El pueblo siamo noi

Ascanio Celestini dà voce al popolo che sta alla finestra.


El pueblo siamo noi

Quanto pesano i fantasmi che abbiamo in tasca?Questo è uno degli interrogativi sollevati dall'opera teatrale Pueblo [1], secondo capitolo della trilogia scritta e portata in scena da Ascanio Celestini, dopo Laika.

Pueblo è una pièce teatrale che, pur essendo basata sul magistrale monologo del drammaturgo, regista ed attore Celestini, risulta essere più che mai reale e corale; impossibile per lo spettatore non immedesimarsi o, tutt'al più, non provare uno slancio empatico nei confronti dei personaggi e, in particolare, delle protagoniste assolute Violetta e Domenica.

La calorosa partecipazione del pubblico, con un livello di attenzione tenuto sempre alto dall'ardente linguaggio di Ascanio Celestini, dimostra quanto questo teatro autentico ed incisivo narri in maniera diretta e poetica l'umanità che non desta scalpore, attentamente evitata dalle pagine di cronaca nera e dai comizi dei politicanti populisti i quali, pur ergendosi a salvatori della 'patria', non si rendono conto di essere loro stessi i veri miserabili, e non certo la fetta di popolo da loro stigmatizzata, isolata, denigrata e perseguitata.

Perciò anche Pueblo, come le altre opere dell'autore in questione, mostra e conferma tutta la loro intelligenza intesa nel suo significato etimologico di ''intus legere'', ovvero la capacità empatica di leggere dentro sé stessi e gli altri come specchio del nostro io fino a giungere alle sue parti più recondite e da noi spesso relegate nell'inconscio, rifiutate ed attribuite ad alter-ego trasformati in capri espiatori, dentro grigie ed alienanti quotidianità.

La finestra aperta da Celestini, sia sul palco che metaforicamente, ci permette - finalmente - di osservare senza limitarci a vedere, di toccare con mano “gli scorni di chi crede/ che la realtà sia quella che si vede”, citando l'ermetico Montale, senza più scappare dallo squallore quotidiano dei lavori degradanti e sottopagati e dall'usura giornaliera che si traduce, ieri come oggi, nella povertà di una giovane in prova costretta ad aggrapparsi al “fantasma tascabile del padre morto”, ai racconti volutamente esasperati della madre la quale va inesorabilmente incontro al doloroso silenzio della senilità, al tentativo di fuga dalla reificazione della sua esistenza che sembra sfuggirle mentre scorre sul rullo della cassa come le merci acquistate dai clienti.

La vita di Violetta, spiata dalla finestra e narrata nonostante non si sappia effettivamente niente di lei, si incrocia con quella di Domenica: il diritto al nome, che viene sottratto con gli altri fondamentali in situazioni estreme come le guerre, viene reso loro assieme ad una narrazione tanto incalzante quanto delicata, cruda ma sempre umana.

Ascanio Celestini ci prende per mano guidandoci verso la conoscenza di Violetta, cassiera in prova appartenente ad una classe operaia sempre più opacizzata dallo spettro della subalternità economica, culturale, sociale e politica: lei fugge dall'amara lotta quotidiana per un misero salario ed “un minestrone liofilizzato da dividere con la madre” immaginando di essere una regina seduta sul trono alla quale i sudditi portano doni da pochi euro da lei stessa registrati sugli scontrini come fossero documenti ufficiali mentre recita la formula di rito, quel “grazie e arrivederci” che schiaccia la sua persona, le sue idee ed i suoi desideri, le necessità, i dolori e le solitudini.

Allo stesso modo Celestini ci porta, attraverso la sua fluente narrazione ed il trascinante accompagnamento musicale del maestro Gianluca Casadei (ribattezzato Pietro in scena), verso la conoscenza di un'altra realtà e di tutte le storie che la compongono - così bene che sembra di visualizzarle e percepirne i colori, gli odori e i sapori -, ossia quelle di un sottoproletariato dal quale tentiamo irrimediabilmente di scappare, inorriditi dalla sua drammatica costrizione all'assenza di prospettive ma che, allo stesso tempo, fissiamo morbosamente senza pietà, pronti a coglierne solo gli aspetti pruriginosi che ci vengono propinati dalle cronache locali e nazionali.

Violetta l'operaia, nel nostro secolo di progresso, internazionalizzazione e liquefazione della società, incontra Domenica la sottoproletaria, costretta a vivere in una capanna di plastica nell'eterna attesa del suo unico, vero amore Said, ex magazziniere africano che, una volta licenziato, è stato espatriato e così costretto a lasciare un Paese che gli aveva sì dato un lavoro, seppur massacrante e precario, l'amore puro e sincero di una donna dalla vita tormentata, ma che gli aveva anche sottratto tanti pezzi di vita sia col rimpatrio forzato che, ancor prima, con i “vizi di Stato”, ossia l'alcool e le slot machine. Domenica non lesina l'ospitalità né la preparazione di un pasto paradossalmente pantagruelico perché preparato con cibi in scatola prossimi alla scadenza, rimediati dal supermercato nel quale Violetta lavora, cucinati e serviti da una persona che sopravvive in condizioni estreme nemmeno più ai margini, bensì dentro le nostre comode città.

La pioggia, effetto sonoro che gli spettatori ascoltano rapiti come se si trovassero anche loro sul palcoscenico dietro le tende con Celestini ed il maestro Casadei, assume una funzione catartica e di rimando alle precedenti opere in maniera tale da consentire alla narrazione di rifarsi ad un realismo magico che annulla le distanze spazio-temporali radunando il narra-attore Celestini, il pubblico in sala, i personaggi dell'opera che prendono vita e sembrano viverla accanto a noi, fra noi, con noi, sotto la pioggia che le tribù di Indiani d'America richiamavano con le loro ataviche danze, una pioggia che lava via la vita e la morte facendole scorrere e ritornare in un ciclo continuo.

Lo stesso che non divide gli uni dagli altri, bensì unisce gli ultimi che lottano, allaccia la classe operaia e quella sottoproletaria, chi per comprarsi un semplice trancio di pizza, chi perché costretto sin da bambino a rinunciare alla scuola per andare a rubare per conto di una famiglia infame, chi, in barba ai nobili princìpi snocciolati nelle liturgie della propria religione, condanna i bambini, figli puri di un dio che loro stessi bestemmiano col loro sadismo, ad un inferno senza via d'uscita, chi, dopo una vita di sacrifici, ritorna alle radici come “la signora bella e cattiva delle slot che ti legge nel cervello” e propina “le statistiche del governo” ai poveri vinti travolti dal demone legalizzato del gioco, chi salva gli altri anche quando questi non vogliono più essere salvati per poi dover sottostare alle condizioni dettate dai padroni, “i cavalieri senza cavallo” di turno, chi per un futuro migliore, lontano dalle guerre, quelle vere e non edulcorate dalla tv, quelle che portano crimini contro l'umanità, distruzione e stenti, affronta un'odissea di mesi tra deserto e mare e, come il povero Said innamorato che combatteva l'alienazione del lavoro con l'alienazione delle dipendenze, finisce per morire trovando sepoltura, quando possibile, in un cimitero sconosciuto sotto una lapide spoglia che sottrae anche l'ultimo briciolo di umanità alla sua drammatica esistenza.

Persino lo spettatore più scrupoloso vorrebbe che Pueblo, altra opera nata dal magistrale lavoro di Celestini, continuasse all'infinito perché estremamente attuale, concreta, trascinante e collettiva, un'opera che, utopisticamente, sembra essere di tutti e per tutti.

Avviandosi alla fine della pièce, non si può non richiamare alla memoria Michel Foucault: “Saranno i giornali a riprendere nella loro cronaca il grigiore di delitti e punizioni. La spartizione è fatta, che il popolo si spogli dell'antico orgoglio dei suoi crimini”. Resta l'amaro in bocca, un po' come fosse l'effetto dell'ultimo decaffeinato bevuto da Domenica, mentre si intuisce quanto Ascanio Celestini sia tuttora una Cassandra del nostro tempo, quello di un Occidente sempre più “Piccolo Paese” che non umanizza e valorizza tutti, ognuno con i suoi fantasmi, nessuno escluso, avendo cura di ciascuno come fosse “un bicchiere di cristallo su un vassoio d'argento o, meglio, d'oro”.

Note:

[1] Pueblo'', di Ascanio Celestini, con A. Celestini e Gianluca Casadei. Suono di Andrea Pesce, Produzione a cura di Fabrika Srl in coproduzione con RomaEuropa Festival 2017- Teatro stabile dell'Umbria.

18/11/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Eliana Catte

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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