Café society, un nuovo Woody Allen anni ‘30

Una vita per il cinema, l’amore per le donne e la questione ebraica, fra alti e bassi


Café society, un nuovo Woody Allen anni ‘30

“Dio è morto. Marx è morto e anch’io non mi sento tanto bene” (W. Allen). Sempre sul set Woody. Tutta la sua vita. Dei suoi ottanta anni ne ha trascorsi oltre i due terzi con la moviola. Prima davanti alla macchina e da un decennio anche dietro. A interpretare magnificamente i suoi personaggi e a dirigere da regista le sue “creature” cinematografiche. Un attore cerebrale, quasi introverso, di certo non un adone. La sua immagine con quel pallido e malaticcio incarnato, dalla fulva chioma, ormai canuta, e alquanto miope è in netto contrasto con le solite “bellocce” star hollywoodiane.

Eppure ha incantato per decenni un pubblico mondiale variegato, affascinando anche quella dimensione femminile impegnata nel sociale, colta e alternativa, “stesa” e intrigata dalla sua ironia sottile e volutamente psicotica. Negli anni ‘70/‘80 si andava a vedere i film di Allen con la scommessa che ci si sarebbe divertiti. Ma, nel contempo, ci si arricchiva di spazi di riflessione profondi sull’esistenza, sull’amore, sulla sessualità. Tema nuovo per l’epoca, su cui ancora non si dibatteva, se non con toni soft.

Un filone quello dei film di Allen di cui la politically active generation dell’epoca non poteva fare a meno e non ne perdevamo uno. Da “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso”, in parte girato in Italia (il regista intendeva così riconoscere il talento di grandi registi del cinema italiano, in particolare Fellini e Antonioni), a “Provaci ancora Sam”, in cui emerge la cervellotica personalità di Woody, ma anche la sua elegante e irresistibile ilarità.

Allen era il nuovo cinema oltreoceano, la nuova commedia americana colta e raffinata che sapeva criticare con eleganza quel mondo patinato e quasi stucchevole dello star system di Hollywood. Poi il crollo. Woody non è più lui, pur sfornando pellicole allo stesso incessante ritmo di almeno una ogni anno, non diverte più. Carisma perso. Probabilmente, anche a causa della sua vita personale costellata dalle note, pesanti vicende giudiziarie.

Le sue ultime opere cinematografiche, tra cui “Midnight in Paris” e “Irrational man”, appaiono ai più, ma soprattutto alla severa critica cinematografica, orfane di quella verve naturale e apprezzabilissima, incline alle battute sorprendenti e ironiche, mai scialbe. Sono più cupe, più astratte, con metafore improbabili e voli pindarici. Nel cassetto dei ricordi quell’aria così volutamente ingenua e originale. Un po’ alla Troisi.

Woody non entusiasma più. Ed ora “Café society”. Woody è tornato, è ancora lui. Un film che diverte,che fa riflettere, come un tempo accadeva. Al di là della melensa storia d’amore c’è dell’altro. Woody torna ad essere una rivelazione piacevolissima per la new generation. E per la old, un atteso ritorno.

Il film e il cinema americano

La vicenda ha inizio, e certamente non a caso, nel luogo che ha dato i natali al regista. É il quartiere newyorkese del Bronx, l’area più povera della “Grande Mela”, caratterizzata anche da un alto tasso di criminalità, soprattutto fra gli anni ’50 e ’80. Si sviluppa a Hollywood, area di Los Angeles, dove negli anni ’20 ha inizio la vera storia del cinema americano. Si conclude con il ritorno a New York di Bobby Dorfman, il protagonista.

Una famiglia, quella di Bobby, caratterizzata dai segni della povertà, ma segnata anche da Ben, il fratello malavitoso. Un autentico gangster che non esita a cementificare (ma sembra una gag) le sue vittime. Un clan addolcito dalle barbarie culturali dalla presenza di Evelyn e da Leonard, l’erudito consorte. Bobby vuole fuggire da quel contesto che non gli si confà e vola ad Hollywood per tentare di emanciparsene. Va dallo zio Phil, affermato promoter delle star a chiedere lavoro.

Incontra, innamorandosene perdutamente, Vonnie, segretaria di Phil, e s’immerge nelle allure patinate della high society hollywoodiana di quegli anni, i mitici anni ’30. Decide infine, a causa anche della fine della sua love story con Vonnie, di tornare a New York. Qui inizierà una nuova vita imprenditoriale, diventando il gestore di un night, supportato dalla protezione della malavita locale. Il primo garante è Ben, il fratello gangster. Il film termina con l’aura del sogno e trova la conclusione, un po’ onirica, in un amore mai finito, grazie al ritorno di Vonnie nella vita sentimentale di Bobby.

La storia si snoda, infine, un po’ banale e scontata. Anche un po’ melliflua, con tratti stucchevoli. Se non fosse dipinta dal pennello magico di un Woody Allen old style nei dialoghi così freschi, originali e vivaci che rendono la visione della pellicola piacevole, snella e accattivante. Perfetta l’ambientazione dell’epoca. Amaro e mal masticato il rimando alla questione ebraica (il riferimento è alle origini familiari di Allen). Uno stile impeccabile nella riproduzione di ambienti e costumi, anche sovraccaricato e un po’ caricaturale, ma sicuramente che rende ottimamente la realtà dell’epoca e del cinema americano, così opulento, ricco nel presentare una società, come è appunto il “café society”. Il tutto “acceso” da effetti luce mirabili, ottenuti con la nuova tecnica digitale. Antonio Storaro, direttore della fotografia con la sua Sony F65, ha bypassato l’era della pellicola.

Un’immagine vivida, abbagliante che rimanda a una visione irreale, mistificante e costruita della società americana, anche piuttosto prona al potere. A cui non ci si può ribellare, ma solo adeguarsi. Perché i ribelli verrebbero annientati. Una società dove i diritti sociali non contano e brilla solo chi della violenza, degli inganni ne fa strumento di sottomissione per le fasce deboli.

Un potere cinico che trama all’ombra delle luci abbaglianti del Café society. Non emerge, nel film, ed è forse l’unica scivolata del regista, una forma di ribellione al potere, allo Stato che smantella i diritti sociali. Sembra invece prevalere la passività. Ma anche questo aspetto potrebbe essere voluto da Allen per colpire il sistema Stato che dà ai furbetti del quartierino e toglie ai semplici e agli onesti. Intenzione del regista o forse più una pura congettura? In ogni caso, bentornato fra noi, “vecchio” Woody.

Scheda del film

DATA USCITA: 29 settembre 2016

GENERECommedia , Sentimentale

ANNO2016

REGIAWoody Allen

ATTORIJesse EisenbergKristen Stewart,Steve CarellBlake LivelyJeannie Berlin,Sheryl LeeCorey StollParker PoseyAnna CampStephen KunkenPaul Schneider,Ken StottPaul SchackmanSari Lennick,Don StarkGregg BinkleyAnthony DiMaria

SCENEGGIATURAWoody Allen

FOTOGRAFIAVittorio Storaro

MONTAGGIOAlisa Lepselter

PRODUZIONE: FilmNation Entertainment, Gravier Productions, Perdido Productions

DISTRIBUZIONE: Warner Bros. Italia

PAESE: USA

DURATA: 96 min.

15/10/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

Condividi

L'Autore

Alba Vastano

"La maggior parte dei sudditi crede di essere tale perché il re è il Re. Non si rende conto che in realtà è il re che è il Re, perché essi sono sudditi" (Karl Marx)


> Articoli con Pietro Antonuccio
> Articoli con Andrea Fioretti
> Articoli con Renzo Pesci
> Articoli con Roberto Villani


La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

APPUNTAMENTI

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: