Il re è nudo! La regola del gioco, un film di denuncia controcorrente

Ci sono “storie troppo vere per essere raccontate”. Fra queste vi è l’inchiesta giornalistica Dark Alliance alla base del film qui recensito. Da essa emerge come la guerra alla droga sia strumentalizzata dall’“Impero” per tenere a bada la plebe moderna, militarizzare il territorio, carcerare un numero incredibile di afro-americani e sostenere il terrorismo; tutto per combattere il totalitarismo comunista, ça va sans dire.


Il re è nudo! La regola del gioco, un film di denuncia controcorrente

Ci sono “storie troppo vere per essere raccontate”. Fra queste vi è l’inchiesta giornalistica Dark Alliance alla base del film qui recensito. Da essa emerge come la guerra alla droga sia strumentalizzata dall’“Impero” per tenere a bada la plebe moderna, militarizzare il territorio, carcerare un numero incredibile di afro-americani e sostenere il terrorismo; tutto per combattere il totalitarismo comunista, ça va sans dire.

di Renato Caputo e Rosalinda Renda

 

Voto 8

Kill the Messenger, titolo tradotto arbitrariamente in italiano con la Regola del gioco, è un film storico basato su una storia vera. Nel 1996 Gary Webb, giornalista del quotidiano San José Mercury News, pubblica i risultati della sua inchiesta intitolata Dark Alliance sull’intreccio tra i trafficanti di droga dell’America Latina e la Cia che, con i profitti dello spaccio di droga negli Usa, finanziava i contras nicaraguensi contro la rivoluzione sandinista. Webb mostra altresì il legame tra questo accordo e la montagna di crack che in quegli stessi anni devastava soprattutto i ghetti neri di Los Angeles.

I titoli di testa del film sono montati con materiali storici che fissano in modo estremamente efficace il contesto in cui il film si svolge. Vediamo alternarsi sullo schermo tutti i presidenti degli Usa, da Nixon a Clinton, dichiarare la guerra alla droga, tema che nei notiziari d’epoca si fonde con quello della lotta al totalitarismo (1) e al terrorismo. Si tratta dei tre grandi nemici della civiltà occidentale, che giustificano la guerra infinita per debellarli. Tale guerra, tuttavia, come ogni conflitto, richiede uno Stato di eccezione ossia la sospensione delle garanzie delle istituzioni liberal-democratiche. Ed è per questo che gli apparati dello Stato umanitario per contrastare il totalitarismo - alias il socialismo - utilizzano spregiudicatamente trafficanti di droga e terroristi (1), dal momento che in guerra come in amore tutto è permesso, in quanto, come si sottolinea più volte nel film, il fine giustifica i mezzi (2).

In tal modo, però, rischia di venir meno la giustificazione della guerra al totalitarismo, ossia l’esigenza di esportare i valori liberal-democratici occidentali. Proprio per questo gli strumenti totalitari utilizzati nella lotta contro il socialismo debbono rimanere a tutti i costi segreti. Da questo punto di vista è decisiva l’egemonia, strumento indispensabile per il controllo del potere. L’egemonia comporta in primo luogo il pieno, (totalitario verrebbe da dire), controllo dei grandi mezzi di comunicazione.

Sono questi i temi alla base del film di Michael Cuesta. Per comprendere appieno il contenuto storico e sostanziale del film è certamente utile la visione di altri due film che approfondiscono aspetti che Kill the Messenger lascia necessariamente sullo sfondo: Panther e La canzone di Carla. Nel primo film Mario Van Peebles mostra come la diffusione delle droghe pesanti nei quartieri popolari (3) non sia stata affatto un effetto indesiderato, un danno collaterale, come sembra credere il protagonista della Regola del gioco, ma faccia parte di una strategia ben precisa, messa in atto dalla Cia per stroncare la resistenza popolare in primo luogo degli afroamericani. Inoltre, e questo emerge anche nel film di Cuesta, gli effetti devastanti della diffusione delle droghe pesanti, rendono possibili le politiche securitarie che fanno la fortuna della destra, consentendo una militarizzazione dei quartieri popolari e la carcerazione di massa di quella che Hegel chiamava la plebe moderna, una classe, cioè, che non può riconoscersi nella società civile capitalista perché non ne ottiene alcun beneficio e, proprio per questo, ha un’attitudine “naturalmente” eversiva o sovversiva. La repressione e la carcerazione di massa della plebe moderna negli Usa è favorita dal diffuso razzismo che tende a discriminare gli afroamericani e gli immigrati, in primo luogo ispanici. Il film di Ken Loach è invece utile per ricordare gli spaventosi atti terroristici di cui si sono macchiati i contras per impedire la diffusione dei diritti economici e sociali fra la popolazione da parte del governo sandinista (4). Nel film di Cuesta tale aspetto non è affrontato e, anzi, la narrazione delle azioni dei contras è del tutto demandata ai mezzi di comunicazione di massa statunitensi che riproducono l’ideologia della classe dominante che li definisce “combattenti per la libertà” (5).

Intendendo basarsi su una storia vera di un individuo particolare, il film corre costantemente il rischio di slittare dal piano del realismo storico al piano del naturalismo, anche perché il regista si immedesima e porta il pubblico a immedesimarsi nel protagonista, il giornalista Gary Webb. Quest’ultimo è il tipico esponente sano della società statunitense che agli occhi scettici di un europeo non può che apparire ingenuo, in quanto crede in buona fede ai valori liberal-democratici su cui il suo Paese pretende di fondarsi (6). In tal modo, però, lo statunitense in buona fede è ancora in grado di indignarsi quando prende coscienza che tali valori sono costantemente calpestati dal proprio governo. Ciò rende quanto mai attuale l’analisi consegnata da Jean Jacques Rousseau ai suoi celebri Discours, in cui denunciava la corruzione dei costumi nelle società raffinate culturalmente, ma fondate sulla appropriazione monopolistica delle ricchezze da parte di una minoranza. Proprio per questo Rousseau considerava maggiormente sano, da un punto di vista etico e sociale, il membro di un popolo più “selvaggio” ma meno corrotto e cinico. Ciò consente di svelare l’arcano per cui sono paradossalmente i registi dell’ “impero” nord-americano a trovare la forza ed il coraggio di denunziare le malefatte dell’imperialismo, mentre i più colti e raffinati registi europei passano il tempo ad ammirarsi leziosamente la lingua (7). Tutto ciò non può che riportarci alla mente la diversa attitudine dei maturi cortigiani e del bimbo dinanzi al vestito dell’imperatore della nota fiaba danese (8), in cui solo quest’ultimo ha la forza d’animo e l’ingenuità necessaria di gridare che l’imperatore è nudo, mentre i Tui, i mandarini fanno a gara nell’individuare gli aggettivi raffinati necessari a descriverne le fattezze.

L’indignato e ingenuo giornalista, che intende denunciare il marcio che emerge in maniera sempre più evidente, si trova di fronte – proprio nella terra che fa della libertà di stampa un proprio valore fondamentale – un muro di gomma di censura e reticenza. Tale muro di gomma diverrà vieppiù pervasivo e aggressivo via via che l’ingenuo eroe continua a indagare. L’indagine lo porta, in modo per lui inaspettato, a scoperchiare il lato oscuro della grande liberal-democrazia statunitense, tutto il mostruoso rimosso fatto di violenza, sopraffazione, intrigo e menzogna (9).

Particolarmente interessante è la reazione del resto della stampa dinanzi alle clamorose rivelazioni del coraggioso giornalista che si limita a fare nel migliore dei modi il proprio mestiere. Ma, come sottolineava a ragione Brecht, in uno Stato che non funziona anche fare il proprio dovere appare un compito sovraumano, eroico. Tale attitudine non può che apparire inattuale (10) e, quindi, fuori luogo ai propri colleghi, in particolare dei grandi mezzi di comunicazione. Infatti, l’ingenuo grido rivelatore non mostra solo nella sua oscena nudità le malefatte della classe dominante ma anche la pavida e menzognera copertura ideologica da parte dei cortigiani della grande stampa. Così questi ultimi, invece di utilizzare gli strumenti più potenti di cui dispongono per favorire l’emersione della verità colpevolmente ignorata, si scatenano nel tentativo di insabbiare e denigrare il loro ingenuo collega. Si mettono così a scavare, istigati anche dal potere che deve nascondere la propria oscena nudità, nella vita privata di Gary Webb alla ricerca di qualche “peccato” di gioventù mediante il quale esporlo al pubblico ludibrio della ipocrita opinione pubblica puritana. Quest’ultima consentirà in seguito alla classe dominante di poter ammettere tranquillamente le proprie malefatte, denunciate da Webb, nel momento in cui l’opinione pubblica, istigata dai mezzi di comunicazione di massa, era distratta dallo scandalo prodotto dalla relazione fra Clinton e Monica Lewinsky (11).

La crisi familiare che questo rimestare nel fango al fine di calunniare produce, tentando di spostare l’attenzione dalla luna al dito - necessariamente imperfetto - che la indica, è certamente la parte più debole del film. Tale debolezza è stata subito sfruttata dalla stampa per denigrare o occultare questo “inattuale” film di denuncia. La scoperta della nudità dell’imperatore, in effetti, svela anche tutti i castelli di menzogne costruite per occultarla dagli intellettuali e critici di corte.

Così come appare chiaramente nel film le apparenze ingannano, i buoni, ossia i giornalisti in vista, le alte cariche dello Stato ecc. non sono altro che cortigiani impegnati a nascondere la nuda crudeltà del potere costituito (12), mentre alla fine sono proprio i cattivi ( i pesci piccoli: spacciatori latinoamericani o afroamericani) a consentire a Gary Webb di far emergere, almeno in parte, la verità. Una verità che, come notava Lenin, è in quanto tale rivoluzionaria e proprio per questo non può che essere osteggiata in ogni modo dal potere costituito. Così Gary Webb sarà calunniato, isolato, licenziato, gli sarà reso impossibile continuare a fare giornalismo e alla fine “sarà suicidato”, a monito delle future generazioni, con due colpi di pistola alla testa.

Come appare evidente nel film, la macchina del fango, messa in moto dal potere costituito e dai suoi fedeli mandarini contro un giornalista che non ha imparato ad autocensurarsi, è funzionale a non far conoscere la verità ai subalterni. Questi ultimi, infatti, la potrebbero utilizzare come un arma contro l’oppressione. Del resto sono proprio i subalterni a essere le reali vittime di questa mistificazione della verità (13). Ciò dipende dal mancato riconoscimento dei subalterni da parte dei tutori dell’ordine costituito che non sono in grado neppure di mettere in discussione il rapporto servo-padrone. Come emerge in modo esemplare in un dialogo del film, in cui i rappresentanti della Cia giustificano lo spaccio di droga per finanziare i contras come fatto indispensabile per salvare le vite dei militari statunitensi che avrebbero altrimenti dovuto combattere direttamente i comunisti nicaraguensi. Al che Webb non può che far notare il mancato riconoscimento delle migliaia di vittime americane dovute alla diffusione della droga pesante nei quartieri popolari.

Il limite della battaglia di Gary Webb e del regista Michael Cuesta che ci si impersona, è simile a quello di Snowden e della regista del film, a lui dedicato, Laura Poitras (14). In entrambi i casi, si tratta di uno sguardo comunque interno all’ideologia dominante che pure coraggiosamente si denuncia. In effetti non si mettono mai in questione i fondamenti liberal-democratici e i capisaldi del modo di produzione capitalistico, che vengono anzi sostanzialmente naturalizzati. Perciò gli effetti catastrofici che producono non portano a metterne in questione le cause ma vengono considerati degli incresciosi incidenti, l’eccezione e non la regola, opera di mele marce da eliminare per salvare un sistema che si considera, tutto sommato, buono. Ciò dipende dal fatto che se ne considerano validi i presupposti individualistici, tanto che le sacrosante battaglie portate avanti da Gary Webb e da Snowden sono battaglie portate avanti eroicamente da singoli e, proprio per questo, destinate alla sconfitta, per quanto gloriosa (15).

Ultima notazione: i riferimenti storici e politici, decisivi per comprendere a fondo il film, rischiano facilmente di perdersi, nei passaggi più complessi, nella traduzione italiana. La grande tradizione dei doppiatori italiani, che ha le sue origini nello sciovinismo fascista che vietava i film in lingua originale, è oggi sempre più in difficoltà a causa dei tagli dei finanziamenti pubblici, di salari sempre meno adeguati ad una manodopera specializzata e alla precarizzazione del lavoro. Proprio perciò è vivamente consigliata la visione del film in lingua originale anche se, pure in questo caso, i sottotitoli italiani non permettono una piena comprensione dei passaggi più complessi, per i medesimi motivi che hanno dequalificato il doppiaggio.

NOTE

1. Nota bene: l’ideologia dominante liberale considera tendenzialmente totalitaria ogni forma di Stato che non si limita a difendere, con il monopolio della violenza legittima, la proprietà privata, ma che ad esempio ritiene necessaria una distribuzione della ricchezza prodotta maggiormente equa. Perciò, secondo i liberali, lo Stato socialista è in quanto tale totalitario. Dal punto di vista del liberalismo classico e del neoliberismo anche lo Stato democratico è, in quanto tale, totalitario come ogni forma di “Stato sociale”. Da qui le accuse di totalitarismo rivolte dagli ideologi liberali, come ad esempio Popper, a pensatori per altro molto differenti come Platone, Rousseau, Hegel e Marx.

2. Secondo l’ideologia dominante e, dunque, secondo il senso comune, tale massima sarebbe il fondamento del pensiero di Machiavelli. In realtà Machiavelli non fa altro che sottolineare la razionalità del reale e che il razionale per realizzarsi deve essere realistico. Di conseguenza ogni fine, per essere raggiunto, rende necessari determinati mezzi, rinunciando ai quali non sarebbe possibile conseguirlo. Quindi la questione è: si intende realmente raggiungere tale fine? Dire infatti che lo si vuole raggiungere senza utilizzare i mezzi necessari è un inganno, come quello di chi pretende di avere un vasto sapere senza sottoporsi alla necessaria autodisciplina dello studio. Proprio per ciò determinante è la questione di quale fine si deve cercare di conseguire. Altrimenti si rovescerebbe il rapporto fra la causa e l’effetto. Ora, il fine cui mirava Machiavelli, per la sua epoca naturalmente, era un fine sommamente rivoluzionario, ossia la liberazione nazionale e la realizzazione di una repubblica che noi definiremmo democratica. Per conseguire tale fine non era possibile rispettare i vincoli della morale religiosa tradizionale, funzionale al mantenimento dell’ordine costituito.

3. Anche la distribuzione della droga pesante ha una natura di classe nella società capitalista, in quanto alla classe dominante è destinata la cocaina, mentre alla plebe moderna le ben più devastanti eroina e crack.

4. Altrettando raccomandabile è la visione del significativo film di Oliver Stone Salvador che mostra con dovizie di particolari gli stati totalitari che le liberal-democrazie occidentali sostenevano in America centrale in funzione anti-socialista.

5. Di che libertà si tratti è stato chiarito da Marx ed Engels già nel Manifesto, ossia la libertà del mercato, di impresa, che comporta la libertà di poter valorizzare il proprio capitale sfruttando il lavoro altrui. Si tratta, quindi, della libertà di fare enormi profitti da parte di una ristretta minoranza della società che vive nel lusso, a spese della terribile condizione dei lavoratori, dei precari e dei disoccupati.

6. Dimenticando, necessariamente, il genocidio dei nativi, lo sfruttamento schiavistico degli afro-americani, il lavoro servile imposto ai coolie asiatici ecc.

7. La corruzione degli intellettuali tradizionali europei e in particolare italiani appare nel modo più netto dal confronto fra l’ingenuo film di Cuesta o di Jia Zhang-ke rispetto ai più recenti esercizi stilistici di un Sorrentino o ancora peggio di un Garrone. Tale corruzione morale non solo coinvolge le scelte dei distributori, ma persino dei critici della “sinistra” che hanno parlato di una rinascita del cinema italiano in riferimento al buon film di Moretti, alla mediocre pellicola di Sorrentino e all’intollerabile film di Garrone.

8. I vestiti nuovi dell'imperatore (o Gli abiti nuovi dell'imperatore) è una fiaba danese scritta da Hans Christian Andersen e pubblicata per la prima volta nel 1837 nel volume Eventyr, Fortalte for Børn ("Fiabe, raccontate per i bambini"). Il titolo originale è Keiserens Nye Klæder.

9. Da questo punto di vista il film segue il modello dell’hard boiled e ricorda al contempo l’indagine psicoanalitica freudiana volta a rendere coscienti gli aspetti anche mostruosi rimossi dalla censura del super-ego e sprofondati nell’inconscio.

10. Il giornalismo di inchiesta, portato avanti in modo esemplare da Gary Webb, dinanzi al servilismo della nostra stampa sempre più embedded e, quindi, complice delle malefatte della classe dirigente, tanto da apparire generalmente più realista del re, fa apparire eroico il comportamento del protagonista al punto da farlo sembrare inverosimile. Il giornalismo di inchiesta appare oggi nel nostro paese un residuo di un’età eroica del passato anche a causa del crescente sfruttamento e della precarizzazione della forza lavoro impiegata nel settore, che non ha materialmente il tempo di approfondire e, così, finisce per rappresentare soltanto la superficialità dell’esistente.

11. Paradossalmente tale peccato veniale sarà funzionale, sulla base dell’ipocrita morale puritana, a occultare tutti i peccati mortali commessi dalla massima carica dello Stato. Tale ipocrisia emerge in modo ancora più clamoroso nei titoli di testa che al solito rassicurano lo spettatore che nessuna bestia è stata maltrattata per la realizzazione del film, disinteressandosi di tutti i maltrattamenti subiti dai lavoratori salariati al fine di fare di quest’opera d’arte una merce funzionale al profitto privato.

12. Ciò permette di comprendere il terribile risentimento che hanno gli impiegati al servizio del potere costituito, in primis gli agenti della Cia, che imputano a Gary Webb, con la sua inattuale mania di far emergere la verità, di aver vanificato migliaia di ore di lavoro da loro spese per occultarla, per altro costate ai contribuenti milioni di dollari.

13. Per una accurata indagine della mistificazione della verità non possiamo che rinviare all’eccellente Vladimiro Giacché, La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea, DeriveApprodi, Roma 2011, pp. 15-19.

14. Ci permettiamo di rinviare alla nostra recensione: http://www.lacittafutura.it/culture/cinema/citizenfour-la-fine-del-mito-delle-liberta-individuali-nelle-societa-a-capitalismo-avanzato.html.

15. Anzi Snowden ha almeno il buon senso di cercare sostegno in grandi Paesi che contrastano lo strapotere dell’imperialismo americano come la Repubblica Popolare Cinese e la Russia, cosa che non passa neppure per la testa all’ancora più ingenuo Webb, che proprio perciò sarà sconfitto in modo ancora più pesante.

05/07/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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