Guerra alla droga e criminalizzazione della povertà

Cocaine: La vera storia di White Boy Rick, un buon noir più per lo sfondo storico e sociale in cui si inserisce, che per la vicenda del protagonista e della sua famiglia posti al centro del film.


Guerra alla droga e criminalizzazione della povertà Credits: https://www.mymovies.it/film/2018/white-boy-rick/

Il film, sin dal titolo, è incentrato sul protagonista: White boy Rick che, a soli quattordici anni, è stato arruolato dalla polizia impegnata nella guerra alla droga. Quest’ultima conosce il suo apice negli anni ottanta, in cui è ambientato il film, sotto il governo ultra liberista di Reagan. Il film tende a concentrarsi sulla storia personale del protagonista, lasciando sostanzialmente in ombra le grandi questioni che ci sono alle spalle, senza comprendere le quali diviene difficile anche capire la stessa “vera storia” del protagonista, ulteriormente distorta dal depistante titolo italiano: Cocaine.

Del resto è presumibile che il film stesso è stato possibile realizzarlo solo lasciando sostanzialmente fuori campo le grandi questioni sostanziali appena intraviste dietro la piccola storia ignobile del protagonista e della sua disastrata famiglia che occupano quasi sempre il centro della scena e dell’attenzione occultando quasi tutto il resto. In altri termini, è molto probabile che solo grazie a questo occultamento il film ha potuto essere realizzato. Infatti, la sceneggiatura era già pronta nel 2014, quando sarebbe dovuto uscire il film, ma proprio perché rischiava di toccare dei nervi scoperti della politica statunitense non se ne è fatto nulla. Tanto che la sceneggiatura finisce nella "lista nera" degli script del 2015, ovvero nella lista delle migliori sceneggiature bloccate dalla produzione, ovvero ostracizzate dall’industria culturale.

Del resto, già quello che si vede nel film è decisamente spiazzante rispetto alla narrazione ideologia che ne dà il pensiero unico dominante. Così, gli assurdamente osannati anni ottanta, gli anni della “grande ripresa economica” sotto la direzione dell’altrettanto assurdamente glorificato presidente Reagan, ci vengono presentati nella loro cruda realtà nella città di Detroit. Una città che era stata il centro di una delle più importanti industrie statunitensi, l’automobilistica, che ora ci si presenta come uno scenario post-apocalittico. Le gigantesche fabbriche sono state chiuse, con la miope politica di deindustrializzazione e migrazione all’estero di capitali e attività produttive e la città appare ormai popolata esclusivamente da afroamericani e pochi residui caucasici, generalmente falliti, drogati o dediti a loschi traffici. A complicare le cose vi sono poi gli apparati repressivi dello Stato impiegati in una guerra alla droga che nasconde una vera e propria criminalizzazione della povertà.

La famiglia caucasica, al centro della vicenda è una tipica espressione di come la crisi economica porti con sé una altrettanto spaventosa crisi sociale, culturale e morale. La madre, presumibilmente per le violenze subite dal marito, ha abbandonato casa e famiglia. La figlia è tossicodipendente e detesta il padre, anche in questo caso, molto probabilmente, per le violenze subite, tanto che anche lei abbandona casa e famiglia. Il padre sfrutta senza nessuno scrupolo, come se fosse la cosa più naturale in quel contesto, il figlio appena quattordicenne nel suo traffico illegale di armi. Acquista accompagnato dal figlio armi in giro per i mercatini organizzati in tutto il paese, dove è possibile tranquillamente acquistare persino fucili mitragliatori. Dopo averle acquistate e modificate, per renderle ancora più micidiali e dopo averle dotate di silenziatori, per renderne ancora più micidiale l’uso – in modo naturalmente illegale – sfrutta ancora il figlio per venderle ai capi delle bande giovanili che si stanno organizzando fra gli afroamericani, privi di lavoro, abbandonati a loro stessi e al terribile degrado in cui sono costretti a sopravvivere.

Tali traffici avvengono sotto il controllo a distanza delle forze del (dis)ordine borghese, che lasciano correre, per sfruttare per i loro fini tali traffici illegali, che potrebbero immediatamente troncare alla radice. La vendita delle armi alle bande afroamericane appare funzionale alla repressione e criminalizzazione del disagio giovanile delle classi più subalterne, a favorire i pregiudizi razziali nei riguardi degli afroamericani. Inoltre, la polizia federale sfrutta nel modo più cinico la tragica condizione di questo ragazzino di appena quattordici anni, coinvolto dal padre come corriere nei suoi loschi traffici, per terrorizzarlo, minacciare lui e il padre, con il fine di ricattarlo e farne uno strumento per la repressione degli afroamericani, attraverso la guerra alla droga. Il ragazzino, conosciuto per il traffico di armi, deve quindi andare alla ricerca, per conto della polizia, di afroamericani disponibili a vendergli droga. In tal modo, visto che nella guerra alla droga le pene sono state mostruosamente aggravate, tanto che si rischia meno commettendo un omicidio che vendendo droga e considerato che, una volta finiti nelle mani della polizia, gli afroamericani subiscono ogni sorta di sevizie – oltre che essere condannati a pene ben più gravi dei caucasici – i federali possono facilmente costringere anche i piccoli spacciatori afroamericani a lavorare al loro servizio.

Ben presto, considerata anche la sua giovane età, il ragazzino si conquista la fiducia degli afroamericani fra i quali cerca sempre più di integrarsi, dopo essere stato più o meno costretto a non frequentare più la scuola. Viene in seguito ingaggiato dal FBI in un’operazione ben più spaventosa, diffondere nella comunità afroamericana la micidiale droga sintetica, prodotta artificialmente in laboratorio, chiamata crack. Quest’ultima ha un prezzo enormemente più basso della cocaina, ma ha effetti decisamente più devastanti, genera un livello di assuefazione decisamente più elevato e favorisce in chi l’assume reazioni violente, aggressive e incontrollate. Naturalmente nel film tutto ciò è solo suggerito fra le righe ed è ancora più occultato nella versione italiana dal titolo sviante di Cocaine mentre, appunto, qui si tratta di un’operazione volta a criminalizzare la povertà promuovendo la diffusione nella comunità afroamericana del crack, per provocare un’escalation di violenza e terribili faide intestine, che consentiranno alla polizia di intervenire rapidamente e di conquistarsi i titoli dei giornali.

Così il ragazzino viene addestrato dagli agenti federali alla produzione e poi alla svendita della micidiale droga artificiale, coinvolgendo per farsi aiutare altri teenagers afroamericani. Degrado, disoccupazione, bassissima scolarizzazione, discriminazione razziale, svendita di armi e crack nella comunità afroamericana la portano a una disgregazione e a una continua micidiale guerra per bande, che consente alla polizia grosse retate funzionali a far crescere il prestigio nell’opinione pubblica benpensante degli apparati repressivi dello Stato.

Nel frattempo il nostro (anti)eroe, dopo aver portato a termine il proprio micidiale ruolo per contro del FBI, una volta che ormai il crack si è diffuso e ha devastato la comunità afroamericana, viene abbandonato al suo tragico destino. L’unica sorella, costretta a fuggire di casa, è ormai anche lei devastata dal crack; a scuola, visti i loschi traffici in cui lo ha coinvolto la polizia, non viene riaccolto. L’unica attività su cui si è specializzato è il traffico di droga, dove ha anche ormai la sua rete di amicizie e contatti. Per cui non vede alternative a riprendere tale attività, dopo che è stato gravemente ferito da un afroamericano per il doppio gioco che ha fatto e per l’azione devastante che ha contribuito, in modo per lo più inconsapevole, a produrre nella comunità afroamericana. Anche perché, non volendo denunciare l’esecutore e i mandanti dell’attentato subito al FBI – che, nel frattempo, nonostante le promesse ha arrestato anche il migliore amico del nostro eroe – ha perso la protezione e la possibilità di proseguire la collaborazione con lo FBI.

Quest’ultimo, del resto, preferisce decisamente che il nostro operi ormai in proprio, così da non avere più responsabilità dirette e può attendere il momento migliore per poterlo nuovamente ricattare e fargli fare qualche nuovo lavoro particolarmente sporco per loro conto. Del resto, in caso di mancata collaborazione con gli apparati repressivi per la sua attività di spaccio e le leggi draconiane imposte dalla sedicente guerra alla droga si beccherebbe l’ergastolo.

Ecco così che, raggiunti i sedici anni – dopo che grazie alla sua attività indisturbata di trafficante è riuscito a riunire la sua famiglia disastrata e a mantenere anche una figlia avuta a causa della mancanza completa di un’educazione alla sessualità – viene arrestato dalla polizia. La minaccia dell’ergastolo lo costringe a divenire nuovamente strumento di un’azione particolarmente sporca del FBI, coinvolgere una parente del sindaco – ex compagna di un delinquente afroamericano finito agli arresti, con cui il nostro ha una relazione – in un grande traffico di droga, con l’obiettivo di coinvolgere, in qualche modo, il sindaco afroamericano. L’operazione riesce solo a metà, in quanto i tutori del dis(ordine) riescono a far apparire fra i coinvolti nella grossa retata – organizzata a seguito di un imponente traffico di droga, ancora una volta organizzato dagli stessi apparati repressivi dello Stato implicati nella guerra alla droga – solo un genero del sindaco. Mentre dall’operazione – in cui era stata appositamente coinvolta, al solito, la stampa – emerge il coinvolgimento di poliziotti corrotti, direttamente implicati nel traffico di droga.

Per scagionare i poliziotti coinvolti, gli apparati repressivi dello Stato, con la solita complicità dei mezzi di comunicazione dominante, decidono di scaricare il nostro, accusandolo di aver sfruttato il suo ruolo di infiltrato nel traffico di droga per lo FBI, per sfruttare ai propri fini il traffico di stupefacenti corrompendo i poliziotti risultati implicati. Così i poliziotti corrotti sono presto scagionati, mentre il nostro, sebbene avesse appena 17 anni, finisce – in quanto mostro sbattuto in prima pagina – per essere condannato all’ergastolo. Per di più, dal momento che il suo ruolo di informatore della polizia è stato reso di dominio pubblico dai grandi mezzi di comunicazione, è costretto per “motivi di sicurezza” a scontare la pena nella condizione di completo isolamento.

Sarà lasciato marcire in prigione, con i terribili segreti di cui era a conoscenza, per ben trent’anni, finendo per scontare la pena più lunga nel suo Stato, per una persona che non si era macchiata di reati di sangue. Ora abbiamo ricostruito questi tragici eventi storici non per fare lo spoiler del film, ma perché, come abbiamo anticipato, queste problematiche sostanziali sono appena accennate nel film e restano comunque sempre sullo sfondo o meglio sottotraccia, visto che nella pellicola appaiono centrali il rapporto fra padre e figlio o di entrambi con la sorella, che dopo aver contribuito indirettamente a far precipitare nella tossicodipendenza, la aiutano a uscirne fuori.

Il film che ha il merito di ricostruire nel modo più meticoloso, da tutti i punti di vista, l’atmosfera di quegli anni e la situazione post-apocalittica in cui è precipitato il maggiore centro industriale degli Stati uniti, rischia, come avviene molto spesso nel cinema statunitense, di slittare dal realismo, al naturalismo e al determinismo. Per cui le tragedie dei personaggi, che più che veri e propri tipi sociali appaiono come rappresentanti medi del loro gruppo sociale e culturale, appaiono sostanzialmente necessarie, visto che l’ambiente sociale degradato non sembra offrire nessun margine per poter scegliere liberamente una vita alternativa. Per cui il loro prendere parte ad attività sempre più criminali viene in tal modo naturalizzato, come se non esistessero appunto alternative. Anche perché manca del tutto la prospettiva di una catarsi che possa condurre alla conclusione le tragiche vicende delineate, dal momento che non vi è nessuna traccia di una prospettiva diversa per questa massa di subalterni.

23/03/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://www.mymovies.it/film/2018/white-boy-rick/

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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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