“Il racconto dei racconti” da Basile a Garrone. Genio e follia nella moviola

Restare due ore con il fiato sospeso e la vista incredula a tanta inquietante -ma anche affascinante- visione, fra l’immaginifico, il patetico, l’osceno e l’horror. Questo è “Tale of Tales”, ovvero “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone. Fra il geniale e la follia. Così, al cinema, in una domenica di fine maggio. E pensare che finalmente ne è valsa la pena di passare dal botteghino a pagare un biglietto per vedere un film. 


“Il racconto dei racconti” da Basile a Garrone. Genio e follia nella moviola

Un sorprendente kolossal del regista di Gomorra e Reality, vincitori del Grand Prix a Cannes. Tre novelle tratte dalla silloge in vernacolo partenopeo “Lo cunto de li cunti”, di Giambattista Basile. Storie sulle ossessioni al femminile, fra queste la maternità e la giovinezza perduta. La fune dell’equilibrista, come metafora del sospeso e del mistero sul futuro delle vicende umane, in bilico fra follia e ragione. 

di Alba Vastano

Restare due ore con il fiato sospeso e la vista incredula a tanta inquietante -ma anche affascinante- visione, fra l’immaginifico, il patetico, l’osceno e l’horror. Questo è “Tale of Tales”, ovvero “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone. Fra il geniale e la follia. Così, al cinema, in una domenica di fine maggio. E pensare che finalmente ne è valsa la pena di passare dal botteghino a pagare un biglietto per vedere un film. Da tempo chi ama il buon cinema attendeva un capolavoro di tal fatta. Stop ai film panettone, ai demenziali, alle sfumature di grigio pseudo erotiche. È il momento dei film che lasciano spazio alla riflessione e di cui si può parlare, argomentando sui contenuti.
Quest’anno belle proiezioni dai contenuti importanti, di quelle che, appena fuori dal cinema, già se ne parla, che non si dimenticano, quindi, appena si accende la luce in sala. Tre i film italiani candidati alla “Palma d’oro”, a Cannes: “Il racconto dei racconti”, appunto, di Matteo Garrone fra i concorrenti, un film che lascia il segno. Non vince sulla Croisette ma è un kolossal a tutto tondo. Soggetto, regia, scenografia, ambientazione, attori. Meraviglioso. 

Tratto da “Lo cunto de li cunti”, una silloge di 50 fiabe in vernacolo partenopeo, similare al “Decamerone” del Boccaccio, l’autore è quel Giambattista Basile, napoletano del diciassettesimo secolo. Novelle, quindi, con contenuti di carattere popolare e fiabeschi ma sicuramente destinate al lettore adulto e acculturato. Favole popolari, di contenuto ambizioso, per la maggiore età.Fu Benedetto Croce a trasferire l’opera del Basile nella rinnovata lingua nazionale e a definirlo “il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari”. E Garrone, regista con un doppio Gran Prix a Cannes, prima con Gomorra (2008) e poi con Reality (2012), ne attinge a piene mani per realizzare un’opera cinematografica sicuramente di rottura. 

E fra le magnifiche 50 ne sceglie alcune per farne la sua trilogia: “La regina”, “la pulce” e “Le due vecchie”. Una storia intrecciata con la dominante, al femminile, di un’elaborata, sofisticata e straordinaria follia. Un alternarsi di vicende che hanno nei contenuti l’impensabile dei comportamenti umani. Una visione magnetica del più assoluto profano, della decadenza in stile fantasy. La storia ha inizio con l’immagine del delicato volto della regina di Longtrellis, una Salma Hayek che per l’occasione sfoggia uno sguardo tristissimo e disattento al mondo esterno.Vuole essere madre, costi quel che costi, ma natura e destino non l’aiutano. Il negromante, personaggio inquietante e ricorrente nelle novelle, le offre la soluzione: “ Che qualcuno uccida il drago marino, ne estragga il cuore, lo faccia cuocere da una vergine e infine lo dia in pasto alla regina. Immediatamente la donna resterà gravida”. 

Il sovrano s’immerge, trova il mostro marino e lo uccide. Nella cruenta operazione dell’estrazione del cuore della bestia, resta lui stesso ucciso da un terribile colpo di coda. L’amore e il coraggio del sovrano faranno avverare il consiglio dello stregone. La povera vergine cuoce l’enorme cuore e resta gravida per prima per aver inalato le esalazioni dell’organo. Poi tocca alla regina che si nutre del cuore del drago, ancora palpitante sotto i bocconi regali, secernendo sangue sul suo volto inflessibile e inespressivo da ossessa. Scena crudissima. Nascono immediatamente dalle due donne ( potere dell’assurdo) due infanti. Il principe Elias e il povero Jonah. Uguali come due gocce d’acqua. Due albini. Nulla potrà fare la maternità possessiva di sua Altezza per dividere i due gemelli per caso, che si cercheranno come i migliori dei fratelli. Sono essi la stessa persona su due corpi. La regina impazzirà d’amore per Elias, invocandolo continuamente, nel tentativo folle di tenerlo legato a sé per sempre. Amandolo di un amore dannato.

“La Pulce”, a seguire. Storia che oltrepassa i confini del fantasy per approdare nel più alto grado dell’ horror ma anche nella psicanalisi. L’allegra e ingenua principessa Viola, figlio del re di Altomonte, sta sognando spazi oltre il regno e pensa (come in tutte le favole che si rispettino) al bel principe che la porterà via dal regno paterno, a cavallo di un bianco destriero. Giocano lei e il suo regale genitore su questa idea, lei forse un po’ meno, il re di più. Non vuole perder la sua “bambina” che allieta con la sua gioventù le sue tediose giornate. Cosi tediose da imbattersi in una pulce che si fa inquilina della sua potente mano da monarca. E le sinapsi impazziscono, perché non ha null’altro da fare che cercare di perdersi in vizi e fantasie astruse. E così il suo passatempo preferito sarà quello di nutrire il fastidioso insetto che, a causa di un’incredibile iperalimentazione, morirà gigante, in apnea, sotto gli occhi atterriti e sgomenti del medico di corte, chiamato d’urgenza da un sovrano impazzito per la fine del mostro che lui stesso ha generato. 

Si scatena qui la fantasia del Basile che offre al regista Garrone lo spunto dalla morte della megapulce per realizzare un horror di tutto rispetto.Il re di Highhills (Toby Jones), per elaborare il lutto ricava dalla salma della pulciona un tappeto di pelle che nessuno potrebbe ravvisare in una specie vivente. E indice un torneo il cui trofeo è la mano di Viola. Prova da superare è il riconoscere nella pelle l’essere a cui apparteneva. Il re se la ride alla grande, certo dell’inaccessibilità all’ambizioso premio. Gagliardi giovanotti blasonati si alternano inutilmente al cospetto dei resti della pulce snaturata. Nessuno fra loro indovinerà la strana appartenenza. Infine si presenta un essere dalle sembianze davvero orripilanti. È L’orco delle fiabe, che ha terrorizzato l’infanzia per molti secoli, a proferire un unico verbo con voce cavernosa : “pulce”. E la ripete, vincendo il trofeo. La principessa Viola, sebbene riluttante e inorridita, dovrà seguire il mostro e sarà condannata ad un’esistenza troglodita da incubo. Lo stolto monarca ad un rimorso dilaniante. 

E la saga continua nei castelli, nei borghi e nelle gole con la vicenda del re di Strongcliff, rappresentato da un Vincent Cassel lussurioso che ben si presta all’idea dell’erotomane. Le visioni della novella “Le due vecchie” sono tutte orgiastiche. Il clou della vicenda si svolge in un tugurio abitato da due anziane sorelle, Imma e Dora, che rappresentano magnificamente la decadenza della femminilità. Pelli cadenti e rugose, sguardo spento. Il lascivo monarca, viene concupito dalle doti canore di Dora che, incappucciata, libera il suo canto soave nei boschi circostanti. L’erotomane re, con la libidine alle stelle, farà il possibile per vederla. Busserà alla sua porta per farla sua, soggiogato dalla sua psicotica passione. La lascivia persistente del castellano e il fascino irresistibile del potere, risveglieranno nell’anziana donna una femminilità ormai sepolta. Ma le sembianze senili non le permettono di offrirsi all’audacia del suo padrone. E osa l’inimmaginabile. Una novella tenerissima, ma anche angosciante nella crudeltà del tempo che passa e toglie il riscatto su una vita grama, tramite il corpo. Imma e Dora ne escono a volte vincenti, in parte vittime, in buona parte patetiche. 

La regina di Longtrellis, la principessa Viola e Dora. Tre donne, tre storie di follia. Tre le ossessioni femminili, quindi, trattate nel film: la maternità, il distacco dalla figura paterna e la sensualità. E, a corollario, un intreccio intrigante di patetiche vicende umane.

L’ambientazione della proiezione sembra surreale e quasi costruita ad hoc. In realtà i castelli, le foreste, le gole e i borghi sono tutti reali e tutti italiani. Il film è stato interamente prodotto in Italia fra castelli e palazzi reali in Campania, Sicilia, Puglia, Lazio, Abruzzo e Toscana. Superbi e di struggente bellezza i paesaggi in cui il film è ambientato, tanto da sembrare a tratti delle tele rinascimentali. Splendida la fotografia. Un capolavoro di pellicola, costato un patrimonio. Girato con finanziamenti arrivati d’oltralpe. Un’opera d’arte intrisa di metafore, allegorie e ossessioni che non trovano soluzioni. E Garrone chiude il film sul filo infuocato dell’equilibrista, collocando la sua opera d’arte in bilico fra follia e ragione. Fra genialità e sregolatezza. In sospeso sul mistero del futuro. E ne esce vincente il regista, confermandosi ancora una volta uno dei maggiori talenti del cinema italiano e internazionale 

 

 

05/06/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alba Vastano

"La maggior parte dei sudditi crede di essere tale perché il re è il Re. Non si rende conto che in realtà è il re che è il Re, perché essi sono sudditi" (Karl Marx)


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