Film e serie mediocri del 2021

Telegrafiche valutazioni di #classe dei #film e delle serie televisive del 2021 che si possono tranquillamente ignorare.


Film e serie mediocri del 2021

The Prom di Ryan Murphy, commedia, Usa 2020; voto: 6-; commedia musicale che prova a toccare anche temi sostanziali, come la persecuzione degli omosessuali negli Stati più reazionari degli Usa. Inoltre la commedia tocca anche il problema degli attori teatrali, le loro difficoltà e la scelta dell’impegno sociale dettata spesso da necessità di marketing e di rilancio della propria immagine. Il limite principale è che da commedia tradizionale non solo non ci sono reali contraddizioni nello svolgimento, ma spesso il film tende a essere un po’ troppo smielato. Anche in questo caso emerge la grande differenza di qualità tra i film drammatici che hanno ricevuto la nomination al Golden Globe Awards 2021, generalmente prodotti di grande spessore, e il livello sostanzialmente mediocre dei film come questo che hanno ricevuto la nomination a miglior commedia o musical.

Il buco in testa di Antonio Capuano, drammatico, Italia 2020, nomination miglior regia e vincitore per la migliore attrice ai Nastri d’argento, voto: 6-; il film ha diversi spunti interessanti e sfiora una serie di tematiche sostanziali. Purtroppo il vizio di affrontare la realtà con uno sguardo naturalista, non consente di approfondire realmente nessuna questione socio-politica che emerge. Anche le tragiche vicende degli anni settanta sono appena sfiorate. In questo modo si finisce per accontentarsi di aspetti fenomenici della realtà, senza andare mai realmente a fondo.

Gomorra – New Edition di Matteo Garrone, Italia 2021, voto: 6-; film, romanzo, scrittore e regista assurdamente sopravvalutati, offrono una visione tutto sommato anestetica della criminalità organizzata campana. In effetti, nel film non si fa nessuno sforzo per indagare il fenomeno andando un po’ più a fondo del suo manifestarsi immediato, facendone emergere i risvolti politici, economici e sociali. Anzi, da quest’ultimo e decisivo punto di vista ci si limita a sostenere l’aberrante tesi che sarebbe la camorra a costringere il padronato a sfruttare la forza lavoro. Dunque, vi è una presentazione decisamente superficiale della camorra, i cui protagonisti sarebbero poveri sottoproletari dei quartieri più disagiati del napoletano. Di questi ultimi si offre una rappresentazione che tende quasi a naturalizzare i legami tra criminalità organizzata e disagio sociale, senza mai fornire la possibilità stessa di una prospettiva diversa e alternativa a quella offerta dalla camorra. Certamente la nuova edizione è migliore della precedente, anche se a tratti appare troppo pedantemente didascalica, senza peraltro andare mai realmente a fondo nelle problematiche affrontate.

Lovecraft Country – La terra dei demoni 1x10, voto 6-: l’episodio pilota, Tramonto, è come di consueto piuttosto intrigante, anche se si tratta del genere horror, con riferimenti a uno scrittore ultra razzista e fascistoide. In modo innovativo e spiazzante gli eroi sono afroamericani istruiti e, in particolare, il protagonista è un appassionato di fantascienza e di Lovecraft. Il primo episodio mostra un significativo quadro del razzismo strutturare presente negli Stati Uniti ancora nel secondo dopoguerra, dove i linciaggi degli afro discendenti erano in talune zone pratica comune della stessa polizia. Peraltro il protagonista per potersi virtualmente emancipare ha dovuto servire, contro la saggia volontà del padre, nell’esercito imperialista statunitense impegnato nell’aggressione alla Corea.

Come prevedibile il secondo episodio segna una netta caduta di tono. Gli elementi sostanziali, legati alla storia razzista degli Stati Uniti, passano del tutto in secondo piano per dare vita a una assurda storia horror, una cattiva arma di distrazione di massa, ossia un mediocre prodotto dell’industria culturale a stelle e strisce.

Con il terzo episodio la serie riprende quota anche in quanto l’in sé intollerabile genere horror è posto al servizio della questione sostanziale della lotta contro il razzismo, ancora spaventosamente dominante negli Stati Uniti degli anni cinquanta, anni in cui Arendt pubblicava il suo Le origini del totalitarismo senza fare un cenno alle attitudini totalitarie degli Usa nei confronti degli afro discendenti. Anzi la Arendt rimarrà una acritica apologeta degli Stati Uniti, mentre considererà totalitaria l’Urss nell’epoca di Stalin, dimenticando l’imprescindibile supporto dato dal paese dei soviet ai movimenti anticoloniali e antimperialisti oltre che alla sconfitta del nazifascismo.

Purtroppo con il quarto episodio prende completamente il sopravvento il film commerciale d’avventura, un mero e tardo epigono dei Predatori dell’arca perduta. La questione sostanziale dell’emancipazione degli afroamericani resta troppo sullo sfondo e la serie diviene noiosissima. Visto l’andazzo, ossia per trovare spunti interessanti bisogna sobbarcarsi interminabili storie di mostri e d’avventura che solo un bambino riuscirebbe a sopportare, consigliamo di seguire il nostro esempio e di non proseguire la visione della serie.

Fleabag (1x6) è una serie televisiva comica e drammatica britannica, distribuita da Amazon Prime, voto: 6-; sebbene sia una delle rare serie tv comiche straniere tradotta e distribuita in Italia, considerato il grande numero di riconoscimenti, appare certamente deludente. Certo bisogna considerare quanto in una serie comica vada perduto con la traduzione. Detto questo, benché si presenti nella forma intrigante di una commedia drammatica, in realtà l’elemento decisamente dominante è, o dovrebbe essere, l’elemento comico. Significativa, dal punto di vista formale, la scelta della protagonista e autrice della sceneggiatura di presentare al pubblico, rivolgendosi in modo diretto, le proprie disavventure.

Più si va avanti e più la serie appare decisamente sopravvalutata. Anche perché la trovata di mettere a nudo una protagonista sfigata, anche con un significativo effetto di straniamento, già al secondo episodio rischia di apparire noiosa e deprimente.

La serie sembra mirare a sostenere l’emancipazione femminile dal punto di vista del piacere sessuale, aspetto che, in effetti, rimane sotto diversi aspetti un tabù. È anche significativa la satira che offre dei personaggi maschili. Allo stesso modo è significativa l’autocritica realizzata sfruttando al meglio l’effetto di straniamento. Il punto debole di Fleabag è la carenza di temi sostanziali, che rende la serie poco interessante, senza renderla con ciò particolarmente godibile.

D’altra parte Fleabag è significativa in quanto, in modo ironico, prende le distanze da quel moralismo sostanzialmente bacchettone e pre-sessantottesco, che ha sfruttato astutamente il Me too per presentarsi addirittura come qualcosa di attuale, progressista e femminista.

Il quinto episodio spicca in quanto il più vivace, divertente e gradevole. Momenti di commedia sofisticata soprattutto nella satira dei rapporti interfamiliari. La serie chiude in modo piuttosto deprimente, con una nota tragica, la cui soluzione è nel rilancio della posizione anticonformista sul diritto della donna all’emancipazione sessuale.

Rebellion, miniserie tv irlandese del 2016, in cinque episodi, disponibile su Netflix voto: 5,5; Rebellion narra uno dei momenti salienti della lotta di liberazione nazionale antimperialista dell’Irlanda, ovvero la grande rivolta armata del 1916 che, sebbene sconfitta, aprirà la strada alla conquista dell’indipendenza di buona parte dell’isola a eccezione dell’Irlanda del nord, ancora oggi sotto il dominio del Regno unito. L’impostazione della serie è genuinamente realistica e i personaggi descritti sono indubbiamente tipici. La guerra per il diritto del popolo irlandese all’autodeterminazione si interseca con la decisiva lotta di classe, per la conquista di una società socialista

Purtroppo nel terzo episodio questa ottima impostazione va in gran parte perduta, le vicende dei singoli personaggi divengono sempre più sconclusionate e irrealistiche tanto da lasciare piuttosto isolata e sullo sfondo il grande momento tragico e storico che stavano vivendo. Purtroppo anche negli ultimi due episodi rimane la stridente contraddizione fra uno sfondo storico di sicuro interesse e dei personaggi che lo dovrebbero far rivivere del tutto inadeguati. A tal proposito pesa l’attuale situazione di arretratezza ideologica dell’Irlanda e delle evidenti carenze, innanzitutto nella sceneggiatura.

Soul di Pete Docter e Kemp Powers, animazione, avventura, Usa 2020, voto: 5,5; merce dell’industria culturale ben orchestrata e confezionata a pennello come strumento di egemonia della classe dominante. Capace di ottenere il consenso dei subalterni dandogli a intendere che, per godersi la vita, basterebbe semplicemente vivere, senza alcun obiettivo, grande o piccolo che sia. Dunque, non solo i subalterni dovrebbero rinunciare ai grandi scopi, ovvero di trasformare in senso progressista il mondo, contribuendo alla lotta per l’emancipazione del genere umano, ma non avrebbe nemmeno senso inseguire le piccole ambizioni del successo nel mondo del lavoro, dal momento che tale ambizione è così precaria e momentanea che non varrebbe la pena puntarci troppo. Anche perché, se come spesso accade, il subalterno resta tale, potrebbe perdere il consenso attivo verso la classe dirigente e dominante che, peraltro, sarebbe sempre lì pronta a offrire, se ci si lascia completamente egemonizzare, una seconda possibilità.

Il cattivo poeta di Gianluca Jodice, biografico, Italia 2021, voto 5,5; film indubbiamente ben realizzato e a tratti piacevole e interessante. Peccato che tanto impegno e tanti talenti – dal regista esordiente, al montatore, agli attori – siano non solo completamente sprecati ma, per quanto forse inconsapevolmente, latori di un contenuto decisamente revisionista. In effetti il cattivo poeta ribelle aristocratico, esponente della destra più radicale – insieme a chi lo sostiene nel suo delirio di onnipotenza – vengono presentati addirittura come dei valorosi resistenti al presunto unico errore del fascismo, ovvero l’alleanza con il nazismo. In realtà la critica del cattivo poeta è rivolta all’alleanza con il presunto “barbaro germanico”! e, quindi, è in realtà animata da nazionalismo e pregiudizi razziali, non contenendo nessuna critica al regime nazista. Non per niente è stato scelto come consulente storico del film un intellettuale decisamente conservatore, per non dire reazionario.

Il commissario Ricciardi di Alessandro D’Alatri, serie televisiva italiana tratta dai romanzi di Maurizio de Giovanni, 2021, voto dei sei episodi: 5,5. 

1° episodio: Il senso del dolore, voto: 6; la serie, ambientata durante il ventennio fascista, descrive adeguatamente il clima conformistico e totalitario che era stato imposto alla società italiana. D’altra parte, il protagonista si concentra nel portare avanti il suo lavoro, sforzandosi di astrarre dal contesto storico in cui vive. Così, da una parte rimprovera l’amico medico che si espone troppo nella critica al fascismo, ma d’altra non dimostra in nessun modo la sua adesione al regime. Significativo il fatto che individuato l’assassino il commissario non lo fa arrestare, comprendendo lo sfondo sociale e morale che, in un certo senso, giustifica l’omicidio, peraltro di un sodale di Mussolini. Per il resto è piuttosto fastidiosa sia l’attitudine sostanzialmente omofoba del brigadiere, nei confronti del suo informatore, sia l’amore platonico del commissario per una donna che fa di tutto per mostrarsi tutta casa e chiesa, mentre il protagonista resta del tutto freddo dinanzi al fascino di una donna decisamente più emancipata e meno bigotta.

2° episodio: La condanna del sangue, voto: 6; la formula alla Montalbano non convince più di tanto in quanto non permette di approfondire le problematiche affrontate e rischia di rendere noiosa la serie. Gli aspetti positivi de Il commissario Ricciardi sono la denuncia del servilismo e del classismo dominanti sotto il regime fascista, che pretenderebbero di sbattere subito il mostro in prima pagina, senza disturbare le classi dominanti, anche se implicate. Il commissario, al contrario, è interessato a scoprire la verità e a fare giustizia. Perciò non scade nel legalismo, ma tende a cercare di comprendere anche lo sfondo sociale dei reati. D’altra parte, il limitare da parte del commissario i motivi dei delitti a ragioni di pane o di cuore tende a eliminare, a priori, i reati più significativi da un punto di vista sociale, ovvero le violazioni delle leggi da parte dei colletti bianchi, la corruzione, l’utilizzo dei beni pubblici a scopi privati, la violenza contro le donne, i crimini della malavita organizzata e le malefatte compiute dai fascisti. Peraltro il commissario assume una posizione sostanzialmente super partes, al punto di arrivare a mettere in guardia l’amico medico, in quanto esprime apertamente le proprie critiche al regime fascista, per non vedersi costretto a doverlo inviare al confino. Inoltre decisamente pessima è la storia della donna protagonista dell’episodio che, per “mantenere il proprio onore” – rimasta vedova da giovane – vorrebbe sfregiarsi e finisce per farsi sfregiare dal figlio minorenne pur di sfuggire a un molestatore. In questo caso le forze dell’ordine costituito, per quanto legate da un rapporto affettivo con la giovane donna, non sentono il bisogno di redarguire in nessun modo il reale colpevole di questo scempio.

3° episodio: Il posto di ognuno, voto: 6; al solito la serie è caratterizzata da luci e ombre. Da una parte emerge chiaramente il clima da Stato totalitario imposto dal fascismo, la sua cieca violenza vigliacca, il suo essere forte con i deboli e debole con i forti. Emergono gli sfondi sociali dei delitti e il fatto che, proprio per questo, la vera giustizia non possa consistere nell’applicare la legge uguale per tutti, viste le profonde differenze sociali. Dall’altra parte abbiamo l’eroe nobile che, anche se appare disinteressato alle proprie terre e ai propri titoli, fa il poliziotto per passione, dal momento che non lo fa per carriera o per necessità. Non si capisce perché un idealista, che avrebbe avuto i mezzi per fare quello che desiderava, debba svolgere il ruolo di tutore dell’ordine costituito, per altro sotto il regime fascista. Emerge inoltre una concezione del tutto fascista e assolutamente inverosimile della donna, tanto è mostrata sottoposta all’uomo. Nell’episodio arriviamo all’assurdo di una moglie che è a tal punto innamorata del marito da godere del suo rapporto con la donna con cui la tradisce e che arriva a uccidere quest’ultima solo quando tradisce platealmente il marito. Resta, infine, il modello della donna brava in cucina e che passa le serate a lavorare all’uncinetto, mentre la donna affascinante ed emancipata non viene presa neanche in considerazione come possibile compagna della vita.

4° episodio: Il giorno dei morti, voto: 6; prosegue, in modo sempre più contraddittorio, la serie. L’episodio ha più degli altri un significativo risvolto sociale, trattando dei bambini abbandonati a Napoli, che vivono di espedienti per strada. Certamente significativa è la scena in cui emerge che la morte di uno di loro appare come naturale al brigadiere, per quanto quest’ultimo sia sempre presentato come una brava persona. Valida anche la denuncia del fascismo che cerca di nascondere la miseria e la delinquenza, pretendendo che sparisca per decreto. Resta la pessima rappresentazione della donna, per cui la donna affascinante e relativamente emancipata è rappresentata come una tentatrice, mentre la donna da sposare resta la massaia tutta casa e chiesa. Anche nella raffigurazione della chiesa la serie è ambigua, abbiamo da una parte un buon parroco, dall’altra un parroco che, più realisticamente, sfrutta la miseria dei bambini per arricchire la chiesa e fare carriera. L’aspetto maggiormente negativo, che emerge in modo evidentissimo in questo episodio, è che il commissario non scopre mai l’assassino utilizzando la ragione, ma sempre attraverso delle visioni mistiche, in cui è l’assassinato stesso che (come in un oracolo) gli rivela la verità.

5° episodio: Vipera, voto: 4; decisamente, fra le cose più intollerabili della serie è la visione della donna quale angelo del focolare, in puro stile fascista, da sposare, o femme fatale, vipera, ammaliatrice, bella e, perciò, essenzialmente poco di buono. Tanto che una donna piena di fascino rischia quasi certamente di fare una brutta fine, mentre alla fine non potrà che essere premiata la donna che fa corsi di cucina locale, presso la governante dell’uomo che ama, per poter cucinare secondo la tradizione del borgo natio di colui che desidererebbe diventasse il futuro marito. Resta, e di questi tempi non è poco, una connotazione decisamente negativa del fascismo e del servilismo degli opportunisti verso il regime. D’altra parte, l’unica forma di resistenza possibile sembra quella individualista e piccolo borghese del medico, che non può fare a meno di esprimere ad alta voce la sua avversità verso il regime, tanto da essere costantemente tacciato dal commissario di avventurismo. Quest’ultimo abbandona la sua vocazione filosofica per divenire poliziotto da quando comincia ad avere le visioni soprannaturali che lo porterebbero a individuare l’assassino. Peraltro il commissario altro non fa contro il fascismo se non intercedere presso l’amante, amica della famiglia Mussolini, affinché si spenda per la liberazione del suo amico dottore, senza naturalmente preoccuparsi degli altri oppositori che, privi di raccomandazione, sono deportati.

6° episodio: In fondo al tuo cuore, voto: 4; la serie appare sempre più in caduta libera, essendo ormai tutta incentrata sulla fidelizzare del pubblico in funzione della nuova stagione già programmata. Veniamo a sapere che l’eroe senza macchia e senza paura è in realtà un rentier, un latifondista assenteista molto ricco grazie allo sfruttamento di diversi mezzadri. Nell’ultimo episodio il giallo passa sempre più in secondo piano, diviene sempre più inverosimile e l’attenzione si focalizza sulle storie d’amore del commissario e del suo brigadiere in cui, ancora una volta, De Giovanni dà il peggio di sé. Anche in questo caso, come in Mina Settembre, l’interesse tende a catalizzarsi su quale delle due donne – follemente innamorate di lui – cadrà la scelta del protagonista, questione davvero di scarsissimo interesse. Per essere una delle produzioni di punta della televisione pubblica italiana ci si rende conto di come stiamo sempre più all’anno zero.

Le Grand Bal di Laetitia Carton, documentario, Francia 2018, voto 5-; documentario che avrebbe potuto essere anche interessante se fosse durato un terzo della durata effettiva, ossia se fosse stato ridotto a un mediometraggio di trenta minuti e se avesse avuto un taglio realistico e non piattamente e noiosamente naturalistico, che lo rende pesante e – dopo i primi trenta minuti – di fatto insostenibile.

Il commissario Montalbano, quindicesimo episodio: Il metodo Catalanotti, voto 5+; con questa ultima e inutile puntata sembra finalmente giungere a termine questa fortunata e ultra sopravvalutata serie che, ormai da molto, non aveva più nulla di significativo da offrire. Per quanto, al solito, ben confezionata per essere una serie italiana, il motivo tragico o drammatico del giallo passa sempre più in secondo piano, sostituito dalla merce più facilmente vendibile e tendenzialmente conservatrice della commediola sentimentale. Nel caso specifico abbiamo l’integerrimo commissario che, dopo anni, rompe su due piedi la propria stabile relazione sentimentale per “amore” di una giovinetta, appena conosciuta. Peraltro l’immagine della donna non esce comunque bene dal film – per quanto il tentato omicidio venga, giustamente, depenalizzato a causa del trattamento degradante subito dall’autrice – dal momento che quest’ultima dimostra un amore-sottomissione assoluta nei confronti dell’uomo, inverosimile e degradante.

The Flight Attendant, miniserie comica e drammatica, Usa 2018, in otto episodi, per HBO max, voto: 5+; candidata come migliore serie comica, dimostra ancora una volta come le serie di questo genere siano quasi sempre meno significative delle serie drammatiche. Anche se gli autori, consapevoli di ciò, hanno inserito diversi aspetti drammatici, che hanno reso decisamente più interessante e tollerabile la serie. Per quanto sia decisamente ben confezionata, si tratta in ogni caso di un tipico prodotto dell’industria culturale, una merce essenzialmente culinaria e di evasione. Anche se The flight attendant tocca alcuni aspetti significativi, come l’alcolismo della protagonista – dovuto alla cattiva educazione ricevuta dal padre rozzo, ignorante e omofobo, ovvero il tipico elettore di Trump. La serie è, come ormai di consueto, improntata al politically correct dal punto di vista dei diritti liberali civili. Il che non toglie, anzi come generalmente accade, implica un acritico appiattimento sulla propaganda imperialista statunitense. Così i perturbatori di un mondo altrimenti sano, sarebbero soltanto elementi stranieri, provenienti naturalmente dai principali obiettivi dell’aggressivo imperialismo statunitense, in questo caso la Russia e la Repubblica popolare democratica di Corea. Per quanto riguarda la Russia nella serie troviamo il consueto pregiudizio statunitense, per il quale le imprese più sporche e implicate con traffici di armi e mafia sarebbero controllate da russi, privi di cuore e di anima. Ancora più surreale l’accusa alla Repubblica popolare democratica di Corea di portare avanti una pesante attività di spionaggio negli Stati uniti, sfruttando la presenza di statunitensi di origine coreana. In tal modo, si occulta il fatto che la guerra contro la Corea sia in corso a causa dell’aggressività dell’imperialismo statunitense che si rifiuta ancora di firmare il trattato di pace e si mette alla berlina lo statunitense di origine asiatiche, non a caso sempre più bersaglio del terrorismo di estrema destra suprematista del quale, naturalmente, nei prodotti mainstream non si parla mai.

Malmkrog di Cristi Puiu, drammatico, Romania, Serbia, Svizzera, Svezia, Bosnia-Herzegovina e Macedonia 2020, valutazione: 5+; film di taglio filosofico sostanzialmente conservatore, molto raffinato, ma altrettanto noioso, di una durata che lo rende insostenibile. Per quanto sia curato nei dettagli nell’insieme riesce alquanto fine a se stesso, come gli aristocratici e i servitori che lo animano, in definitiva gli uni e gli altri tutta forma e niente o quasi sostanza, come è un po’ questo film fin troppo sopravvalutato dalla “critica”, che ne ha fatto, per snobismo, un capolavoro.

Bridgerton è una serie televisiva statunitense creata da Chris Van Dusen e prodotta da Shonda Rhimes, basata sui romanzi di Julia Quinn, ambientati nel mondo dell'alta società londinese durante la Reggenza inglese. La serie ha debuttato il 25 dicembre 2020 su Netflix. Bridgeton ha ottenuto 2 candidature a Satellite Awards, 2 candidature a Sag Awards, 1 candidatura a Directors Guild, 1 candidatura a Cdg Awards, 1 candidatura a Producers Guild, La serie è stato premiato a Afi Awards come miglior programma televisivo dell’anno, voto: 5+; l’episodio pilota mostra, da subito, l’abisso che separa questa merce preconfezionata in modo mirabile dall’industria culturale e un autentico capolavoro come Guerra e pace. Per quanto irriverente per il grande capolavoro della letteratura mondiale il paragone viene spontaneo in quanto gli eventi narrati avvengono nello stesso arco temporale, ma si sviluppano in modo specularmente opposto. Mentre Guerra e pace è un immortale affresco storico di un passaggio estremamente importante dello storia mondiale, la serie statunitense è tutta incentrata su storie passionali individuali prive di qualsiasi valore sostanziale, se non qualche rapsodica denuncia della condizione di oppressione della donna. Inoltre, appare quantomeno discutibile la scelta di utilizzare afro discendenti per raffigurare nobili inglesi dell’epoca. In tal modo, si tende a far scomparire lo spaventoso razzismo che gli afro discendenti hanno subito e, spesso, continuano a soffrire da parte del mondo “civile” occidentale e si fanno scomparire ogni loro peculiarità, dovendo gli attori afroamericani impersonarsi completamente nei personaggi dell'aristocrazia caucasica che mettono in scena, secondo il metodo Stanislavskij da sempre dominante negli Stati uniti.

Per quanto anche nel secondo episodio si tagli del tutto fuori il mondo storico, politico economico e sociale e naturalmente i conflitti di classe, per quanto si tenda quasi a naturalizzare il mondo aristocratico, vi è un significativo quadro del livello di schiavitù domestica della donna anche ai più alti piani della società, con qualche accenno alla volontà di emancipazione. Peraltro, per quanto di fatto priva di elementi sostanziali e, pertanto, sebbene la serie lasci ben poco di significativo su cui riflettere allo spettatore, il prodotto è confezionato a regola d’arte e non nega al pubblico un certo godimento estetico. Per quanto discutibile l’inserimento di personaggi afro discendenti ai massimi livelli della società ha anche una istruttiva funzione straniante.

Nel terzo episodio si conferma la scelta reazionaria di escludere completamente il mondo storico, politico ed economico e sociale, dal presunto mondo di fate dell’alta nobiltà. Naturalmente è segno dei tempi questo interesse delle masse ridotte a plebe per questa forma di oppio per il popolo. Va però riconosciuto che si tratta di merce dell’industria culturale decisamente ben confezionata e con qualche riferimento al tema dell’emancipazione della donna.

La serie si riscatta parzialmente insistendo sul sano buon senso umano, la concretezza, l’assennatezza e la volontà di emancipazione delle donne, che si dimostrano decisamente più libere rispetto alle bizantine etichette della società aristocratica degli uomini.

Di certo non è facile per noi giacobini e sanculotti continuare ad assistere a questa apologia dell’aristocrazia, senza il grande sfondo storico che dava sostanza alla narrazione di Tolstoj. D’altra parte occorre sempre tenere a mente la differenza fra il giudizio estetico disinteressato e quello politico, etico e morale. Resta però che l’autentica opera d’arte deve essere manifestazione sensibile del soprasensibile e, dunque, il suo contenuto deve essere necessariamente all’altezza della forma. Qui abbiamo una forma decisamente molto curata e ammaliante e un contenuto figlio dei tempi davvero oscuri che stiamo vivendo, con tanto di protagonista grande proprietario assenteista che, nel momento in cui ritrova il proprio interesse nelle proprie proprietà, pensa a una ristrutturazione in senso capitalista, senza il minimo rimorso per la tragica sorte che ciò comporterà per i lavoratori agricoli.

La serie scade sempre di più, incentrata com’è sugli assurdi amori romantici e gli altrettanto assurdi punti d’onore dell’aristocrazia. Per cui il plot si incentra sulla demenziale vicenda di una coppia di duchi in cui l’uomo pretende di non avere figli, per una promessa fatta al padre da tempo morto, di non assicurargli un erede. Promessa che è a sua volta “fondata” su un’altra assurdità, per cui il padre aristocratico sarebbe stato unicamente interessato alla continuazione della casata e per nulla alla moglie e all’unico figlio. Senza contare che tale casata ha un’origine ancora più assurdamente inverosimile, ossia il re d’Inghilterra che a inizio ottocento si sarebbe innamorato di una afro discendente, tanto da sposarla e promuovere ad aristocratici altri afro discendenti. Nell’ultimo episodio, infine, l’amore romantico finisce per prevalere, il più delle volte, sugli arcaici pregiudizi aristocratici.

Fukushima 50 di Setsurô Wakamatsu, drammatico, Giappone 2020, voto: 5+; il film è certamente ben fatto e coinvolgente, anche se punta tutto nell’evidenziare l’etica del sacrificio, così tipica della mentalità giapponese che, sicuramente, è riuscita in una situazione disperata a limitare in modo provvidenziale i danni. D’altra parte né i protagonisti, né tanto meno gli autori e i produttori sembrano interrogarsi seriamente sulle cause di quanto è avvenuto per far sì che tragedie simili e rischi così spaventosi non possano né debbano ripetersi.

WolfWalkers – Il popolo dei lupi di Tomm Moore e Ross Stewart, animazione, avventura, family, Irlanda, Lussemburgo, Francia e Usa 2020, voto: 5; film riuscito formalmente, ma sconcertante dal punto di vista del contenuto. È un ottimo esempio di come il tema ambientale possa essere utilizzato in senso reazionario. Nel film, in effetti, si tende a umanizzare persino i lupi, mentre gli esseri umani, gli irlandesi – colonizzati dagli inglesi – vengono rappresentati con tratti bestiali. Inoltre la sacrosanta lotta dei popoli coloniali e degli oppressi viene ridotta a nulla, anzi a qualcosa di sostanzialmente negativo, dinanzi alla lotta per la difesa della natura. Lotta per altro del tutto fittizia, in quanto l’unica soluzione individuata è il ritirarsi della stessa fauna in remote zone non ancora antropizzate.

La trincea infinita di Aitor Arregi, Jon Garaño e Jose Mari Goenaga, Spagna/Francia, drammatico 2019, voto: 5; film candidato all’Oscar come migliore film spagnolo, incentrato su un tema sostanziale risulta non solo noioso, ma di fatto controrivoluzionario. Peraltro con il suo qualunquismo e la sua verve antipolitica dimostra di avere pienamente introiettato il principale frutto avvelenato della dittatura franchista, ovvero la completa spoliticizzazione non solo del popolo, ma degli stessi intellettuali tradizionali. Così una eroica lotta contro la spaventosa repressione scatenata dai franchisti, viene in modo rovescista presentata come un consapevole riflusso nel privato e un’ode alla vita animale dello spirito. Tutto incentrato com’è sulla vita famigliare e sulla sfera del privato, del caso unico, la durata di quasi due ore e trenta rende La trincea infinita insopportabile.

Supernova di Harry Mcqueen, drammatico, Gran Bretagna 2020, voto: 5; il film è una ripresa piuttosto fiacca di recenti film che hanno trattato temi analoghi. L’unica novità è che il malato è uno dei partner di una coppia gay. Per altro questo tema della coppia omosessuale tende a ritornare con sempre maggiore costanza nei più recenti film. Nonostante vi siano, dunque, diversi elementi di possibile interesse, il film non sembra aggiungere nulla di realmente nuovo e significativo ed è, anzi, decisamente più noioso e soporifero dei film cui si ispira. Anche la sua indole melodrammatica appare alquanto fiacca. Anche se certamente ci sono film decisamente peggiori e con messaggi o impostazioni formali reazionarie da cui Supernova quanto meno resta esente.

Dune di Denis Villeneuve, vincitore per la migliore regia al Toronto International Film Festival, voto: 5; film assurdamente sopravvalutato; nonostante l’enorme budget a disposizione ne viene fuori un’opera decisamente mediocre, tanto più che si trattava di un evento attesissimo. In realtà già il plot di per sé ha veramente poco di significativo da dire e lascia altrettanto poco su cui riflettere allo spettatore. Anche il godimento estetico è compromesso dalla lunga durata di un film quanto mai noioso. Siamo al solito nella assoluta mancanza di immaginazione e di principio speranza e spirito dell’utopia, per cui non si può che pensare a un futuro distopico in cui, nonostante lo sviluppo tecnologico, si regredisce a una società sostanzialmente medievale. Ancora più intollerabili sono gli aspetti di una religiosità talmente primitiva da pensare il messia come il prodotto di una secolare ingegneria genetica.

Il gioco del destino e della fantasia di Ryûsuke Hamaguchi, drammatico, Giappone 2021, gran premio della giuria al Festival di Berlino, distribuito da Tucker Film dal 22 agosto, voto: 5; ennesimo film scioccamente esaltato dalla critica cinefila e festivaliera, non a caso premiato a Berlino, uno dei festival più connotati dall’ ideologia reazionaria dominante. Il film non ha davvero nulla di notevole. Vi sono tre storie anonime, senza legami fra di loro e del tutto prive di dinamiche sostanziali. Il film produce scarso godimento estetico e lascia ben poco su cui riflettere lo spettatore. Fra i tre episodi, l’unico con un minimo di spessore è il primo, mentre il secondo e il terzo divengono sempre più anonimi e noiosi.

The Beatles: Get Back 1x3 di Peter Jackson, serie documentaria musicale, distribuita da Disney +, voto: 5. Si tratta in realtà di un documentario di ben 8 ore, che rappresenta la cronaca della realizzazione artistica dell'album Let It Be e la pianificazione della prima esibizione dal vivo dopo tre anni dei Beatles, fino all’ultimo loro concerto sul tetto. Per quanto possa essere piacevole per gli appassionati di questo celebre gruppo musicale, il documentario finisce con l’essere intollerabilmente noioso per la sua spropositata lunghezza. Ci si perde così nei particolari più accidentali documentando, per esempio, delle discussioni organizzative prive di qualsiasi rilievo. Peraltro, il consueto vezzo postmoderno di non spiegare nulla e di non far emergere i rarissimi aspetti significativi di questa mortalmente lunga cronaca della morte annunciata dei Beatles rende il documentario davvero insostenibile per i non iniziati al culto del celebre gruppo di Liverpool.

Mina Settembre è una serie televisiva italiana in 12 episodi, diretta da Tiziana Aristarco e liberamente tratta dai racconti di Maurizio de Giovanni, voto: 5. Dai primi episodi emerge una serie ben confezionata, abbastanza curata nei particolari, ma molto prevedibile e molto spesso inverosimile. Per quanto sia incentrata su una questione di cuore decisamente poco significativa, vi è quantomeno la buona intenzione di toccare alcune problematiche sociali di Napoli. Valido anche l’impegno della protagonista a volersi spendere su tali tematiche. Il problema resta il modo di affrontarle, che oscilla fra due estremi decisamente pessimi: lo spirito da crocerossina da una parte e Wonder Woman dall’altra. In tal modo, le buone intenzioni vanno a farsi benedire in quanto si resta a una conoscenza fenomenica delle grandi questioni sostanziali sociali che vengono, peraltro, appena sfiorate dalla serie.

Nelle seconde tre puntate la serie si conferma una merce dell’industria culturale ben confezionata per essere un prodotto italiano, di pura evasione e buonista. Quest’ultimo aspetto è certamente il lato che la rende almeno un po’ significativa nel panorama deprimente dell’odierno cinema italiano. Peccato che l’attrice protagonista, Serena Rossi, sempre conciata come se fosse appena uscita dal parrucchiere, poco si addice al moralismo crocerossino che dovrebbe caratterizzare Mina Settembre. Inoltre, essendo tratta da soli due racconti, la serie finisce per essere un eterno ripetersi, con variazioni diverse, di un medesimo tema decisamente poco sostanziale.

Negli episodi dal sei al nove la serie diviene sempre più ripetitiva, pesa il fatto di essere scritta sulla base di due racconti, per altro da parte di uno scrittore noto come giallista. Quindi, più che una serie sembra un telefilm. Il suo ruolo oppiaceo, però, lo svolge bene; la serie lì per lì appare anche commovente, se non fosse che il suo buonismo, riflettendoci sopra, mostra ben presto tutta la sua inconsistenza. In tutte le puntate l’eroina fa qualcosa di rischioso e viola le leggi pur di aiutare un bisognoso, senza mai comprendere che si tratta di una goccia nel mare. Per esempio, a fronte di un singolo disoccupato disperato cui riesce a fare avere, grazie alle sue conoscenze, un posto di lavoro, ne restano altre decine di migliaia che rimangono abbandonati alla loro disperazione. Di tutto ciò, naturalmente, nella serie non c’è traccia, né la protagonista si interroga mai su questa palese contraddizione.

Negli ultimi tre episodi la serie diventa sempre più prevedibile e inverosimile, incentrandosi su questioni di nessunissimo spessore, quale riscoprire l’amante del padre o decidere con quale uomo impegnarsi. Peraltro emergono una serie di pesanti pregiudizi, decisamente fuori luogo, innanzitutto omofobi e in secondo luogo volti a colpevolizzare la giovanissima donna che ha una relazione con un uomo sposato. La donna, anche se si tratta di una ragazzina, appare come una poco di buono, mentre l’uomo sposato, anche se l'ha sedotta e abbandonata, non viene messo seriamente in discussione. Peraltro, visti i presupposti e le questioni rimaste aperte per lanciare la seconda stagione – questioni del tutto prive di spessore – viene meno l’interesse a continuare a sprecarci tempo dietro.

Omicidio a Easttown è una miniserie televisiva statunitense del 2021 ideata da Brad Ingelsby e diretta da Craig Zobel, su Sky Atlantic, voto: 5; la serie cerca di tenere insieme, sulle orme di David Lynch, un giallo e l’analisi critica della vita in una cittadina della provincia statunitense. Il risultato, nei primi tre episodi, non è brillante. Le puntate sono troppo inutilmente lunghe, anche se la serie resta godibile. L’analisi della società di provincia statunitense è certo un buon intento, ma i risultati restano modesti. Più che realista, la rappresentazione sembra naturalista e incapace di indagare seriamente le problematiche socio-economiche e i conflitti sociali. In tal modo, al di là delle problematiche familiari, resta ben poco di sostanziale su cui riflettere.

Interessante come la serie, anche nei confronti della protagonista, non ci mostri un personaggio schematico, ma più realisticamente un individuo complesso, con le sue doti, ma anche con i suoi punti deboli, i suoi errori e le sue colpe anche gravi. Interessante anche l’indagine sui segreti nascosti negli armadi dei membri della chiesa e sulla tendenza delle istituzioni poliziesche ed ecclesiastiche a occultare i crimini compiuti dai propri membri, semplicemente sospendendoli per un certo tempo o spostandoli da un luogo a un altro.

La serie si sviluppa puntando sempre più su analisi psicologiche piuttosto che sul considerare le cause e lo sfondo economico e sociale dei crimini. Allo stesso modo non si mette in discussione il ruolo di eroi dei membri degli apparati repressivi dello Stato imperialista più aggressivo e guerrafondaio del mondo. D’altra parte nella serie sono posti al centro e denunciati i delitti contro le donne, da quelle più deboli tossicodipendenti e più o meno costrette alla prostituzione, alle violenza subite in famiglia, la più comune e anche la più difficili da far emergere. Nella puntata conclusiva tutto torna compiutamente nell’ordine costituito, secondo il più becero finale hollywoodiano che cancella anche i rari spunti critici della serie, che diventa, peraltro, sempre più inverosimile, noiosa e gratuita.

The Midnight Sky di George Clooney, Usa 2020, voto: 5-; come ormai di consueto, si dà per scontato che al fatidico bivio storico l’umanità non potrà che scegliere la strada della barbarie, cioè della crisi della civiltà, dato che la possibilità stessa di una transizione al socialismo non è neanche presa in considerazione neppure dai film di fantascienza. Certo resta il realismo per cui la crisi del capitalismo se non interrotta, non può che portare a un futuro catastrofico in cui la stessa vita sulla terra per gli esseri umani sarà posta in serio pericolo. Tuttavia appare più plausibile l’esodo verso un altro pianeta abitabile, piuttosto che modificare in senso razionale l’attuale modo di produzione. Per cui la fantascientifica catarsi si riduce al ritorno a Adamo ed Eva, che inizieranno una nuova storia umana in un altro pianeta. In tal modo, però, eliminando radicalmente persino dai film di fantascienza qualsiasi spirito dell’utopia e principio speranza non resta che la tenebra del quotidiano, cioè non resta che una apologia indiretta della società capitalista, dato che oltre a essa l’unica alternativa plausibile sembra essere il diluvio.

Hong Kong Express di Wong Kar Wai, Hong Kong 1994, voto: 5-; un altro film del tutto trascurabile assurdamente assurto a grande classico del cinema internazionale. In realtà si tratta di storie prive di qualsiasi dimensione sostanziale, manieristiche e postmoderne. Peraltro il grande sogno della protagonista femminile della seconda parte è di divenire la schiava domestica di un poliziotto di cui si è innamorata perdutamente dopo averlo visto nel locale in cui lavorava. 

Lei mi parla ancora di Pupi Avati, drammatico, Italia 2021, distribuito da Vision Distribution, candidato al miglior film e miglior regia ai Nastri d’argento, voto: 5-. Il film, decisamente mediocre, oltre a essere del tutto ingiustamente sopravvalutato, testimonia anche l’attuale miseria del cinema italiano, dal momento che un film tanto modesto viene presentato tra i migliori prodotti cinematografici dell’anno. Peraltro il film è decisamente reazionario, esalta il piccolo mondo antico e i valori decisamente conservatori dei notabili della provincia Veneta, che impiegano in modo del tutto superfluo un numero sproporzionato di servitori e riempiono, in modo completamente privo di gusto, la casa di “opere d’arte”, con la tipica furia del collezionista, che finisce con il valorizzare un oggetto quanto più è antico e tradizionale.

28/01/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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