La legittimità delle lotte sociali ai tempi di Minniti

La repressione delle lotte si serve strategicamente anche del silenzio, a cui bisogna rispondere tornando nei territori, nei quartieri, 'sporcandosi le mani, rompendo definitivamente con il riformismo politico.


La legittimità delle lotte sociali ai tempi di Minniti Credits: http://www.osservatoriorepressione.info

L'indifferenza, la subalternità e la stupidità bonhoefferiana si nutrono, più che del clamore mediatico, del silenzio: quando lo si riscontra, assordante, in alcuni movimenti sociali troppo spesso improvvisati, nostalgici o forcaioli, privi di una solida base politico-morale, di obiettivi univoci - sganciati, in soldoni, dal mero tornaconto dei capi e capetti di turno -, si ripresenta prepotentemente la necessità di una cultura diffusa o, per dirla più prosaicamente, di un'unità di intenti.

Per costruirla, oltre che impegno, costanza e coraggio contro gli impedimenti e le difficoltà, servirebbe tornare al pensiero dei partigianied alle loro lotte di testimonianza e Resistenzache, attraverso la storia e i libri da riscoprire come grandi classici, giungono a noi sottoforma di guida da traslare nei nostri tempi, faro in grado di dissipare le nebbie storico-culturali e politiche coeve.

Tra essi, è quantomeno doveroso menzionare uno dei più grandi reporter del mondo, Ryszard Kapuscinski. La sua intuizione sul ruolo del silenzio nella storia è folgorante e sempre attualissima: “La gente che scrive libri di storia dedica troppa attenzione agli eventi cosiddetti significativi, studia troppo poco i periodi di silenzio. Difetta dell’infallibile intuizione di cui è provvista ogni madre che avverte un improvviso silenzio nella camera del bambino. Una madre sa che quel silenzio indica qualcosa di brutto, che nasconde sempre qualcosa e si precipita ad intervenire perché sente un pericolo nell’aria. Lo stesso vale per il silenzio nella storia e nella politica.

Il silenzio è un segnale di disgrazia, spesso di un crimine. È uno strumento politico esattamente come lo scatto di un’arma o il discorso fatto a un comizio. Tiranni e occupanti hanno bisogno del silenzio per nascondere il loro operato. […] Oggi si parla molto di lotta contro il rumore, mentre sarebbe più importante la lotta contro il silenzio. Scopo della lotta contro il rumore è la pace dei nervi, quello della lotta contro il silenzio la salvaguardia della vita umana. […]

Sarebbe interessante indagare fino a che punto i sistemi mondiali di informazione di massa lavorino al servizio dell’informazione e fino a che punto al servizio del silenzio e della quiete. È più quel che si dice o quel che si tace? Possiamo tranquillamente contare coloro che lavorano nel campo della comunicazione. E se provassimo a contare coloro che lavorano a mantenere il silenzio? Quale gruppo risulterebbe più numeroso?”. [1]

Nel ciclo di convegni dal titolo “Repressione e resistenze”, giunto nella giornata del 29 marzo alla sua tappa presso l'auditorium della biblioteca “Sebastiano Satta” di Nuoro, il silenzio diviene incipit e spunto di riflessione dal quale partire per poi sviluppare una riflessione di ampio respiro, un'analisi critica dei nostri tempi in previsione di quelli futuri: tutto ciò a partire dalla realtà carceraria del 41bis, ossia da un presente drammatico, un'attualità pressante che continua a bussare alle porte della nostra indifferenza, la quale tende semplicemente ad ignorarla o a liquidarla con argomentazioni giustizialiste.

Il monologo di Carlo Valle, evocativamente intitolato “La mia ora di libertà” è contemporaneamente claustrofobico nella sua drammaticità ed enfatizzato al massimo.

Con gli interventi della scrittrice e ideatrice del Centro di documentazione lotta rosso 17 Paola Staccioli e di Italo Di Sabato, responsabile nazionale di Osservatorio sulla Repressione, si giunge alla comprensione di una delle componenti non secondarie della repressione stessa: qualora la posta in gioco sia la credibilità istituzionale di qualcuno o qualcosa succede spesso, in contrapposizione al silenzio che cala strategicamente su alcuni aspetti di un fatto, di imbattersi in strategie studiate da esperti nella comunicazione che mirino alla riabilitazione del soggetto e al ripristino di una versione più conveniente, ovviamente a scapito della veridicità. Perciò, per destabilizzare l'avversario e porsi al centro dell'attenzione spacciandosi per disinteressati paladini di una causa - o populisti da strapazzo -, si fa ricorso alla provocazione pubblica mediante attacco frontale del nemico di turno, facendo sovente ricorso a rivelazioni fintamente sbalorditive, dal tono scandalistico, assemblate ad arte o mendaci, manipolate tanto da snaturarle, in modo tale da spostare l'attenzione sull'altro.

La realtà è, invece, sempre sfaccettata e complessa, piena di sfumature, così come la situazione politica odierna, sempre più liquida ma, per quanto riguarda il mondo della sinistra extraparlamentare, mai così determinata nel cercare di mettere a punto obiettivi comuni contro il domino imperialista basato sull'oppressione, lo stesso che si nutre di queste strategie di repressione, tanto bieche quanto striscianti, in grado di condizionare il nostro modo di pensare e agire anche grazie alla loro pervasività.

Infatti, quanti mass media si prestano, come sottolineato da Kapuscinski, al ruolo di megafono dei potenti di turno, di scribacchini dei loro comunicati ufficiali, abdicando ai loro compiti di analisi, inchiesta e comprensione della realtà?

Quest'ultima, soprattutto in condizioni economiche difficili, di profonda crisi sistemica, tende ad acuire il malcontento e ad inasprire i toni ed i metodi di lotta politica e sociale: in risposta ad esse, anziché affrontare in maniera sostanziale i problemi che affliggono la maggior parte della popolazione, si adotta una logica emergenziale che legittimi la repressione in tutte le sue forme. Le seppur legittime rivendicazioni sociali vengono così ridotte a meri problemi di ordine pubblico: i soggetti non coinvolti da queste ultime sono invece inconsapevoli vittime di una società che, anche attraverso un incontrollato quanto alienante progresso tecnologico privo di guide al suo utilizzo, appiattisce la curiosità e lo sviluppo delle naturali tendenze umane - su tutte, quella alla socializzazione - su una sola dimensione, quella dominante, ormai divenuta autoritaria.

Il coordinamento delle forze politiche intenzionate ad analizzare la situazione repressiva nazionale, europea ed, in particolare, gli abusi perpetrati dalle forze dell'ordine, trova la sua occasione di denuncia, il suo ruolo giuridico- legale attraverso l'Osservatorio sulla Repressione, nato ormai dieci anni fa.

Come sottolineato da Italo Di Sabato, responsabile nazionale di questo importantissimo progetto, l'obiettivo odierno, alla luce dell'inasprimento dei metodi repressivi messi in atto dallo Stato (basti consultare i dati diffusi dal Viminale in relazione alle lotte sociali quali quella NoTav, NoTrip, NoMuos, NoTap ed altre meno note all'opinione pubblica, sia a livello nazionale sia a livello europeo, che hanno determinato oltre 200.000 processi), punta alla separazione di due concetti, troppo spesso confusi tra loro: la legalità e la legittimità.

Come ribadito da Di Sabato, “le lotte sociali per il diritto alla casa, alla salute, all'istruzione, alla salubrità dell'ambiente, contro le violenze squadriste che fomentano disuguaglianze e discriminazioni, anche se considerate illegali dallo Stato in virtù di leggi troppo spesso inique, debbono essere considerate legittime e, dunque, necessitano della difesa di comitati, associazioni, collettivi e reti di solidarietà locali”.

Vengono menzionati i casi di repressione e resistenza nelle lotte di personaggi tra i quali Nicoletta Dosio e Davide Rosci, balzati, loro malgrado, all'onore delle cronache, così come quelli ai danni di numerosi antimilitaristi sardi [2].

Sia per Paola Staccioli che per Italo di Sabato, questi casi debbono costituire delle spinte verso una “resistenza oltre misura”, mutuando la definizione data dagli anarchici torinesi, affinché ogni realtà locale - tra le quali, come già sottolineato, quella antimilitarista sarda presente all'evento con numerosi sui giovani rappresentanti - lotti per le proprie rivendicazioni senza cadere nella trappola del legalitarismo che, nel migliore dei casi, ridurrebbe loro, per dirla come Étienne de La Boétie, al ruolo di servi volontari del potere, fautori del suo assistenzialismo, che si accontentano delle briciole cadute dal tavolo del padrone, le quali “nutrono una sterminata schiera di subalterni, avvelenando l'intero corpo sociale”.

Allo scopo di evitare questa deriva, si sottolinea il ruolo di una possibile contromisura, un'altra possibile “arma” politica in risposta al silenzio: la solidarietà.

Quest'ultima, infatti, può concedere spazi di agibilità politica a coloro i quali resistono alla repressione del dissenso o, come i migranti in cerca di rifugio, alle persecuzioni all'interno di una Europa che, mutuando le parole della Staccioli e di Di Sabato, “si presenta sempre più come una fortezza”. “Non capisco per quale ragione - continua Di Sabato - si sia verificata una letterale levata di scudi contro l'arresto del dissidente Nalvalny e la situazione politica russa e da che pulpito venga quest'indignazione dato che quasi nessuno si è scandalizzato poi tanto per gli arresti preventivi avvenuti a Roma durante la manifestazione di Eurostop, anzi, ancora una volta si è incensato l'operato del ministro dell'Interno Minniti”.

Bisognerebbe invece prestare particolare attenzione a tutte quelle situazioni che, tanto in Italia quanto negli altri Paesi europei ed extraeuropei, hanno di fatto comportato un soffocamento dei diritti costituzionali di espressione e manifestazione: “tra i provvedimenti da non prendere sottogamba”, sottolinea ancora Italo Di Sabato, si deve annoverare “il decreto Minniti”.

Questo finirà infatti per rappresentare un grimaldello in grado di scardinare il diritto di resistenza” perché, “soprattutto attraverso l'introduzione di figure denominate 'sindaci sceriffi', legittimati ad emettere Daspo anche solo per violazioni del decoro urbano come l'affissione non autorizzata di volantini, tende ad individuare classi pericolose, ovvero soggetti ai margini della società, altri classi di soggetti che lottano, ovvero potenziali pericoli pubblici da reprimere preventivamente, ottenendo così, in una logica di emergenza infinita, la decostituzionalizzazione del diritto penale del nemico di turno, dall'ultras violento al semplice e pacifico manifestante” e la realizzazione di quello che sempre Di Sabato definisce “lo Stato penale massimo”.

Lo stesso Stato che, soprattutto a partire dal G8 2001 di Genova, permette l'applicazione delle misure cautelari (tra le quali l'obbligo di firma e i fogli di via), un tempo pensate per essere alternative alla detenzione, come provvedimenti propedeutici alla carcerazione; misure adottate dalle Procure che, con pugno di ferro, perseguono reati previsti dal fascista codice Rocco ed applicano sempre più spesso il nebuloso capo d'imputazione di devastazione e saccheggio, arrivando a comminare pene severissime che si traducono in anni di reclusione.

Lo “Stato penale massimo” del quale parla Italo Di Sabato, si nutre di istituzioni sempre più sorde alle istanze della popolazione, di tecnocrati europei e di piccoli burocrati all'italiana i quali, col loro comportamento, spingono i soggetti culturalmente più fragili e influenzabili a cadere nella trappola del populismo di bassa lega che imperversa, con i suoi spicci modi da sciacallo, nei tempi di crisi. Ecco perché si dovrebbe prestare attenzione anche alla terminologia che si adopera quando si parla di argomenti scottanti come questi.

“L'utilizzo indiscriminato di termini come 'società civile' per legittimare le argomentazioni del demagogo di turno, la confusione terminologica fra la legalità e la legittimità e le facili generalizzazioni” tra le quali la diffusissima “attivista sociale, uguale terrorista” sarebbero le stesse che, sempre a detta di Di Sabato, “hanno originato slogan quali quello di Libera, il loro 'Siamo tutti sbirri': così facendo, anziché mettere seriamente in luce il terreno fertile per le mafie, ovvero il connubio tra certi strati produttivi, le istituzioni deviate, i traffici ed i profitti illeciti, si ripropone un'ulteriore quanto inutile militarizzazione del territorio portata avanti da forze dell'ordine ammantate da un alone di impunità. In questo modo, i casi Cucchi, Aldrovandi, Uva e gli altri potranno essere all'ordine del giorno perché, essendo tutti sbirri, vivremmo nella convinzione di avere a che fare con pubblici ufficiali che agiscono sempre correttamente, nel nostro nome, anche se palesemente collusi o, peggio, violenti”.

Secondo Italo Di Sabato, facendo ricorso a frasi virali come queste anziché rispondere alle provocazioni in maniera compiuta, “si delegittimano ulteriormente le lotte, riducendole a manifestazioni ad orologeria o ad una specie di scampagnata a base di fischetti e palloncini, svuotandole del loro significato e delle loro rivendicazioni”.

Le campagne dell'Osservatorio, esattamente come lo scopo dell'evento descritto, non intendono universalizzare una specifica forma di lotta (come rimarca Di Sabato “ciò che funziona per i NoTav in Val di Susa non può andar bene per tutte le altre”), bensì ha lo scopo di tornare nei territori, nei quartieri, “sporcandosi le mani, rompendo definitivamente con il riformismo politico che ha fallito in quanto impermeabile alle rivendicazioni sociali e con la legalità in senso stretto per tornare alla dignità della legittimità”.

Citando gli esempi pratici fatti da Italo Di Sabato, “aiutare un migrante clandestino o creare mercati popolari per fermare la speculazione dei prezzi sono atti illegali ma giusti”. Dunque, come ampiamente sottolineato, rivendicando la giustizia e la legittimità delle lotte, si rafforzano le resistenze e si costruiscono percorsi e processi socio-culturali che rompono le catene della repressione, troppo spesso invisibili e circondate da una spessa cortina di strumentale silenzio, con lo scopo di arrivare ovunque, dalle periferie degradate alle aule giudiziare che, sovente, vedono alla sbarra chi non intende arrendersi ma solidarizza, lotta e resiste.

Note:

[1] Ryszard Kapuscinski, Cristo col fucile in spalla, 1975

[2] è recente la notizia di un'interrogazione parlamentare dei senatori di Forza Italia ai ministri dell'Istruzione e della Difesa in merito ad un evento tenutosi in un liceo scientifico olbiese: appare chiara anche stavolta l'intenzione di censurare un dibattito, definito capzioso perché tenuto da “noti antimilitaristi ed indipendentisti sardi”, mentre si continuano a difendere le continue campagne per l'arruolamento ed il fatto che la sola Sardegna ospiti più del 60% delle basi militari dello Stato)

15/04/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Eliana Catte

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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