Il cinema da salvare nell’era Trump

Recensioni a Captain fantastic, Il cliente, Zero days, tre film da non perdere


Il cinema da salvare nell’era Trump Credits: Locandina del film Captain Fantastic

Captain Fantastic, di Matt Ross, Usa 2016, valutazione: 7,5

Film notevole, perché capace di andare fuori dagli schemi nonché di contrastare efficacemente la tendenza dell’industria culturale ad anestetizzare le coscienze del pubblico lasciando molto da rielaborare allo spettatore.

Il film ci presenta un esperimento pedagogico che vuole essere rivoluzionario, un po’ sul modello dell’Emilio di Rousseau. Anche la pellicola, infatti, muove dal presupposto che in una società profondamente corrotta, in una società a capitalismo avanzato in fase di progressiva putrefazione, risulta impossibile un’adeguata educazione delle giovani generazioni. D’altra parte, tale attività pedagogica risulta indispensabile per la costruzione di una società più razionale e giusta della precedente, in grado di superarne le contraddizioni strutturali. A questo scopo c’è bisogno di un uomo nuovo, in quanto anche la società con le istituzioni più razionali andrebbe rapidamente in malora se fosse diretta e gestita dal materiale antropologico sempre più corrotto della passata e decadente società.

Proprio per questo l’esperimento pedagogico deve essere condotto il più possibile al di fuori del contesto sociale esistente. A questo scopo si sceglie di realizzare tale esperienza il più possibile all’interno di un contesto naturale, partendo dall’assunto altrettanto rousseauiano che la natura umana sia tutto sommato in sé positiva, o quanto meno neutra, e la sua corruzione sia un prodotto storico e sociale. Il prodotto di una società fondata sulla proprietà privata, che usurpa i beni comuni, ed è alla base del diritto costituito e delle istituzioni statuali, quali strumenti della classe dominante per perpetuare il proprio dominio.

L’altro modello, esplicitato nel film stesso, è quello della Repubblica di Platone, ovvero l’ambizione di gettare i presupposti pedagogici per la realizzazione di una società ideale, fondamentalmente comunistica, dove tutto è organizzato nel modo più razionale possibile. L’obiettivo, altrettanto esplicitato è quello di formare dei filosofi-re, ovvero un’avanguardia in grado di dirigere nel modo più razionale possibile la cosa pubblica, sulla base della scienza e dell’arte della politica a sua volta fondata sull’idea del Bene.

L’esperimento ha degli evidenti limiti, quelli tipici di un esperimento in cui degli esseri umani, peggio, dei giovani “innocenti”, sono ridotti a cavie. In secondo luogo prevale la concezione propria del socialismo utopista della necessità di una fuga dal capitalismo, di una fuga dalla storia, per ricreare in uno spazio libero – senza rovesciare la società capitalista sfruttandone le contraddizioni reali – il mondo nuovo. In terzo luogo, si ripresenta la contraddizione tipica dei progetti teorici e pratici di società comuniste, ovvero che l’esigenza di forzare i tempi, di forzare soggettivamente il corso storico fa sì che l’esperimento comunista sia inficiato da elementi totalitari, in quanto in mancanza dell’uomo nuovo, i partecipanti all’esperimento, non essendo in grado di autogestirsi, per raggiungere subito l’obiettivo ricorrono a un potere tendenzialmente dittatoriale.

In quarto luogo, l’esperimento risente negativamente dei pregiudizi piccolo-borghesi, molto efficaci nella critica della società capitalista, ma che tendono, in linea con il socialismo reazionario, a idealizzare il mondo preborghese o addirittura le società primitive. Infine, vi sono i pregiudizi tipici degli statunitensi di stampo anarco-individualista per cui lo Stato e la comunità sono un limite intollerabile per la libertà individuale, per cui vi è il mito della famiglia dei pionieri, che vive a contatto con la natura benigna, in perfetta autarchia e lontano dalle città corrotte.

Tutti questi limiti fanno sì che l’utopica reazione alla società borghese – per quanto efficace per la prospettiva straniante che consente una critica adeguata dei suoi aspetti irrazionali, che proprio perché noti non sono in realtà conosciuti – presenti degli aspetti distopici che portano a una situazione di compromesso, a una sorta di empirico giusto mezzo, che non può che lasciare non del tutto soddisfatto lo spettatore anticonformista.

Il cliente di Asghar Farhadi, Iran 2016, valutazione: 7

Film che ha avuto tanti e meritati riconoscimenti internazionali, nomination come Miglior film straniero sia Golden Globes che agli Oscar 2017, nonché miglior sceneggiatura e miglior attore protagonista al festival di Cannes. Il film è un’ottima dimostrazione di come la guerra di civiltà, rilanciata da Trump, sia un puro mito reazionario, di stampo razzista e colonialista. Gli iraniani, considerati cittadini di uno Stato canaglia, costretti a vivere in una società teocratica, che sostiene il terrorismo internazionale – in quanto tali non graditi negli Stati Uniti, massimi esportatori di democrazia a livello internazionale – danno con questo film una lezione di civiltà agli statunitensi, per giunta dal punto di vista cinematografico, di cui questi ultimi si considerano i dominatori assoluti.

La storia, apparentemente banale, vista e rivista in diecimila film americani, conosce un epilogo assolutamente spiazzante. Il protagonista è un giovane bello e buono che, costretto a ricorrere a una vendetta privata per vendicare una terribile violenza gratuita subita dalla moglie, non riesce a portare a termine il proprio intento per ragioni etico-morali. Anzi è la donna stessa, oggetto di una devastante violenza sessuale, a impedire la vendetta, assolutamente meritata, e anzi decisamente lieve rispetto al principio della legge del taglione, applicata nel modo più spietatamente intellettualistico nei film americani. Al punto che lo spettatore occidentale, del tutto egemonizzato dall’egemonia dell’industria culturale a stelle e strisce non può che, in un primo momento, restare spiazzato.

Anzi, da questo punto di vista, tutto il film appare spiazzante e straniante, un po’ nello spirito illuminista delle Lettere persiane di Montesquieu, che il regista iraniano pare aver assimilato decisamente più dei colleghi statunitensi. Innanzitutto lo stupro è presentato nella sua squallidissima realtà di esplosione di una violenza bestiale, profondamente vigliacca, frutto della banalità del male, ovvero prodotto del senso comune patriarcale e maschilista che riduce la donna a mero oggetto del piacere dell’uomo. Non ci sono ammiccamenti di nessun tipo allo spettatore, né nessuna insinuazione che la donna se la sia in qualche modo cercata, né tanto meno, che abbia potuto provarne una qualche forma di godimento. Questione altrettanto importante, tale delitto non viene affatto declassato a reato tutto sommato minore, ma se ne coglie in pieno l’effetto devastante che ha in primo luogo sulla donna, in secondo luogo sul suo compagno, in terzo luogo sulla coppia.

Inoltre, colpisce come i vicini siano immediatamente solidali con la donna, non le rivolgono nessuna forma di accusa o sospetto anche indiretto, visto che lei inavvertitamente ha lasciato campo libero allo stupratore, anzi si dichiarano favorevoli alla più severa e inflessibile punizione del violentatore. E, tuttavia, è proprio in tale pregiudizio che riduce la pena a una vendetta, cosa che appare così scontata nel classico film statunitense, che si cela la radice di un altro male che deriva dallo stupro. La violenza genera violenza; il pensare astrattamente, che riduce il corpo della donna a mero oggetto del desiderio dell’uomo, il pregiudizio che la donna in qualche modo se la cerchi, creano il pregiudizio, anche nell’uomo più colto e meno tradizionalista, della necessità di vendicare l’onore tradito.

Da ciò deriva la denuncia di un altro aspetto negativo, anzi violento, proprio del pensare astrattamente, ovvero del non considerare dialetticamente, da tutti i punti di vista l’azione dell’altro. Così nel violentatore si coglie soltanto il criminale e non si coglie come, per altri aspetti, sia, senza nulla togliere alla gravità del suo crimine, una vittima di una società patriarcale e maschilista, di una visione del mondo mitologico-religiosa. D’altra parte il criminale è però anche un uomo, certo tradisce la moglie sfruttando la prostituzione, ma al contempo le vuole bene ed è anche un padre affettuoso. Anche la moglie, apparentemente il prototipo della donna mussulmana ignorante e velata di nero, è anch’essa una vittima di una società dove impera il pregiudizio mitologico-religioso su cui si fonda il patriarcato. È, inoltre, una donna che dimostra amore per il proprio uomo al di là di tutte le sue evidenti debolezze. Certo anche questo è frutto di un pregiudizio sociale, per cui la donna non può fare a meno del proprio uomo, che tanti disastri ha prodotto e produce, ma allo stesso tempo in tal modo la donna pur con tutti i limiti non è “pietrificata” nel pregiudizio orientalista della mussulmana vittima di una barbara tradizione.

Zero Days di Alex Gibney, Usa 2016, valutazione: 7

Il film ha certamente avuto, in particolare in Italia, una pessima distribuzione, che lo ha reso del tutto invisibile al grande pubblico e, persino, a quella fetta ristretta di mercato potenziale che poteva essere interessata all’argomento in discussione, ovvero la forma più moderna e anche più selvaggia di guerra, quella che colpisce in modo micidiale il nemico attraverso gli strumenti informatici. Al centro dell’accuratissima indagine del regista, un eccellente documentarista decisamente impegnato dal punto di vista politico e sociale – come aveva dimostrato in La prigione della fede recensito in questo giornale – vi è il devastante virus Zero Days, creato dagli apparati dello Stato israeliano e statunitense per colpire l’Iran.

Come appare evidente dal film, ogni mezzo viene utilizzato, a partire dagli attacchi terroristici in territorio straniero contro gli scienziati del paese nemico, per colpire un paese affetto dal virus rivoluzionario. In effetti, lo stesso programma atomico dell’Iran, era stato messo in piedi proprio dagli attuali nemici statunitensi, nel momento in cui il paese era guidato dal regime dittatoriale dello Scìa (imperatore) di Persia, che si faceva garante degli interessi imperialisti nell’area e delle teocrazie dispotiche del Golfo.

La rivoluzione popolare del 1979, per quanto poi sia stata strumentalizzata dalle forze religiose, per altro sostenute inizialmente dagli occidentali in funzione anti-comunista, costituisce un oggettivo ostacolo alle mire imperialiste sull’area, non fosse altro che come sostenitrice di movimenti di resistenza alle forze imperialiste e alle petromonarchie. Perciò diviene essenziale, per le forze imperialiste, impedire a questo paese di dotarsi di quel deterrente militare, reso indispensabile per non essere costantemente un target di un’aggressione imperialista, in particolare dopo la seconda guerra del Golfo, nella quale gli anglo-americani hanno avuto ragione, grazie alla soverchiante supremazia militare, di un temibile nemico che l’Iran era stato costretto a combattere senza riuscire a sconfiggerlo per circa un decennio.

Ancora più interessanti sono le rivelazioni, minuziosamente documentate dal film, dell’uso sconsiderato che è stato fatto di questa micidiale arma da parte, principalmente, degli israeliani, che lo hanno diffuso in tutto il mondo per testarlo e portare avanti la propria politica nichilista di diffusione del caos. Ancora più allarmante è l’indagine portata avanti dal documentario che fa emergere uno scenario inquietante, ovvero che Zero Days è solo la punta di un iceberg di un programma ancora più micidiale di armi informatiche. Queste ultime consentono all’imperialismo statunitense, per ammissione dei suoi stessi rappresentanti, per nulla pentiti, di avere in pugno i propri nemici, potendo colpire in ogni momento le loro centrali elettriche, idriche, idroelettriche, nucleari etc. Il che costituisce un terribile strumento di ricatto.

Tuttavia il potenziale di distruzione di tali armi è così devastante che sono esponenti stessi dell’apparato statunitense che sfruttano il documentario per fare outing e denunciare l’assoluta urgenza di una regolamentazione a livello internazionale dell’uso di tali armi, visto che al momento non esiste nessun protocollo che le regoli.

Per quanto estremamente interessante il film è poco fruibile perché, tutto preso dalla necessaria e sacrosanta denuncia, sottovaluta troppo la necessità di un’opera d’arte di provocare godimento estetico nello spettatore. Quest’ultimo, per quanto animato dalle migliori intenzioni e interessato dalla rilevanza e attualità delle problematiche affrontate, non è in grado di tenere viva l’attenzione nelle due ore in cui si dispiega questa accuratissima indagine e denuncia giornalistica. Ciò non può che inficiare la stessa capacità di denuncia che un film su un tale argomento avrebbe potuto avere.

18/02/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Locandina del film Captain Fantastic

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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