Il monello vs Sherlock Jr.

Tornano nella sale, in versione restaurata, due classici della storia del cinema; la loro proiezione in sequenza stimola la comparazione critica fra due maestri del cinema muto.


Il monello vs Sherlock Jr. Credits: Fotogramma del film

IL MONELLO di Charles Chaplin Usa 1921-2017 valutazione: 9/10

Negli Stati Uniti del 1921, dominati come oggi da una feroce destra repubblicana dedita anche allora alla caccia e alla deportazione degli immigrati, Charlie Chaplin realizza con il suo primo lungo metraggio anche il primo dei diversi capolavori con cui ha segnato in modo indelebile la storia del cinema. Si tratta al contempo di un’opera assolutamente geniale e innovativa, di cui Chaplin è regista, attore protagonista, produttore sceneggiatore e ideatore dell’accompagnamento musicale. Nel film il geniale regista riesce in un’eccezionale sintesi degli opposti: il comico e il tragico, la più alta poeticità con la più divertente e arguta ironia.

Il film dimostra in pieno di essere un grande classico proprio in quanto a quasi cent’anni dalla sua realizzazione commuove, fa riflettere, appassiona, diverte e provoca un indiscutibile godimento estetico a uno spettatore di tutte le età.

Inoltre riesce a coniugare in modo eccezionale un contenuto decisamente rivoluzionario con la capacità di mediarlo nella forma più adeguata e capace di raggiungere un pubblico amplissimo. Tanto più che nonostante le sue eccezionali doti e il suo assoluto protagonismo nella realizzazione dell’opera, essa mira sempre e solo a far emergere la cosa stessa, ovvero a farci conoscere la realtà in una prospettiva particolare, mediante personaggi tipici, senza nessun autocompiacimento o leziosità.

Il film rappresenta un’aperta sfida all’ideologia dominante del tempo, fondata sul conformismo, il perbenismo, il proibizionismo e il moralismo puritano basato sulla concezione mitologico-religiosa profondamente classista che il successo sia un sicuro indizio di elezione divina, di merito personale ed eticità, mentre l’indigenza di dannazione, incapacità e immoralità. Al contrario nel film vediamo una ragazza madre abbandonata al suo tragico destino da una società che la condanna, dall’egoistico maschilismo del compagno che l'ha sedotta e abbandonata, da un sistema sociale che la getta in mezzo a una strada subito dopo il parto, alla faccia della carità cristiana. E, qui Chaplin rovescia la prospettiva ipocrita del puritanesimo dominante paragonandola con un ardito e provocatorio messaggio alla passione del Cristo.

La donna disperata prova ad abbandonare il neonato in un’autovettura di ricchi, ma per una serie di vicissitudini a prendersene cura sarà un povero vagabondo costantemente minacciato dalla polizia che lo considera un soggetto sociale pericoloso. A interpretarlo magistralmente è Chaplin, che per altro con questa tragica storia ripercorre le altrettanto tragiche vicissitudini della sua infanzia. Il tutto è rappresentato nel modo più realistico, in quanto Chaplin non nasconde affatto quella che Brecht definisce la “cattiveria della povertà”, che è ovviamente un prodotto di una società profondamente ingiusta e spietata. La madre è costretta dalle condizioni economiche e sociali e dal moralismo dell’ideologia dominante ad abbandonare il figlio e lo stesso precarissimo lavoratore che lo adotta, prima di sviluppare un sentimento di solidarietà di classe con il trovatello cerca in ogni modo di sbarazzarsene.

Solo l’acquisita ricchezza consentirà alla madre di potersi occupare del figlio e la stessa polizia posta a guardia dell’ordine costituito, che fa di tutto per impedire il profondo legame sociale fra il trovatello e il padre adottivo, costretti a vivere di espedienti, passano improvvisamente al loro servizio quando apprendono della nuova posizione sociale della madre. Dunque le forze dell’ordine e gli stessi servizi sociali, di uno Stato asociale, non contrastano in nessun modo le cause dell’illegalità e dell’indigenza, ma impongono l’ordine costituito con la repressione delle vittime, nel momento in cui sono costrette per sopravvivere a infrangerla.

SHERLOCK JR. di Buster Keaton Usa 1924, valutazione: 7/10

Per quanto senz’altro ancora godibile dal punto di vista estetico, il film di Buster Keaton, suo terzo lungometraggio realizzato tre anni dopo Il monello, patisce decisamente di più il peso del tempo, nonostante sia considerato tra le migliori sue prove. Al di là di un susseguirsi di gag surreali e ancora divertenti, al di là delle indubbie capacità di Keaton sia come regista, che come protagonista, con la sua espressione impassibile nonostante le situazioni assurde in cui si trova impelagato, il film resta un’ammirevole momento della storia del cinema, un classico ormai inefficace. Il film non ha davvero molto da offrire per far pensare all’attuale spettatore, al di là della formalistica critica borghese che pretende di leggervi una brillante riflessione sul potere del cinema. Anche l’inconsapevole e ingenuo surrealismo del sogno, al centro del film, che avvolge la realtà fino a sostituirvisi può esaltare unicamente un critico formalista borghese o un cinefilo, ma non certo uno spettatore dotato di sano buon senso umano e interessato al valore conoscitivo dell’arte.

Pertanto il fatto che sia presumibilmente il primo film a utilizzare l'idea di film nel film, intrecciando comicamente finzione cinematografica e realtà, resta una trovata, per quanto geniale la si possa considerare. Essa suscita certo ammirazione, ma non produce alcuna catarsi, come del resto le acrobazie spericolate del protagonista, rigorosamente realizzate senza controfigure. La destrutturazione con fini comici dei canoni del linguaggio cinematografico possono esaltare un critico postmoderno, ma hanno veramente poco da comunicare a chi è interessato a contribuire a conoscere il mondo per rivoluzionarlo. Tanto meno può entusiasmarci la presunta riflessione favorita dal film sul cinema quale mezzo per compensare i propri limiti nella realtà e individuare un modello cui rifarsi. Al contrario una vera opera d’arte dovrebbe favorire l’attitudine critica dello spettatore, attraverso lo stimolo ad apprendere dagli errori a cui assiste, e non deve apprezzare l’idea del cinema come un oppiaceo sostitutivo della religione, ma piuttosto battersi per un cinema come strumento di riflessione critico sul reale in funzione della prassi storico-politica, e non come suo anestetizzante succedaneo.

11/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Fotogramma del film

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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