Dove eravamo rimasti: una commediola geniale

Ricki and the Flash, ultimo film del regista Jonathan Demme, dimostra ancora una volta che un’opera godibile e nazional-popolare può al contempo essere progressista e valida dal punto di vista estetico.


Dove eravamo rimasti: una commediola geniale

Ricki and the Flash, ultimo film del regista Jonathan Demme, dimostra ancora una volta che un’opera godibile e nazional-popolare può al contempo essere progressista e valida dal punto di vista estetico. Si possono, dunque, realizzare opere efficaci e progressive senza dover necessariamente darsi tante arie e rivolgersi a una ristretta nicchia di snob cinephile in nome di un sedicente cinema d’“autore”, ma che nei fatti oltre a essere inutilmente pesante non ha un bel nulla da dar da pensare.

di Renato Caputo e Rosalinda Renda

Voto: 7,5 (Bravo!)

Dove eravamo rimasti (Ricki and the flash) è un’opera minore del regista Jonathan Demme, non è un film destinato al grande successo come Il silenzio degli innocenti o Philadelphia, né un film impegnato come The agronomist, né un film musicale come Stop Making Sense. Si tratta, invece, di una commedia apparentemente tradizionale che, nonostante abbia una buona distribuzione in Italia, è stata piuttosto snobbata dalla critica cinematografica.

Invece questo film non solo è pienamente godibile – e non è poco per chi si è dovuto subire l’ultimo film di Bellocchio – ma è un film bello, interessante e che, nonostante la sua piacevole leggerezza, lascia da pensare in modo soddisfacente allo spettatore. Si tratta, inoltre, di un’opera decisamente progressista, di impianto realista, con personaggi tipici, che rispecchia in modo adeguato e critico la struttura economica e sociale. Il plot non solo coinvolge e diverte lo spettatore, ma è carico di satira sociale ed è una valida rappresentazione cinematografica della realtà storica statunitense contemporanea.

Il film non è un capolavoro, ma piuttosto una geniale variazione della commedia, un film di genere notevolmente innovativo, di maniera sì, ma di altissimo livello. Demme è riuscito, con questa pellicola, a rovesciare tutti i cliché e le convenzioni sociali fra uomo e donna, genitori e figli, bianchi e neri, ricca borghesia e poveri lavoratori, destra e sinistra ecc. La protagonista è una magnifica Meryl Streep che rappresenta in modo eccellente e con il giusto distacco critico, grazie all’effetto di straniamento, la figura di Ricki, una matura cantante di una rock band di quart’ordine, che per seguire la sua passione non ha esitato ad abbandonare la famiglia. Questa scelta tanto radicale non solo gli ha fatto perdere un marito che la amava, ma anche il rapporto con i tre figli – giustamente risentiti per il suo abbandono – e una status sociale elevato. L’ insuccesso della sua carriera musicale l’ha infatti costretta a fare la cassiera in un supermercato per poter sopravvivere, con livelli di sfruttamento e condizioni di lavoro umilianti giustamente messe in evidenza dal film, che già solo per questo motivo rompe con uno dei tabù più potenti delle commedie di evasione hollywoodiane.

Nonostante la protagonista del film sia interpretata da una attrice talmente grande da far quasi scomparire un cast di attori di tutto rispetto, ci viene presentata in modo del tutto realistico. Ricki è un personaggio dialettico, pieno di difetti anche grandi, che ha abbandonato la sua famiglia creando problemi notevoli al marito e più ancora ai figli, di cui si è, nei fatti, disinteressata. Tutto ciò per cercare un successo nella società civile che non è mai arrivato: infatti nonostante il suo impegno e la sua passione, non è mai riuscita a emergere.

Inoltre, il suo apparente anticonformismo, nel vestire, nel parlare, nelle scelte di vita, nelle pose che assume cela in realtà un totale conformismo dal punto di vista politico. Priva di qualsiasi coscienza di classe, è preda dell’ideologia dominante, che la porta a schierarsi apertamente dalla parte di Bush Junior (quindi l’opposto delle convinzioni politiche di Demme); il suo è un patriottismo da operetta, che la porta a un sostegno acritico alla politica militarista del suo paese.

Demme così, sebbene nella forma della satira sociale, mette in evidenza le tragiche condizioni del suo Paese, dove la cultura critica e di “sinistra” è patrimonio esclusivo di una ristrettissima élite di radical chic, un vero e proprio lusso per gli snob della upper-class. I proletari come Ricki sono, al contrario, totalmente privi di coscienza sociale e, quindi, facili prede, inermi e inconsapevoli, dell’ideologia dominante espressione di quella classe che li domina, li sfrutta e li disprezza profondamente. Ciò dimostra come la coscienza di classe non nasca spontaneamente nel seno delle masse a causa delle condizioni di vita e di sfruttamento, la coscienza di classe non può che essere trasmessa dall’esterno da un’élite di intellettuali rivoluzionari, portatori di una visione del mondo radicalmente alternativa al pensiero unico dominante. Così, nonostante gli Stati Uniti siano uno dei Paesi a capitalismo più sviluppato e, quindi, maggiormente in crisi, con un livello spaventoso di sfruttamento e con diseguaglianze sociali altrettanto spaventose, messe adeguatamente in luce dal film, la mancanza di una radicale alternativa e di intellettuali che se ne fanno portatori li rende terreno di dominio quasi incontrastato del peggior populismo di destra.

Nonostante tutti questi evidentissimi difetti, che è la stessa Meryl Streep a far emergere interpretando in modo ironicamente straniato il suo personaggio, Ricki si dimostra in più di un’occasione decisamente più umana, per la sua anima popolare, degli snob radical chic della famiglia che ha colpevolmente abbandonato. Ma anche tale abbandono è dialetticamente considerato, in primo luogo mostrando come la cultura maschilista dominante lo consideri comprensibile se fatto da un uomo, anzi lo ritenga assolutamente normale se quest’ultimo ottiene il successo (è la stessa Ricki che fa l’esempio di Mick Jagger dei Rolling Stones), mentre resta una colpa imperdonabile per una donna, tanto più se votata all’insuccesso.

Demme, inoltre, fa del personaggio socialmente più debole, che rappresenta un vero e proprio mostro per il filisteismo borghese, il personaggio più ricco e scavato dal punto di vista psicologico, con un procedimento inverso alla tendenza degli artisti borghesi, denunciata da Gramsci come brescianesimo, che sono soliti guardare dall’alto in basso i propri personaggi delle classi umili, facendone delle macchiette di cui farsi beffe o, comunque, da considerare in modo paternalistico. Demme al contrario ci presenta la sua protagonista, pur non celandone i gravi e oggettivi limiti e le colpe soggettive, con rispetto e a tratti con ammirazione per il suo spirito nazional-popolare rappresentato in modo esemplare dalle sue performance da “Bruce Springsteen dei poveri”.

La commedia inoltre è decisamente progressista perché non si limita a riprodurre nella conclusione le condizioni iniziali secondo il modello classico, ma apre a una nuova prospettiva attraverso un significativo processo catartico realizzato più con la pietà che con il terrore. Non solo denuncia attraverso una pungente satira sociale i limiti storici delle due principali classi negli attuali Stati Uniti, ma mostra dei personaggi in grado di apprendere dai propri errori, dalle proprie tragedie – sebbene comicamente rappresentate – prendendo coscienza dei propri limiti e, perciò, riconoscendosi con il proprio altro mediante una bilaterale autocritica.

Certo, la conclusione all’insegna del “tutti assieme appassionatamente” grazie alla musica nazional popolare americana, in grado di riunire le diverse generazioni e le diverse classi sociali, se appare condivisibile dal punto di vista della dialettica all’interno della famiglia, non può che lasciarci perplessi per il suo smaccato interclassismo dal punto di vista sociale. Anche se tale evidentissimo limite è in parte giustificabile per la verosimile completa mancanza di coscienza di classe dei ceti subalterni statunitensi.

Non a caso, rovesciando un ulteriore cliché, è stata lei, Ricki, a lasciare un marito che non solo la adorava, ma che era destinato a una brillantissima carriera, che gli avrebbe consentito un livello di vita infinitamente superiore. Così il ruolo di moglie modello del ricchissimo borghese è rappresentato, in modo ancora una volta spiazzante, da una dignitosissima donna di colore.

In conclusione, non ci resta che fare un’amara riflessione a partire dall’abisso che separa questa bella commedia americana, dall’opera di un presunto grande autore italiano sedicente impegnato come Marco Bellocchio che abbiamo recensito nello scorso numero. L’opera statunitense è non solo infinitamente più piacevole e godibile dell’intollerabile opera dello pseudo “autore” italiano, ma dà enormemente più da pensare. Ed è proprio questo l’aspetto più sconvolgente, ossia che gli esponenti della post-nuova sinistra italiana non hanno nulla da dire non solo in generale, ma anche relativamente ad autori di successo statunitensi, che producono opere incomparabilmente più viste, godibili, interessanti e critiche. Discorso analogo vale per la critica della post-nuova sinistra italiana che ha vergognosamente esaltato l’opera davvero insostenibile e meschina di Bellocchio, snobbando in modo miope la geniale commediola di Demme.

Non resta, dunque, che ricordare che ognuno è pienamente responsabile del proprio destino. Se l’egemonia culturale e, in primo luogo cinematografica, resta saldamente nelle mani degli Stati Uniti, è perché questi ultimi sono in grado di produrre opere decisamente più realiste, progressive e interessanti degli pseudo registi impegnati “italiani” e, verrebbe da dire, europei. Più in generale possiamo osservare come l’assalto al cielo della nuova sinistra europea sia fallita anche per delle gravissime carenze culturali. In altri termini, se pretendi di sostituirti alla vigente classe dirigente devi rappresentare un’alternativa credibile, anche dal punto di vista dello spessore culturale e intellettuale.

Post scriptum: un discorso analogo si potrebbe fare per il cinema, arte industriale per antonomasia, che però è non solo decisamente più nazional-popolare delle più antiche e raffinate arti del passato, con tutta la loro aura, ma appare in grado di essere superiore per la capacità di comprendere, dal punto di vista estetico e critico, la nostra attuale epoca storica.

03/10/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

Condividi

Tags:
  • ,

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

APPUNTAMENTI

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: