Zelig, la curiosa vocazione centrista del M5S

Dopo la crisi i grillini assumono alcuni temi della Lega. Tattica e natura di classe del “Movimento”


Zelig, la curiosa vocazione centrista del M5S

Zelig è un film di Woody Allen del 1983. Vi si narra in forma di documentario la storia di un ebreo newyorkese degli anni ’20 del Novecento dotato di una patologica capacità di adattamento e di mimetismo: in grado cioè di assumere il modo di parlare, di pensare, di vestire e perfino i tratti somatici dell’interlocutore di turno. Così Zelig si intrattiene amabilmente in perfetto francese con dei francesi e in cinese con dei cinesi, discorre di psichiatria con i suoi medici e partecipa a un comizio di Hitler in Germania in perfetta divisa da nazionalsocialista.

Zelig e la sua vicenda non si smentiscono… si adattano infatti molto bene anche a descrivere le ultime prese di posizioni pubbliche di Di Maio e del Movimento 5 Stelle.

Autonomia regionale differenziata, no alla patrimoniale, decreti sicurezza

La crisi politica del primo governo Conte si è prodotta in agosto dopo una lunga guerra di posizione tra i due partner che ne costituivano la base parlamentare: appunto il M5S e la Lega di Salvini. Nel corso di questi mesi i due leader delle forze politiche si sono incessantemente combattuti a colpi di dichiarazioni, di selfie e di interventi televisivi sui rispettivi “temi-bandiera” che ritenevano dovessero entrare nell’agenda di Palazzo Chigi. In questo modo, dopo aver varato Quota 100 (Lega) e il Reddito di cittadinanza (M5S) hanno cominciato a suonarsele di santa ragione su priorità divergenti che poi erano vessare gli immigrati e chi lotta per i propri diritti (la Lega tramite i decreti sicurezza) in una immaginaria lotta all’invasione che non c’è; oppure il no alla Tav in Val di Susa (M5S); o ancora la crociata per concedere più autonomia e risorse alle regioni più ricche dell’Emilia, del Veneto e della Lombardia (Lega di nuovo); o infine battersi fino alla disperazione dei malcapitati in ascolto a favore della cosiddetta flat tax in palese spregio di quanto prevede la Costituzione di questo Paese (ancora la Lega).

Bene. Il gesto di impazienza (diciamo così) di Salvini ha messo fine alla convivenza e ha dato modo ai grillini di lanciarsi in una nuova avventura politica con il Partito Democratico, formazione politica gratificata di ogni tipo di insulti dai pentastellati fin dalla loro nascita, così come si deve da chi in fondo ne condivide in larga parte la medesima visione del mondo.

Ma a questo punto inaspettatamente si palesa Zelig nelle vesti (invero assai dimesse rispetto all’originale) di Luigi Di Maio che nel mezzo delle trattative per la formazione del nuovo governo annuncia i punti programmatici ineludibili del suo movimento. Nel menù presentato al PD e agli italiani c’è proprio l’Autonomia regionale differenziata, mentre le dichiarazioni rilasciate dal suddetto capo politico del M5S il 30 agosto dopo l’incontro con Conte sono del seguente tenore: Tra le prime cose per noi fondamentali espresse al Presidente è la nostra totale contrarietà a qualsiasi forma di patrimoniale. Motivazione sorprendente: “Le tasse, soprattutto alle nostre imprese, vanno abbassate”. Pertanto per il Di Maio di fine agosto la priorità consiste nell’impedire la tassazione dei grandi patrimoni per esempio in attività finanziarie speculative; per esempio in beni mobili e immobili di lusso…

Ma proseguendo nella lettura ci si imbatte in questo diamante di saggezza: “È per queste ragioni che riteniamo non abbia alcun senso parlare di modifiche ai decreti sicurezza. Vanno assolutamente tenute in considerazione le autorevoli osservazioni del Capo dello Stato a quei decreti, ma senza volerne rivedere la ratio, né tanto meno le linee di principio”.

Il Grillino ha evidentemente vestito la camicia verde che peraltro non gli dona affatto. È quindi necessario indagare sulle motivazioni di questa sorprendente operazione di mimetismo.

M5S, piccola borghesia e necessità tattiche del centrismo

L’ecletticità e perfino la contraddittorietà dei programmi sono i segni distintivi caratteristici delle forze politiche piccolo-borghesi. Per attenerci ai confini nazionali si pensi al primo fascismo sansepolcrista: “Noi ci permettiamo di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente”.

E in seguito si guardi al Qualunquismo di Guglielmo Giannini nel secondo dopoguerra per arrivare alla Lega Nord di Bossi e poi di Salvini e anche al M5S di Grillo. C’è in ogni caso la necessità di tenersi tutte le porte aperte non solo per mero opportunismo tattico, ma come elemento essenziale della propria costituzione politica e della propria visione del mondo. La piccola borghesia è una classe sociale connotata dall’ansia: vede costantemente minacciati il suo futuro e le sue aspirazioni di maggiore benessere e questi pericoli provengono sia dall’alto, dall’incessante capacità di concentrazione produttiva e finanziaria del grande capitale; sia dal basso, laddove la classe lavoratrice si organizza per difendere i propri interessi e minaccia anch’essa in questo modo di mettere in discussione gli stretti margini di sfruttamento tramite i quali i piccolo borghesi estorcono il loro modesto plusvalore.

Di qui la necessità per le forze politiche che ne scaturiscono periodicamente di combattere sempre una battaglia su due fronti. Si pensi alla sensibilità dei grillini per la difesa dei diritti dei lavoratori più precari nel mondo “crudelissimo” dei nuovi servizi e contemporaneamente l’ostilità più volte dimostrata nei confronti delle organizzazioni sindacali in quanto tali. Un’ostilità cioè non fondata sulla critica più che legittima dei tradimenti compiuti dalle burocrazie sindacali nella difesa degli interessi dei lavoratori, ma nella critica “ideologica” di queste organizzazioni ritenute obsolete e al cui posto si auspica una generica cogestione delle aziende da parte di chi lavora: ponendo sullo stesso piano ‘datori’ e ‘prestatori’ di lavoro.

Siamo sempre alle solite: difendere i propri figli che in mancanza di un posto nella pubblica amministrazione sono costretti al purgatorio dei call center, ma tenere d’occhio il proprio commesso se chiede l’applicazione del contratto di categoria nel negozio di famiglia…

L’ispirazione centrista del grillismo

Ma i pentastellati hanno anche altri motivi che li inducono a cercare di contrabbandare la “merce” di Salvini come propria. La spiegazione sta nel fatto evidente della loro crisi di consenso che li ha portati nel giro di poco più di un anno dal 32,68% alla Camera nelle elezioni del 2018 al 17,1% delle Europee di quest’anno. Sanno di essere deboli nella società, ma sono ovviamente coscienti di essere la prima forza politica in Parlamento. Sanno (e lo dichiarano pubblicamente) di essere la forza cruciale nella nascita di qualsiasi compagine governativa e questa posizione di relativa forza li induce ad assumere di volta in volta i temi dell’interlocutore e/o dell’ex partner di governo per cercare di intercettarne almeno in parte i consensi elettorali e ridurne la capacità di mobilitazione e di opposizione. Nel caso specifico conviene a Di Maio e soci assorbire alcune delle istanze della Lega e tentare di concretizzarle per recuperare a destra ciò che hanno perso a sinistra nel corso degli ultimi 12 mesi.

I flussi elettorali sono peraltro sempre più volatili (nella parte di elettorato che ancora sceglie di andare a votare) e il M5S sceglie di caratterizzarsi sempre più come “partito tenda” o “pigliatutto”. Ritorna pertanto il motivo declinato da Mussolini molti anni fa e citato prima: “rivoluzionari o reazionari… conservatori o progressisti” secondo le circostanze. Di qui il vistoso mutamento d’abito del “Movimento” da alternativa di sistema alla scoperta della vocazione centrista, non democristiana perché mancante dell’elemento del rapporto specifico con il mondo cattolico.

Bisognerà tenere d’occhio i pargoli del comico genovese nel prossimo futuro perché l’insospettata “aderenza” alle postazioni governative e l‘informalità ideologica (ovvero la mancanza di scrupoli ideali) può aprire loro nuovi spazi nel panorama politico italiano per giocare diverse partite: quasi tutte ovviamente contro gli interessi delle classi popolari.

Zelig sarà stato anche un ebreo newyorkese, ma in Italia ha di certo una patria d’adozione.

07/09/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Stefano Paterna

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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