (più della metà del totale) ed è qui che forse un’organizzazione di classe dovrebbe prioritariamente guardare. Tagliamo con l’accetta: a nostro avviso il grado di sviluppo delle forze produttive rende ormai preminente la necessità di organizzarsi sui luoghi di lavoro dove lo scontro principale tra le classi, ossia quello capitale/lavoro, diviene netto e chiaro e dove le persone passano ormai la maggior parte del tempo. Lei cosa ne pensa? Guardiamo unicamente al territorio o ci rivolgiamo soprattutto all’officina? O reputa superata tale distinzione?

[R] Tra territorio e officina non c’è oggi, a mio parere, grande differenza. La valorizzazione del capitale si attua in ogni aspetto del sociale, e il territorio produce quanto la fabbrica. In tempi di “sussunzione reale”, nessuno è escluso dalla produzione, perché anche l’estinto “tempo libero” è diventato funzionale allo sfruttamento. Ciò apre, in teoria, una prospettiva potenziale: anche settori della piccola e persino media borghesia potrebbero essere coinvolti da forze antagoniste intelligenti. Nessuno è oggi “centrale”, a parte il capitale che regge economia e potere.

[D] Ritenendo ancora valida la dottrina dello Stato tratteggiata da Marx ed Engels, poi ripresa e sistematizzata da Lenin, noi crediamo che la rivoluzione si materializzi quando dall’oscurità della fabbrica [1], dai quartieri popolari, sorgono nuove forme di democrazia che superano quelle tipiche del mondo borghese (partiti, sindacati, etc). Uno dei traguardi fondamentali della lotta di classe, a parer nostro, è proprio quello di spezzare le catene dello stato borghese per instaurare una forma superiore di democrazia: quella consiliare. A tale scopo si è dibattuto molto, e si continua a dibattere nel movimento comunista, sul significato storico (non solo su quello immediato) e sull’attualità della parola d’ordine “Tutto il potere ai soviet”. Lei come la pensa in merito? ritiene ancora valida e quindi vivificabile storicamente questa parola d’ordine o è da vetero comunisti?

[R] I soviet durarono tre anni appena, forse quattro, nella formulazione originaria. Preferisco le “comunas” della rivoluzione bolivariana. Più che alla storia, guarderei al contesto internazionale. Perché un’inversione di tendenza o sarà internazionale, o non sarà. Ne sono convinto da decenni. Io sono “vetero” e basta. Alle giovani generazioni tocca risolvere i problemi del loro tempo. Ma non siano troppo buone o pacifiste, per favore. Come diceva un poeta, “senza la forza la ragion non vale”.

L’egemonia si costruisce anche attraverso la battaglia delle idee e sicuramente lei con i suoi lavori vi ha contribuito notevolmente. Desideriamo, quindi, ringraziarla calorosamente, nell’attesa di poter sfogliare un suo nuovo lavoro e, magari, recensirlo sul nostro giornale o ospitare nuovamente una sua intervista in merito. Grazie!


Note

[1] Ordine Nuovo, anno 2, numero 4, “I consigli di fabbrica”

27/10/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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