L’estate del golpe

Recensione  del libro di Stefania Limiti, L’estate del golpe, Milano, Chiarelettere, 2023.


L’estate del golpe

L’elementare accortezza di intraprendere la lettura di un testo dall’apparato bibliografico, per il volume di Stefania Limiti, acquista un senso ancor più pregnante. Le ottanta pubblicazioni segnalate, unitamente agli Atti parlamentari e giudiziari e ai documenti d’Archivio, ben riassumono l’importanza, lo stato dell’arte e il punto di non ritorno delle conoscenze consolidate su una vicenda che ha segnato e continua a segnare in modo indelebile i destini della Penisola, consegnandola a una penosa fissità quasi metastorica. E anche se il sottotitolo editoriale di copertina sembra voler delimitarne con precisione l’ambito temporale (1973, l’attentato a Mariano Rumor, Gladio, i fascisti. Tra piazza Fontana e il compromesso storico), la narrazione si dilata comprensibilmente alla retrodatazione di eventi che strutturano in modo implacabile la storia della Repubblica, saldamente ancorandola agli esiti della Seconda guerra mondiale e alla ferrea “assicurazione” atlantica del Bel paese, che ne eternizza il destino di campione europeo (insieme alla Germania Federale) della subordinazione al Grande fratello d’oltre Atlantico. Con esiti, che sconcertantemente ma non a caso lambiscono la soggettività politica del governo attuale, a suo modo erede “biologico” di un’accanita e duratura pulsione anticomunista e antipopolare, oltre che affidabile e mediocre esecutore delle articolazioni operative di un pavloviano riflesso occidentalocentrico.

Retrospettivamente, infatti, tutte le vicende che convergono nella configurazione dell’attuale quadro politico-istituzionale (nomenclatura in primis), trovano la loro matrice remota nelle manovre e nei fermenti eversivi e reazionari, che negli anni ‘70 si dispiegarono come consapevole scelta politica di consistenti settori delle classi dominanti, tra loro compattati dalla stella polare della conservazione sociale e dall’ossequio ideologico alla superpotenza americana, in un gioco di reciproca legittimazione, finalizzata alla concorde e collaborativa salvaguardia dello statu quo.

In un momento storico nel quale la narrazione ufficiale può tranquillamente sorvolare sul proprio massiccio pregresso criminale, fidando su sperimentati dispositivi di labilizzazione della memoria di massa e avvalendosi dell’anemico schematismo che appiattisce la storia recente sulla trionfale epopea neo-liberale, ripercorrere il dettaglio della vicenda ricostruita da Stefania Limiti costituisce da un lato una salutare immersione fattuale nella storia di quegli anni “formidabili”, dall’altro produce una sensazione di spiazzante straniamento, per la radicalità, tempestività ed efficacia della deriva involutiva che se ne generò (a partire da uno strutturato disegno politico) e che plana con esiti regressivi sull’epoca attuale. Contestualmente, quell’igienico ripercorrimento del nostro passato misura in modo drammatico la distanza tra umori, vibrazioni e consapevolezze “progressive” di quella complessa stagione storica, dall’odierna, maleodorante decomposizione dello spirito pubblico che patiamo sotto l’ombrello della modernizzazione capitalistica che pur lì si originava.

L’episodio sul quale l’Autrice concentra il suo interesse è anch’esso oggi sepolto da una spessa e colpevole coltre “geologica” di opacità e vi è poco da dubitare sul fatto che affiori alla memoria solo di studiosi e stagionati osservatori di quegli anni. Eppure esso rivestì un’importanza cruciale nel dipanarsi delle trame che segnarono la controffensiva reazionaria nel nostro paese, muovendo dalla strage di Piazza Fontana del fatidico 12 dicembre 1969, avvio feroce ed esemplare di quella che rimarrà alla storia come strategia della tensione.

Il 17 maggio 1973, durante la commemorazione del primo anniversario dell’uccisione del commissario Luigi Calabresi, presso la questura di Milano, il lancio di una granata provoca quattro morti e più di quaranta feriti. Il goffo e bizzarro personaggio che viene immediatamente fermato è quel Gianfranco Bertoli che non esita a “firmare” l’attentato come giustiziere anarchico del compagno Giuseppe Pinelli, della cui misteriosa morte nei locali della stessa questura il 15 dicembre 1969 Calabresi era stato sospettato insieme ad altri inquirenti. Ma Bertoli, lungi dall’incarnare l’intransigente e appassionata figura che vuole platealmente enfatizzare, è in realtà solo uno dei tanti, eterodiretti terminali operativi di un fitto e attivissimo sottobosco golpista, il cui vero obiettivo si rivelerà essere nello specifico il ministro dell’Interno Mariano Rumor, figura centrale della politica italiana di quegli anni ed esponente di spicco della Democrazia Cristiana. Bollato all’epoca dal “movimento” e inscritto in una visione univoca e monolitica che ne faceva il mero strumento della conservazione sociale e della subordinazione atlantica, il partito di maggioranza relativa era in realtà attraversato da contraddizioni e linee di faglia, che ne facevano soggetto politico più sfumato e chiaroscurale di quanto apparisse, al di là della condivisione del ruolo di murale anti-comunista e garante dell’appartenenza geo-politica. Nelle grandi linee agito, esso operava dentro un quadro di mediazioni che da un lato ne confermavano il ruolo assegnatogli negli organigrammi e nell’operatività dal “vincolo esterno”, dall’altro riusciva qua e là sia pur relativamente a derogare dalle rigidità del diktat atlantico, non sempre meccanicamente interpretato dai vari suoi dirigenti (si pensi alla saggia politica mediorientale, assai sensibile agli equilibri, o agli squilibri, di quella regione). Questo tuttavia non aveva impedito a suoi uomini autorevoli, come il ligure Paolo Emilio Taviani, di occupare una posizione centrale e fondativa nella struttura clandestina di Gladio, diramazione italiana del famigerato Stay-Behind, l’organismo para-militare a regia Usa cui era delegata un’azione di lotta armata “di retrovia” in caso di invasione sovietica (ma pronto a contrastare attivamente sul piano del sabotaggio e della guerriglia anche una paventata vittoria elettorale delle sinistre, a riprova dell’inconsistenza delle alluvionali retoriche sulla democrazia nel “mondo libero).

Ed è proprio dalla figura dell’esponente doroteo veneto che Stefania Limiti muove per articolare la sua ampia contestualizzazione dell’evento, dal quale dipana la fittissima trama tentacolare nella quale riaffiorano i tanti nomi e le figure di un pullulante arcipelago golpista, di ambienti e circoli legati dalla comune, ostinata pulsione anticomunista che dal secondo dopoguerra operava per riscattare il fallimento della carta fascista, lavorando alla valorizzazione sinergica di certe sue robuste appendici burocratiche e di settori “militanti”.

A Rumor, in particolare, la variegata costellazione eversiva imputava, nella circostanza specifica del 12 dicembre, il mancato scioglimento delle Camere e la mancata proclamazione dello stato d’emergenza dopo la strage in nome dell’emergenza. Nella sua aspettativa essi avrebbero incardinato il primo passaggio dell’instaurazione di un regime d’ordine deputato a paralizzare e invertire l’imponente e pericolosa stagione di lotte della fine degli anni ‘60. Quella che partendo dalle fabbriche e saldandosi alle rumorose inquietudini di un atipico movimento studentesco e a una società civile in accelerata maturazione democratica pareva prefigurare una svolta di carattere più generalmente politico. E che trovava, d’altra parte, in un quadro mondiale in convulsa trasformazione la sponda di domande e aspettative che urgevano a sinistra contro le rigidità dell’assetto bipolare.

D’altra parte, la robusta pulsione autoritaria e para-fascista che accompagnava dalla fine del secondo conflitto mondiale lo svolgimento della vita del Paese, aveva visto confermato il proprio allarme già dalla costituzione di quei governi di centro-sinistra e da quei possibili “equilibri più avanzati” che rappresentavano l’incubo dei settori più retrivi del padronato, degli ambienti Nato e di ampi settori della Democrazia Cristiana. Era quello era il punto archimedico di saldatura della strategia, che vedeva come manodopera disponibile a qualsiasi avventura il vivacissimo pulviscolo neo-fascista, osmotico e sperimentato frequentatore di ambienti militari dalle mai sopite velleità putschiste. Numerosi sono i nomi e le sigle di quella galassia in cui confluivano Servizi “deviati” e atlantici, gerarchie militari, corpi dello stato (come l’Ufficio Affari Riservati di Federico Umberto D’Amato, vero punto di snodo dell’intera vicenda), figure note del mondo imprenditoriale, l’area politica di sutura tra l’ancipite Movimento Sociale di Giorgio Almirante e i “dissidenti” interni-esterni di Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale, “maggioranze silenziose” e ambienti della stessa Democrazia Cristiana. Una corte dei miracoli pericolosa e sinistra anche se non sempre consonante, comunque cementata da quel progetto di permanente de-stabilizzazione, che avrebbe trovato significativamente requie e compimento solo con l’eliminazione di un altro esponente del partito di maggioranza relativa: Aldo Moro. 

12/04/2024 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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