Identità liquida, disagio solido

Un libro per praticare la solidità nella società liquida.


Identità liquida, disagio solido

Innanzitutto, mi preme ringraziare la redazione de “La città futura” per l’opportunità concessami di diffondere ulteriormente delle ipotesi, contenute in questo mio ultimo libro (Identità liquida, disagio solido Nulladie edizioni), che possano orientare meglio l’esigua schiera di coloro che, in un modo o nell’altro, sono riusciti, malgrado le intemperie, a restare fedeli ad un principio in un contesto che allena a fare l’esatto contrario. L’identità dell’uomo contemporaneo, infatti, sembra diventata una grande cassetta di attrezzi monouso e radicalmente slegati fra loro. Essa è sempre l’insieme di una pluralità di rappresentazioni: quella che il soggetto ha di sé; quella che il soggetto ritiene che gli altri abbiano di sé e quella che in effetti è, nella percezione del contesto sociale. Il problema centrale è che il “cittadino globale”, vivendo nella precarietà lavorativa e territoriale (e quindi esistenziale), potrebbe cambiare nell’arco di poco tempo, tanti di quei lavori e di quei luoghi, da non comprendere bene quale sia il proprio ruolo nella società. Ora il ruolo è lo strumento che ci consente di chiarire a noi stessi chi abbiamo davanti in modo tale da prevederne comportamenti e azioni di base (ad esempio il ruolo di un professore, di un operaio rimanda ad una anticipazione della pluralità di comportamenti e di azioni proprie di quel ruolo). Ma se il ruolo che occupiamo nella società è soggetto a cambiamenti plurimi sarà difficile, alla fine della propria esistenza, comprendere chi e cosa siamo stati rispetto alle rappresentazioni di noi stessi e a quelle che il contesto sociale ci ha riconosciuto e/o ha percepito. E’ in questo turbinio di negazione/confusione del ruolo di ciascuno e della propria riconoscibilità che si instaura il disagio inteso, per utilizzare un concetto di Niklas Luhmann, come riduzione e mantenimento della complessità. In questo senso il “cittadino globale” non riesce né a ridurre, né a mantenere tale complessità per cui il disagio (che si presenta sempre come una novità spesso indecodificabile e di difficile diagnosi), fa la sua comparsa. Ora, sempre secondo Luhmann, una società è in grado di garantire la sua sopravvivenza solo se riesce a riprodurre nel tempo, il significato dei ruoli sociali. Tale condizione è oggi negata e il disagio diventa, dunque, non più un elemento transitorio come lo era nella società solido-novecentesca nella quale esso si manifestava come una sorta di “ostacolo” superabile. Il disagio diventa uno dei pilastri della propria personalità, contribuendo a orientare i comportamenti e le azioni tra gli attori sociali, dividendoli e frammentando i rapporti e le relazioni umani. Ecco, allora, che l’identità liquida è “garanzia” dell’emersione della sola ed esclusiva solidità, il disagio. Questo suo status granitico è tale perché accompagna il soggetto per tutta la sua esistenza. Nulla è così duraturo in questa attuale fase storica più del disagio. Infatti, sono temporanei tutti gli elementi culturali e psico-sociali di base dell’esistenza: l’appartenenza ideologica, la scelta di una relazione sentimentale, il lavoro, le amicizie, i principi, i valori… Ma il disagio no. Mentre si attraversano mille sentieri tra loro contraddittori, l’unico timone (dis) orientativo è il disagio che impedisce qualsiasi altra solidità esistenziale. Tutto rimanda ad un’organizzazione sistemica che è sempre prodotta dal sistema economico che plasma e realizza quello politico obbligandolo alla “costruzione socio- culturale” di un cittadino congeniale alle esigenze dell’attuale finanzcapitalismo globale. La cultura, in sociologia, possiamo intenderla come la pluralità dei prodotti artificiali elaborati dall’uomo. Questo significa che essendo il sistema un prodotto artificialmente elaborato (e non naturale/immutabile), risulta trasformabile dall’uomo stesso. Se quest’ultimo riuscisse ad ottenere maggiori solidità, otterrebbe un pieno riconoscimento del suo ruolo (in quanto stabile) ed una conseguente riconoscibilità della propria appartenenza di classe e della potenzialità trasformativa della stessa, come nella storia ha già ampiamente dimostrato (Rivoluzione d’ottobre, l’Urss ecc.). Tuttavia il sistema finanzcapitalista ha sapientemente naturalizzato tutto ciò che è artificiale, compresa la legittimità della sua esistenza a tal punto che il cittadino globale non sa più immaginare e percepire una qualsiasi forma di libertà se non attraverso lo sfruttamento e la impercepibile (ma ancor più feroce) nuova repressione globale della dignità umana. Ecco, quindi, che il disagio, diventando “democraticamente trasversale” e comune a tutti (anche a chi scrive), si naturalizza diventando addirittura impercettibile e governando i rapporti tra le persone. Diventa dunque fondamentale riconoscere dietro ogni azione una radice comune di sofferenza che è il prodotto, spesso, di scelte errate, di cadute improvvise che lasciano segni e cicatrici indelebili (tutti sistemicamente e socialmente indotti). Che fare? Tornare a se stessi e riconoscersi significa innanzitutto tornare a possedere dei valori che debbano essere conservati per tutta la vita, cosa non facile in una società che allena al disimpegno, alla fuga dalle responsabilità, alla auto realizzazione in funzione dell’accumulo del solo profitto, in una parola alla disumanizzazione. Come scrive nella prefazione al libro, Massimo Zamboni (chitarrista, compositore e arrangiatore dei CCCP fedeli alla linea e dei CSI – Consorzio suonatori indipendenti), “siamo un corpo in una forma determinata - unico punto che sentiamo fisso in un panorama mutevolissimo – la cui solidità peraltro può essere scomposta qualora vengano applicate forze che spaccano i legami irreversibilmente, violentemente”. E’ l’allenamento all’ortodossia di pensiero che la ristretta gamma di “consapevoli” ha l’obbligo di perseguire, senza “laboratori virtuosi” che producono disincanto e disorientamento ben sapendo che, non essendoci le condizioni (al momento) per una trasformazione culturale di massa, la preservazione di “un’avanguardia” consapevole appare, in questa fase, la sola potenziale solidità in grado di contrastare il disagio di questa triste umanità di-serie.

Promo libro: https://www.youtube.com/watch?v=6vg-OiF1h0Q

20/04/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Dario Leone

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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