La corte e Race, due film progressisti

Anche se in modo specularmente opposto, i film La corte e Race offrono una visione del mondo progressista.


La corte e Race, due film progressisti

Anche se in modo specularmente opposto, sia il francese La corte che lo statunitense Race offrono una visione del mondo progressista. Nel primo caso vediamo una significativa autocritica dall’interno del legalitarismo securitario della “giustizia” profondamente classista della società borghese. In Race abbiamo una quanto mai attuale denuncia dell’infamità e vigliaccheria del razzismo sia esso espressione del nazi-fascismo europeo o della liberal-democrazia statunitense.

di Renato Caputo e Rosalinda Renda

Protagonista di La corte (valutazione 7+) è un giudice generalmente inviso e temuto perché ragionando astrattamente tende a cogliere soltanto l’aspetto punitivo della legge. L’istruttoria stessa non è a suo avviso necessaria alla scoperta della verità, in quanto, come dice esplicitamente alla giuria, che si interroga sul caso in corso, non si è lì per scoprire la verità, ma per riaffermare i princìpi della legge. Vi è, dunque, una concezione estremamente conservatrice della giurisprudenza che non solo non concepisce il perdono, neanche nella forma delle attenuanti, dell’analisi dell’ambiente e delle circostanze, ma si pone come tutore dell’ordine costituito. Da questo punto di vista, il processo assume la forma di una routine, dove a dominare è la legge, che però, come ricorda già Paolo nella prima lettera ai Corinzi, è “la forza del peccato”, che a sua volta rappresenta il “pungiglione della morte” con cui essa celebra il suo trionfo sulla vita.

Perciò il giudice pare dominato dalla morte, tanto che, ormai prossimo alla pensione, nessuno lo rimpiangerà. Anche la moglie pare lo abbia allontanato da casa. Di lui si dice che è un implacabile giustiziere dal quale si ricevono unicamente pene a doppia cifra. Da tale punto di vista la sorte dell’indiziato che si accinge a giudicare pare segnata in partenza. Egli si è probabilmente macchiato di un crimine orrendo, avrebbe ucciso a calci con gli anfibi la sua bambina di pochi mesi, nel momento in cui la madre si era allontanata. Ha confessato tale delitto alla polizia. È un disoccupato, presumibilmente dedito all’alcol, indubbiamente ignorante e presumibilmente un disadattato sociale. Il presunto colpevole per giunta si rifiuta di dire nulla al magistrato, si rifiuta categoricamente di rispondere alle sue domande di routine, che dovrebbero permettere di conoscere il contesto da cui proviene l’imputato. Quest’ultimo si limita ad affermare cocciutamente la propria innocenza, senza per altro degnarsi di offrire al braccio secolare della legge un altro imputato da indagare e punire in propria vece. La sua sorte sembra segnata, non solo perché il giudice tende a lasciare pochissimo spazio al dibattimento, ma è propenso a mettere in difficoltà le posizioni della difesa, e come se non bastasse quel giorno è di pessimo umore.

Tanto più che l’avvocato difensore d’ufficio sembra palesemente disinteressarsi del proprio assistito, non ha alcuna fiducia nell’imputato tanto che sembra consigliargli di evitare di parlare, pare puntare tutto nel far emergere che la confessione è stata estorta dalla polizia. Nel frattempo passa il tempo al cellulare, fra telefonate e sms, essendo al contempo impegnato in un processo decisamente per lui di maggiore rilievo. La vicenda, peraltro, si svolge nel grigio contesto di Passo di Calais, dipartimento all’estremo nord della Francia noto per il clima freddo e nebbioso e oggi reso ancora più tetro dal processo di deindustrializzazione che ha gettato nella disoccupazione migliaia di operai che, abbandonati al loro tragico destino, divengono facile preda del populismo, anche quello di estrema destra del Fronte Nazionale.

A rompere questo dominio della morte appare ora il viso sorridente di una donna che emerge dal grigio passato del magistrato. È colei che lo ha assistito e rincuorato in ospedale, dove era stato ricoverato per un brutto incidente. Come allora anche adesso la sua semplice dolcezza, la sua attitudine aperta all’altro, spontaneamente pronta ad amare il proprio prossimo a fargli una carezza, a rincuorarlo, a preoccuparsi della sua salute anche al di fuori dell’orario di lavoro finisce per aprire del tutto involontariamente una profonda breccia nella corazza di durezza e indifferenza alla vita degli altri, al destino dei suoi imputati di cui si è cocciutamente rivestito il magistrato.

Quest’ultimo ha la prontezza di capire che non può lasciarsi sfuggire questa ultima possibilità, questa ultima àncora di salvezza che gli consentirebbe di ritornare ad amare la vita. Il suo esempio gli permette infatti di considerare il suo l’imputato non in modo astratto come solo un criminale, ma anche come un padre di famiglia, che ha perso una figlia e non ha potuto ancora vedere il figlio di cui la moglie era incinta al momento del suo arresto. Tanto più che a contrastare il pensiero astratto, pronto solo ad applicare l’aspetto punitivo della legge, ci pensa anche la testimonianza del fratellastro dell’imputato, che narra come, dopo la morte molto prematura del padre, anche lui un povero operaio, l’imputato aveva svolto la funzione paterna nei confronti del fratellastro.

Così, dinanzi all’impossibilità di poter giungere con sicurezza al riconoscimento della certezza della colpa, in quanto mancano i testimoni e la stessa arma del delitto e nessuno, tranne la polizia, accusa l’imputato, è il magistrato stesso a suggerire alla giuria di non giungere a conclusioni affrettate dal momento che una mancata condanna porterà necessariamente il pubblico ministero a chiedere una revisione del processo, che permetterà di approfondire maggiormente gli eventi e approssimarsi maggiormente a una verità che, ormai è chiaro, nessuno può più pretendere di avere assicurata, in tasca.

Il tutto è narrato con grande raffinatezza e delicatezza, impersonato da attori di gran classe, che hanno ottenuto meritati riconoscimenti sia al festival di Venezia che ai Cesar, gli oscar del cinema francese; la sceneggiatura è solida, per cui il film riesce a essere interessante, ma al contempo coinvolgente, senza mai annoiare e senza dover mai ricorrere a colpi bassi per tenere desta l’attenzione dello spettatore. Anche da questo punto di vista appare giusto il premio ottenuto al festival di Venezia.

Dopo aver visto e recensito quest’anno un gran numero di film americani o australiani tutti incentrati sull’azione, sul ritmo fa certamente piacere tornare a godersi un buon film europeo, maggiormente caratterizzato dallo scavo interiore, più meditato e riflessivo. Si tratta, dunque, di un valido esempio di quella consolidata tradizione europea e più nello specifico francese in grado di indagare con grande garbo e leggerezza il mondo apparentemente dismesso dei sentimenti nel rapporto fra i sessi, fra genitori e figli. Il film ha anche il pregio di non inseguire gli stereotipi di tanto cinema europeo pseudo d’autore di stampo postmoderno, noioso perché incapace di comunicare nulla di sostanziale salvo dare sfoggio alla soggettività malata del regista, della sua retorica abilità formale. Il film riesce a essere godibile, fruibile a diversi livelli da un pubblico variegato, senza dover presentare eventi eccezionali come avviene generalmente nei film americani, senza scadere nel provincialismo plebeo di troppo cinema italiano.

Agli antipodi si pone un altro valido film presentato in questi giorni nelle sale italiane: Race - Il colore della vittoria di Stephen Hopkins (valutazione 7), classico “filmone” americano basato sulla biografia del corridore Jesse Owens, pieno di azione, suspence, ritmo, grandi eventi, grandi sentimenti tutti espressi all’esterno nel modo più intenso e diretto. Certo, si tratta di un film fin troppo classico da apparire manierista, scarsamente innovativo e significativo dal punto di vista formale. Tuttavia capace di volare infinitamente più in alto dello sguardo minimal dei film europei stile La corte, la cui intera vicenda un film americano del genere racchiuderebbe in una singola scena. Qui invece si toccano i più diversi registri, dalla storia personale e intima, allo sfondo sociale, dal grande mondo storico, al rapporto dell’artista con il potere, dal razzismo al nazismo, dalle identità e dalle differenze fra la Germania hitleriana e gli Stati Uniti rooseveltiani.

Se da una parte il film può essere considerato un’ “americanata”, incentrata al solito sull’uomo qualunque che diviene un individuo eccezionale tanto da incarnare il sogno americano del self made man, al contempo però abbiamo uno sguardo anche molto critico sulla realtà storica. Infatti, a scene in cui vi è la solita contrapposizione manichea fra il mondo della libertà e della democrazia americana, di contro al mondo totalitario tedesco, abbiamo anche in modo decisamente più dialettico e realistico tutta una serie di inquietanti somiglianze. Per cui in certi casi i buoni si trasformano facilmente in cattivi e i cattivi si rivelano al contrario buoni.

Abbiamo così il rappresentante olimpico degli Stati Uniti, che prima tende a minimizzare la tragedia storica della Germania nazista per impedire le forze che premono in funzione del boicottaggio delle Olimpiadi di Berlino. Lo stesso personaggio diviene poi colui che fa la morale in nome dei grandi valori americani di una società democratica e multietnica, sempre pronto a denunciare, in nome dei diritti umani, le aberrazioni del regime nazista, salvo subito dopo scendere a patti con esso. Egli arriva a nascondere la tragica realtà delle persecuzioni razziali e dei pogrom nazisti davanti ai giornalisti internazionali, per poter giustificare la partecipazione dei “democratici” e “multietnici” Usa. Addirittura si lascia corrompere, dal momento che il richiamo del business, del profitto privato, non può che avere il sopravvento su un rappresentante degli Stati Uniti. Il rappresentante olimpico Usa, inoltre, garantirà in patria l’affidabilità della Germania nazista, sconfiggerà le forze intese al boicottaggio e addirittura accetterà le pressioni naziste per escludere dalle gare anche i propri campioni di religione ebraica. Tutto ciò non solo non gli porterà particolari problemi in patria, nonostante la guerra contro la Germania fascista, ma anzi nel dopoguerra diverrà il candidato di punta degli Stati Uniti che, con il consenso della comunità internazionale (di Stati imperialisti), guiderà il comitato olimpico negli anni successivi.

Ancora più significative le affinità fra il razzismo dominante negli Stati Uniti e quello che si affermerà nella Germania nazista. Cogliamo in primo luogo che la Germania nazista marcia nella direzione segnata proprio dagli Stati Uniti e, anche se poi l’allievo sarà certo in grado di superare il maestro, in molti casi ancora nel 1936 questo obiettivo non è realizzato. Al punto che gli atleti afroamericani sono stupitissimi che in Germania, a differenza che negli Stati Uniti, non vi sono dormitori o mense dedicate esclusivamente alle “razze inferiori”, come sono sempre stati abituati nel loro Paese. Nel quale, per altro, bambini come Jesse Owens sono stati costretti a svolgere pesantissimi lavori manuali nei campi di cotone fin dalla più tenera età. Lo stesso nome di Owens è dovuto a un errore di pronuncia di un bianco che l’afroamericano non ha mai avuto il coraggio di correggere.

Gli altri sportivi e gli allenatori, compreso quello della nazionale, negli Stati Uniti sono quasi sempre razzisti ostili e aggressivi verso gli afroamericani, come lo è lo stesso pubblico, tanto che Jesse Owens non è affatto intimorito da dover correre nella Germania nazista. Anzi è proprio in Germania che incontra la solidarietà e il sostegno del campione “ariano”, suo principale concorrente, che lo aiuta nelle qualificazioni, lo spinge dopo esser stato sconfitto a fare un salto da record e lo accompagna nel giro di onore, portando il pubblico tedesco ad applaudirlo.

Così nel dialogo molto significativo fra i due atleti, alle lamentele dell’atleta tedesco sul totalitarismo nazista, Owens risponde che negli Stati Uniti la situazione non è poi molto differente. Anzi, quando Owens, su impulso delle organizzazioni in difesa degli afroamericani pensa di boicottare le Olimpiadi, non lo fa in primo luogo contro il razzismo tedesco, ma contro il razzismo e l’apartheid che vive negli Stati Uniti.

Così, nonostante gli eccezionali successi, contro il pericoloso concorrente tedesco, contro cui l’amministrazione F. D. Roosevelt presto entrerà in guerra, neppure questa amministrazione, decisamente fra le più “democratiche” del Paese si sogna di ricevere Owens, ma anzi non ne riconosce nemmeno le vittorie. Il riconoscimento avverrà postumo solo nel 1990 e nella incredibile scena finale Owens deve passare dal retro, attraversare le cucine, prendere l’ascensore delle merci, anche per poter partecipare alla cena in suo onore.

05/04/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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