Capitalismo, coronavirus e guerra

I pericoli di questa fase declinante dell’imperialismo Usa. Recensione del saggio di geopolitica di Radhika Desai.


Capitalismo, coronavirus e guerra

Radhika Desai è una brillante economista marxista che da anni si occupa di geopolitica. È docente all’Università canadese di Manitoba e direttore del Geopolitical Economy Research Group. È anche coordinatore dell’International Manifesto Group un circolo che si occupa dei problemi del socialismo a livello internazionale, spinge per un’aggregazione delle forze che si oppongono all’imperialismo e con cui abbiamo stabilito un proficuo rapporto di collaborazione.

È in uscita in questi giorni, per la serie Rethinking Globalizations, a cura di Barry K. Gills e Kevin Gray, il suo Capitalism, Coronavirus and War. A Geopolitical Economy, ed. Routledge, Londra e New York, 2022.

Questa sua ultima fatica si occupa del capitalismo finanziarizzato neoliberista e della sua decadenza di cui è un sintomo la recente crisi che per l’autrice, come per noi, è stata innescata, ma solamente innescata e casomai aggravata, dalla pandemia ma le sue profonde radici risiedono nelle contraddizioni capitalistiche e nei conflitti che interessano buona parte del globo terrestre.

Questa crisi segna il declino dell’imperialismo statunitense, il quale sta reagendo disperatamente sul terreno in cui ancora vanta un predominio, quello militare. Si assiste pertanto a una “nuova guerra fredda” degli Stati Uniti e dei suoi alleati contro la Cina. La guerra calda contro la Russia in Ucraina rientra pienamente in questa strategia.

La Desay segnala che la lotta per il socialismo si trova oggi a un bivio. Vi sono forze progressiste che danno ancora per scontata una lunga vita del capitalismo e che trascurano lo stretto nesso fra questo modo di produzione e l’imperialismo e fra il neoliberismo e la finanziarizzazione. Ella cerca perciò di fornire, mi pare riuscendoci, un ragguaglio accurato sul piano storico e teorico delle dinamiche del capitalismo in questa fase. Non poteva quindi mancare un’analisi approfondita della “creditocrazia del dollaro”, cioè di una realtà in cui un paese vive e cerca di dominare il mondo non in virtù delle sue capacità produttive, ma dell’imposizione della sua moneta, utilizzata nella maggior parte degli scambi internazionali e nelle riserve delle banche centrali. Questo fenomeno, tuttavia, si va ridimensionando su iniziativa di molte nazioni che hanno avviato un processo di liberazione dal neocolonialismo e di costruzione di un mondo multilaterale. 

Perciò, secondo l’autrice, solo avendo presente la gravità della crisi e attraverso una più piena comprensione del capitalismo, le forze progressiste possono cercare di evitare il caos prossimo venturo e l’autoritarismo per incamminarsi verso il socialismo.

In sintonia con gli ultimi contributi di Domenico Losurdo [1], si afferma che, oltre alle lotte di classe, hanno svolto un ruolo cruciale le lotte nazionali, con un ruolo fondamentale delle nazioni socialiste.

Il libro si compone di una parte introduttiva in cui vengono chiariti il contesto e gli scopi del lavoro, di una seconda parte che esordisce con un excursus teorico, in cui vengono riprese alcune categorie marxiane utili per la critica non solo delle teorie neoclassiche, ma anche di alcune tendenze in ambito “marxista”. In questa seconda parte, in particolare, vengono evidenziati i limiti del riformismo e il contributo di Lenin per il superamento di questi limiti, il che purtroppo non ha impedito che nelle forze politiche di sinistra permangano posizioni distanti dai lasciti marxiano e leniniano che avevano consentito una profonda comprensione del capitalismo. Dovremmo al contrario sviluppare ulteriormente questa conoscenza, non gettarla nei rifiuti, e comprendere in particolare il ruolo delle crisi, non come un incidente, ma connaturate a questo modo di produzione la cui espansione imperialistica è stata contrastata dalle “sfide socialiste e nazionaliste”. A questo proposito vengono illustrate sia le contraddizioni insite nella produzione di valore che quelle esterne a tale ambito, cioè i fenomeni monetari, non meno importanti perché le economie capitaliste sono essenzialmente economie monetarie e i fenomeni finanziari si innescano in questa loro caratteristica.

La terza parte scende nel campo delle lotte di classe e geopolitiche che caratterizzano la nostra epoca e l’esame delle caratteristiche delle crisi che concretamente si sono manifestate.

La quarta parte ha per oggetto il rapporto fra il neoliberismo e la finanziarizzazione, che mette sotto stress la stessa produzione, e approfondisce la questione che abbiamo appena accennato del dollaro posto a guida della finanziarizzazione.

Nelle parti quinta e sesta si giunge all’attualità della crisi attuale e alle politiche sia monetarie che fiscali che hanno cercato di governarla, nonché alle risposte del capitale anche in termini di autoritarismo.

Le conclusioni sono nell’ottava e ultima parte in cui, dopo aver criticato alcune risposte e piattaforme politiche inadeguate, quali la Modern Monetary Theory, il reddito di base universale, il neoliberismo socialdemocratico, le tentazioni populistiche e altro, si giunge alla proposta di una centralizzazione delle più importanti decisioni in materia economica, sia per evitare il caos del “libero mercato”, sia per potere avere la capacità di reagire agli attacchi che inevitabilmente ogni rivoluzione dovrà subire su vari terreni, compreso quello economico, come ci ha insegnato la storia.

Il lavoro della Desay è pertanto estremamente utile sia allo studioso che ambisce ad approfondire le sue conoscenze in materia sia al militante impegnato nella battaglia politica quotidiana. Proprio per agevolare la lettura di questo importante testo sarebbe utile una sua traduzione in italiano. Speriamo che qualche volenteroso editore ci legga.

 

Note:

[1] Si veda in particolare D. Losurdo, Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, ed. Laterza, 2017, qui recensito.

02/12/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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