Alita e la rappresentazione distopica del futuro

Un prodotto ben confezionato dell’industria culturale che lascia anche alquanto da riflettere allo spettatore sul modo essenzialmente distopico in cui l’ideologia dominante rappresenta il mondo futuro, per cancellare ogni residua traccia di spirito dell’utopia e principio speranza in un mondo migliore, più giusto e razionale.


Alita e la rappresentazione distopica del futuro Credits: https://www.cinematographe.it/news/alita-angelo-della-battaglia-data-d-uscita/

Come è noto un momento decisivo nello sviluppo dello spirito umano è costituito dal passaggio dal socialismo utopistico al socialismo scientifico che, per marcare meglio le distanze dal primo, si è definito comunismo. Dal punto di vista artistico ed estetico il corrispettivo del socialismo scientifico sarebbe dovuto essere il realismo socialista. Di quest’ultimo sembra si siano perse oggi persino le tracce, tanto che anche i critici della sinistra radical occidentale non ne parlano più o lo considerano alla stregua di un brutto errore di gioventù su cui stendere un velo pietoso.

Allo stesso modo, praticamente non esistono opere d’arte che cerchino di rappresentare la prospettiva storica, il futuro che ci attende sulla base del socialismo scientifico. Dimenticando che già nelle opere dei loro fondatori, Marx ed Engels, erano delineati gli aspetti fondamentali del mondo in cui oggi viviamo. Tanto che i loro scritti sono decisamente più attuali oggi piuttosto che nell’epoca in cui sono stati composti – al contrario di quanto cerca di darci a intendere l’ideologia dominante – dal momento che la realtà che descrivevano si era già realizzata tutt’al più nella sola Inghilterra, mentre ora il loro principale oggetto d’indagine, il modo di produzione capitalistico, si è affermato a livello globale.

Anche lo scenario che ci attende secondo le previsioni del socialismo scientifico, ovvero l’accresciuto scontro fra le due principali classi sociali che tendono a ricomprendere in sé le molteplici classi presenti nel mondo precapitalistico, è certamente più reale e vero oggi che ai tempi di Marx ed Engels quando, ad eccezione dell’Inghilterra, predominavano a livello internazionale almeno cinque differenti modi di produzione, caratterizzati dalle più diverse classi sociali. Né ci sono opere d’arte e, più nello specifico film, che ci descrivano quello che sempre più si sta producendo sotto i nostri occhi e che i padri del socialismo scientifico avevano previsto circa cento settanta anni fa, ovvero che il modo di produzione capitalistico sarebbe stato progressivamente travolto dalle sue stesse contraddizioni. Dinanzi a tale crescente contraddizione fra rapporti di produzione sempre più obsoleti, irrazionali rapporti di proprietà e le forze produttive sempre più da essi ostacolate e impedite nel loro sviluppo, le uniche possibili soluzioni sarebbero l’affermazione del proletariato nel suo scontro con la borghesia e la realizzazione di un modo di produzione più razionale e giusto, in grado di risolvere le contraddizioni non superabili nell’attuale modo di produzione, o il reciproco precipitare delle classi in lotta in un’epoca di regresso della stessa civiltà umana.

Se di tale analisi del socialismo scientifico, sempre più cogente, non si trovano significative tracce nell’arte contemporanea, anche le prospettive del socialismo utopista sembrano appartenere a un’epoca definitivamente tramontata. Nelle opere del nostro tempo e in particolare nelle opere cinematografiche non sembra esserci nemmeno l’ombra dello spirito dell’utopia o del principio speranza che apre alla possibilità di un futuro più razionale e giusto. Al contrario, le opere ambientate nel futuro sono praticamente tutte profondamente segnate da uno spirito distopico e reazionario, in quanto invece di ricercare in avanti le soluzioni ai nostri problemi, tendono a ritrovarle in un passato sempre più remoto.

In tal modo non solo, dunque, il pessimismo della ragione ha – del tutto e in modo antidialettico e intellettualistico – il sopravvento sull’ottimismo della volontà, tanto che non si è nemmeno più in grado di immaginare un futuro migliore, ma lo stesso pessimismo pare sempre più improntato a una visione del mondo irrazionalista ed egemonizzata dall’ideologia dominante. Tanto che si dà per scontato che la produzione economica e la stessa società non solo non si baseranno più sul lavoro umano, ma non avranno più bisogno di esso, oppure che lo sfruttamento della forza lavoro non potrà che regredire al livello delle società schiavistiche. Mentre la salvezza degli uomini, sempre più impotenti e incapaci di determinare il proprio destino, sarà o nelle mani di superuomini di nietzschiana memoria o nelle mani delle macchine.

In entrambi i casi, non potranno che realizzarsi i sogni più distopici della grande borghesia, ossia o la possibilità di mantenere e anzi accrescere i propri privilegi, senza più prendersi la pena di dipendere dallo sfruttamento della forza-lavoro, o lo sfruttamento di quest’ultima tornerà alle forme assolute e incondizionate dello schiavismo antico.

Diversi di questi aspetti li possiamo emblematicamente ritrovare in Alita - angelo della battaglia di Robert Rodriguez che, per quanto sia un prodotto dell’industria culturale è non solo ben confezionato, ma lascia anche alquanto da riflettere allo spettatore sulle problematiche sopra delineate. Abbiamo innanzitutto una prospettiva di futuro unilateralmente distopico in cui le forze irrazionali e disumane della guerra e della distruzione avranno completamente prevalso sulle forze della ragione, del dialogo, della solidarietà e della rivoluzione. Un’ultima spaventosa guerra mondiale ha devastato non solo il nostro pianeta, ma lo spazio infinito, colpendo a morte la stessa natura altrettanto infinita. Visto che la classe dominante non ha più bisogno di sfruttare le classi dominate per godere dei propri irrazionali privilegi, si ritorna a un rapporto fra le classi ancora più estremo di quello delle caste. Tanto che il ceto dominante abita una città celeste e i ceti subalterni sono costretti a sopravvivere in un pianeta ridotto a enorme discarica del mondo di sopra.

Non essendoci più bisogno del proletariato in questo ideologico futuro distopico, non ci sono più poveri onesti, ma unicamente sottoproletari che sono ridotti, necessariamente, per poter sopravvivere a spingersi al di là del bene e del male. L’unica prospettiva, l’unico mito, sogno e aspirazione è poter un giorno essere molecolarmente assunti nell’olimpo dei ceti dominanti. Anzi i più saggi ritengono che anche tale sogno – in nome del quale i sottoproletari si dimostrano pronti a ogni forma di crimine e tradimento a favore degli eletti del mondo di sopra – in realtà è una pura illusione. Visto che si può solo essere espulsi e gettati da sopra nella discarica di sotto, mentre la possibilità anche di risalire molecolarmente, dopo essersi venduti anche l’anima agli sgherri e alle macchine al servizio del mondo di sopra, resta una pura e ingenua illusione, coltivata fra i subalterni in funzione egemonica dai rappresentanti della classe dominante. Del resto, gli apparati repressivi al servizio delle classi dominanti – generalmente robot o mere parvenze umane degli inavvicinabili membri del mondo di sopra, che tutto vedono e controllano secondo il solito cliché del grande fratello – danno a intendere che in realtà è preferibile essere i dominatori del mondo di sotto, piuttosto che ritrovarsi in fondo alla piramide sociale una volta assunti nel mondo di sopra.

Così o si vive un’assurda scissione, per cui per poter avere le risorse necessarie di giorno a lenire i mali degli altri, bisogna divenire predatori di notte, pronti a farli a pezzi per conto del mondo di sopra, oppure ci si mette direttamente al servizio dell’apparato repressivo della classe dominante, sperando in tal modo, grazie a queste conoscenze, di poter rientrare fra gli eletti, a cui sarebbe, forse, un giorno permesso di essere sussunti molecolarmente nel mondo di sopra.

Qual è l’unica prospettiva di riscatto che sembra aprirsi per questi subalterni ridotti a plebaglia, pronti a farsi a pezzi gli uni con gli altri per potersi conquistare gli ipotetici favori degli apparati repressivi, essenzialmente meccanici, del mondo di sopra? La possibile salvezza non può che venire dal lontano passato di un cyborg guerriero, la cui anima è stata gettata nella discarica e che il Dr. Jekyll del mondo di sotto riassembla con il suo invincibile corpo meccanico. La stessa utopia positivista del progresso tecnologico e scientifico è radicalmente negata in questo universo distopico, da cui è in primo luogo bandito lo stesso principio speranza, tanto che la supereroina cyborg è il prodotto di un’antichissima tecnologia superiore, di cui si era perduta ogni traccia nel mondo post-apocalittico in cui sono destinati a vivere i subalterni.

La nostra super donna è in grado di ridare un minimo di speranza a una plebe – nuovamente dominata più che con il panem con i circenses – solo in quanto è in grado di essere ancora più violenta degli apparati repressivi del mondo di sopra. Ecco che la super eroina rappresenta il prototipo di donna dell’attuale società imperialista ultra-maschilista, patriarcale e sessista. Per essere superdonna deve, infatti, da una parte divenire ancora più violenta degli stessi superuomini, in modo da poter prevalere in questa spietata lotta per l’esistenza improntata al più bieco darwinismo sociale; dall’altra deve essere pronta a darsi interamente anima e corpo al proprio uomo, pronta a sacrificarglisi incondizionatamente, nonostante che lui sembri pronto a venderla, per seguire le sue illusorie e meschine ambizioni di ascesa sociale.

Inoltre la superdonna – ancora più efficace nella lotta per la sopravvivenza, che si vuol far credere indispensabile, dei superuomini e delle stesse macchina al servizio del mondo di sopra – è l’ultima sopravvissuta, dal punto di vista tecnologico, dell’Unione delle repubbliche di Marte, ossia di quei marziani che nello loro scontro finale con gli esseri umani hanno prodotto questo scenario postapocalittico e che sono stati programmati per distruggere ciò che resta del mondo di sopra.

Ecco, quindi, che si vuol far credere che l’unica reale alternativa al dominio incontrastato della classe dominante sia un residuo di un remoto passato, di una specie disumana se non nemica oggettivamente dell’uomo – anche se i più subalterni sembrano riconoscerla come loro stella polare – che sembra in grado di imporsi grazie a un surplus di violenza fisica – anche se prodotta da un corpo ridotto a macchina – che le consente di aver ragione degli apparati repressivi al servizio del mondo di sopra.

In tal modo, la stessa unica reale alternativa marziana – abusata e obsoleta metafora ideata dall’imperialismo per denigrare i marxiani e/o marxisti – assume fattezze distopiche. Oltre a essere ridotta a un alieno, residuo recuperato per caso in una discarica, di un universo per il resto totalmente inghiottito in un passato remoto, la superdonna non sembra proporre altra alternativa che – nel suo essere addestrata e irreggimentata allo scopo di distruggere il mondo di sopra – condurre o alla comune rovina delle classi in lotta, destinate così a precipitare nella barbarie, o alla nichilistica distruzione del mondo di sopra, togliendo così ai diseredati l’unica loro residua speranza di poter un giorno essere molecolarmente sussunti al suo interno.

09/03/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://www.cinematographe.it/news/alita-angelo-della-battaglia-data-d-uscita/

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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