Venezuela e Burkina Faso: due colpi di stato falliti

L’imperialismo in crisi tenta di assestare colpi mortali ai processi di emancipazione in corso nelle aree del mondo percepite come il proprio “cortile di casa”: il Sahel per l’imperialismo francese, l’America Latina per quello a stelle e strisce. Dovere dei rivoluzionari è difendere, con le unghie e con i denti, le conquiste rivoluzionarie dei popoli oppressi.


Venezuela e Burkina Faso: due colpi di stato falliti

Non sembra essere un caso che, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, due Paesi imperialisti - Stati Uniti e Francia - hanno sferrato, in due continenti diversi, un attacco verso due Paesi che rappresentano molto più che un baluardo di libertà e speranza ma un vero e proprio faro nella lotta di liberazione dei popoli oppressi: stiamo ovviamente alludendo a quanto accaduto nella notte tra il 3 e il 4 gennaio 2026 in Venezuela e in Burkina Faso, un disperato tentativo dell’imperialismo francese e statunitense, entrambi dilaniati da una profonda crisi, di cercare di continuare ad espropriare i popoli della terra e abbattere quei governi che rappresentano nei contenenti, nel mondo, dei lumi di riscatto contro le oppressioni. Il tentativo di destabilizzazione del Burkina Faso è passato totalmente sottotraccia sugli asserviti media occidentali anche perché è completamente fallito, grazie ad una immediata ed eccezionale mobilitazione nazionale, il tentativo di assassinare Ibrahim Traoré, il presidente burkinabè ed erede del disegno panafricanista del grande Thomas Sankara, ucciso in un vile colpo di stato 38 anni fa. Da quando ha preso il potere, Traoré ha cacciato i servi dell'imperialismo francese e l’esercito coloniale di Parigi dal Paese, nazionalizzato importanti settori produttivi, rilanciato il settore agricolo e le infrastrutture, portando il Burkina Faso verso una importante crescita economica e facendo uscire dalla povertà estrema centinaia di migliaia di persone. Una vera e propria spina nel fianco per l’Eliseo che sta perdendo le sue risorse strategiche nel Sahel dove le cose non vanno (più) nella direzione sperata dall’imperialismo coloniale francese.

Anche ciò che è accaduto in Venezuela, checchesenedica, è un colpo di stato solo tentato dal momento che - nonostante i pennivendoli si affannino già a definire “ex presidente” Nicolas Maduro, le istituzioni bolivariane sono ancora in piedi e il leader rapito è ancora da tutti proclamato come legittimo presidente. La mossa gangsteristica di Trump ha avuto, invece, una eco internazionale rilevante poiché di questo si nutre principalmente il primo inquilino della Casa Bianca: show, intimidazioni mafiose, imprevedibilità, muscolaglia ostentata all’occorrenza. Tant’è che - non dissimilmente da un bullo che ingrugna la faccia agli spettatori accorsi ad osservare una rissa - nelle ore immediatamente successive al sequestro illegittimo di Maduro e Cilia Flores e al bombardamento del Paese, Trump si è messo a minacciare azioni in Groenlandia, Iran, Messico, Colombia e Cuba. Il Venezuela rappresenta un territorio estremamente ricco di risorse energetiche a livello mondiale (primo detentore di riserve petrolifere mondiali accertate) e questa ricchezza è attualmente in mano a forze progressiste e anti imperialiste che con la rivoluzione bolivariana si sono affermate nel Paese prima con Chavez e oggi con Maduro, rappresentando, assieme a Cuba, un importante esempio di riscatto per altri popoli del continente latinoamericano. Nonostante i blocchi economici, innumerevoli tentativi di sabotaggio e aperte minacce, le conquiste della rivoluzione bolivariana sono e restano tangibili. Per questi motivi gli USA vogliono farla finita con il governo democraticamente eletto in Venezuela. 

Un omaggio particolare va reso alla memoria dei rivoluzionari caduti ed imprigionati nel corso di questo vile atto perpetrato dall’amministrazione a stelle e strisce: 32 gloriosi internazionalisti cubani sono caduti nella difesa della rivoluzione venezuelana, in loro è vivo l’esempio intramontabile del comandante Che Guevara. Al netto del fatto che risultano ancora oscuri i dati della vicenda in quanto, comprensibilmente, vincolati dal segreto di Stato in una situazione di simile eccezionalità e gravità, potrebbero essere ad oggi circa 80 i caduti fra militari e civili venezuelani. La prima combattente Cilia Flores e il presidente costituzionale democraticamente eletto Nicolas Maduro, sono stati illegittimamente prelevati in Venezuela ed imprigionati nelle carceri statunitense in barba a qualsiasi principio di diritto internazionale, con ridicole accuse connesse al narcotraffico. La popolazione venezuelana è già scesa a fiumi nelle strade di Caracas e del Paese per fare quello che fanno da sempre: sostenere la rivoluzione bolivariana e il suo presidente democraticamente eletto e denunciare le ingerenze e le nefandezze degli yankee e della loro longa manus nel Paese, i cosiddetti guarimbas, gruppi di violenti cospiratori armati e al soldo degli americani. Anche nel resto del mondo non sono mancate numerose manifestazioni contro il tentato golpe di Trump a Caracas. Ma la vera differenza è data dal sapersi esporre coraggiosamente nei momenti di maggiore necessità; se è assolutamente necessario denunciare la politica predatoria, arrogante, violenta e bandita dell’imperialismo occidentale - ovunque esso colpisca- non possiamo limitarci a chiedere la liberazione di Maduro e Flores sequestrati illegittimamente. E’ ancor più necessario - ed è il principale dovere e obiettivo di tutti i rivoluzionari, gli internazionalisti e sinceri democratici al mondo - difendere e sostenere la rivoluzione bolivariana del Venezuela, così come il processo in corso in Burkina Faso ad opera delle forze guidate da Traoré.    

Sono decenni che la rivoluzione bolivariana, il cosiddetto “Socialismo del XXI secolo”, continua imperterrita ad affrontare nuove sfide, ad inventare soluzioni in un contesto in cui ogni cosa rema contro, ad ispirare, in qualche modo, quello che in questo emisfero non solamente non si riesce a riprodurre ma nemmeno lontanamente ad imitare, divisi come siamo in mille rivoli, correnti, contenitori, contraddizioni, tanto addestrati alla più raffinata critica quanto incapaci di produrre un qualsiasi afflato unitario, deponendo personalismi e “verità in tasca”. “Maduro non è Chavez”, si dice spesso, in tono critico: già, ma i nemici di Maduro sono gli stessi contro cui si è scontrato - fino letteralmente alla morte- anche Hugo Rafael Chavez Frias e sono quelli che ne hanno tentate di tutti i colori pur di annientare il Venezuela: attentati, presidenti autoproclamati, tentativi di militari corrotti di impossessarsi del palazzo presidenziale, tentativi innumerevoli di uccisione del comandante, l’embargo totale imposto per strozzare e prendere per fame il popolo rivoluzionario venezuelano. Non solo: non va sottovalutata l’azione clandestina e criminale che da decenni opera nel Paese caraibico per mano della National Endowment for Democracy (NED) ossia lo strumento statunitense che per primo, e più a fondo, ha invaso il Venezuela supportando l’opposizione al governo che trama continuamente per il golpe, tramite un afflusso di cassa imponente (41 milioni di dollari dichiarati dal NED per finanziare le operazioni controrivoluzionarie in tutta l'America Latina) che serve a corrompere funzionari, armare i guarimbas, finanziare operazioni militari illegali, diffondere ideologia disfattista e filo-imperialista ecc. Per comprendere la portata e l’importanza di questa operazione egemonica che tenta di preparare il terreno per il colpo di Stato a favor di yankee, basti pensare che a capo della NED dal 2021 si trova un losco figuro, Damon Wilson,che sin da giovanissimo si è fatto strada con l’amministrazione Bush gestendo la drammatica transizione dell’Iraq nel 2006 in qualità di segretario esecutivo e capo di gabinetto presso l’ambasciata americana a Baghdad, è stato nel consiglio di sicurezza nazionale con l’incarico di direttore per gli affari europei ed ha avuto un ruolo di regista importante nell’allargamento della NATO nei Paesi dell’Europa orientale e settentrionale, nonché nella "rivoluzione arancione” del 2014 che ha anticipato e preparato i drammatici eventi a cui oggi assistiamo nella guerra alla Russia per interposta Ucraina. Insomma un uomo che da decenni ha come mandato quello di allestire il background necessario per le tragedie che esporta l’imperialismo, un convinto anticomunista che non esita ad attacare sia in termini di memoria storica - decostruendo dove e come può nei Paesi in cui opera l’eredità dell’URSS e del soviettismo - sia in termini concreti ovunque il socialismo abbia instaurato delle istituzioni reali: in barba alla gloriosa rivoluzione cubana del 1959 che è ancora in piedi, egli commemora e osanna la memoria di Oswaldo Payà, uno dei peggiori collaborazionisti degli americani della prima ora che rifiutò sin da subito di riconoscere le conquiste della rivoluzione già all’indomani della vittoria; il sig.Wilson strumentalizza i suoi profili social per fare bieca propaganda atlantista a Taiwan, in Europa centrale, in Africa, e anche -appunto - in Venezuela dove non esita addirittura, in spregio al popolo venezuelano, ad appropriarsi della figura del libertador Simon Bolivar - forse la più nauseante tra le varie operazioni di rewashing operata dai criminali della NED.

Già nel 2016, durante la prima presidenza Trump, il carotino della Casa Bianca annunciava possibili operazioni militari in Venezuela. All’epoca sembrava improbabile, ma oggi la storia dimostra che l’imperialismo morente sferra tutti i colpi che può, come può, se necessario: e non è un caso che, sempre nel 2016, nel corso di un'intervista esclusiva rilasciata per Telesur, Noam Chomsky e John Pilger ammonivano “se il Venezuela crolla, l’umanità crolla”. Perchè, è inutile negarlo, ciò che i critici della rivoluzione bolivariana colpevolmente non sottolineano e sono così timidi oggi nel difendere è proprio ciò che spaventa di più gli Stati Uniti e l’arma più affilata nelle mani del popolo: l’aver costruito un sistema che non solamente si definisce (e sancisce nelle proprie leggi) umanista e gramsciano ma fa della democrazia partecipativa il perno su cui fonda la propria forza. Questi i principi che in questi giorni la stragrande maggioranza del popolo venezuelano rivendica nelle strade delle proprie città, questo abbiamo il dovere storico di difendere e riaffermare dopo decenni di svariati tentativi di destabilizzazione politica e colpi di stato falliti, embarghi economici volti a strozzare l’economia e a far morire di fame il popolo venezuelano.

Analizziamo, quindi, gli antefatti politici dell’ultimo tentativo di colpo di Stato fallito in Venezuela. Donald Trump mira a un progressivo disimpegno statunitense dall’Ucraina, mantenendo tuttavia i propri interessi strategici nell’area — vendita di armi, controllo delle terre rare e avamposti militari contro la Federazione Russa — delegando all’Unione Europea il finanziamento militare e assumendo come dato il fallimento della NATO nel conflitto ucraino. Ciò al fine di concentrare maggiormente l’attenzione su quello che considera il proprio “cortile di casa”: l’America Latina. Non a caso Trump ha rispolverato nelle sue dichiarazioni la Dottrina Monroe, riaffermando di voler estendere tale politica apertamente usurpatoria a tutti i Paesi della regione.

 L’amministrazione sionista nordamericana, non essendo riuscita a portare a termine il genocidio del popolo palestinese, ha quindi concentrato le proprie energie su quegli Stati che più di altri hanno espresso solidarietà alla causa palestinese: Yemen, Iran, la Siria di Assad, Cuba e il Venezuela. Non è casuale che il tentativo di colpo di Stato fallito sia avvenuto mentre negli Stati Uniti si trovava Netanyahu, imputato per genocidio. La difesa della rivoluzione venezuelana rappresenta infatti un tassello fondamentale della causa palestinese, come dimostrato dal fatto che, in tutti i continenti, le manifestazioni contro l’ingerenza imperialista in Venezuela hanno visto sventolare, accanto alle bandiere della patria di Simón Bolívar, anche quelle palestinesi.

Israele ha sempre votato in sede ONU insieme agli USA a favore dell’embargo totale imposto a Cuba, in aperta contraddizione con il diritto internazionale. Gli Stati Uniti hanno inoltre favorito la candidatura al Premio Nobel di un’oppositrice del governo rivoluzionario venezuelano, la fascista María Corina Machado, la quale ha più volte elogiato la politica sionista e invocato un’azione armata volta a distruggere il proprio Paese.

Nella notte del 3 gennaio si è verificato un tentativo di incursione statunitense sul suolo venezuelano. L’operazione mirava a diversi obiettivi militari, alcuni dei quali parzialmente colpiti. Il primo obiettivo era la cattura del presidente venezuelano e della prima combattente: l’azione è inizialmente riuscita grazie all’occupazione del porto di Caracas, consentendo il sorvolo a bassa quota di elicotteri speciali supportati da droni e da forze speciali addestrate da mesi. L’operazione si è svolta bombardando le antenne radar e distruggendo la principale base militare venezuelana, conl’interruzione dell’energia elettrica nella capitale. Il secondo e il terzo obiettivo — la distruzione del mausoleo del Comandante Chávez e del Palazzo Presidenziale di Miraflores — non sono stati raggiunti grazie alla pronta reazione delle forze venezuelane. Altri obiettivi militari secondari sono stati individuati in varie regioni del Paese. Tali operazioni sarebbero state rese possibili dalla presenza di personale infiltrato della CIA, attivo da mesi, come più volte dichiarato dallo stesso Trump, e da individui che si sarebbero venduti come spie.

Inutile ricordare che in qualsiasi organizzazione rivoluzionaria — e ancor più in uno Stato rivoluzionario — l’esistenza di infiltrati e controrivoluzionari è un dato di fatto addirittura banale da constatare. Tuttavia, in questa vicenda, questo elemento non risulta centrale, poiché l’obiettivo politico principale non è stato raggiunto: distruggere la Quinta Repubblica, porre fine alla Rivoluzione Bolivariana, precipitare il Venezuela nel caos e installare un governo fantoccio.

Il governo aveva previsto un attacco di tale portata e aveva pianificato una risposta fondata su una solida alleanza tra forze armate, polizia e popolazione civile, attraverso protocolli mirati a evitare il panico nelle persone, impedire il caos e neutralizzare il pretesto per un cambio di regime, da sempre perseguito dall’imperialismo. Popolo e militari hanno agito attenendosi a tali protocolli: nessuna manifestazione spontanea, mantenimento della calma e della razionalità anche di fronte al tentativo deliberato del nemico di seminare il panico.

La cosiddetta “rivoluzione colorata”, metodo già utilizzato in passato per rovesciare governi antimperialisti, non ha funzionato. Il governo democraticamente eletto non ha tradito il mandato conferitogli dal popolo. I vertici militari sono rimasti fedeli alla Costituzione e alla vicepresidente Delcy Rodríguez, la quale ha giurato - nel dolore per quanto accaduto al presidente Maduro - con onore e nel rispetto della Costituzione venezuelana.

Trump ha tutto l’interesse, nei confronti del proprio elettorato e dell’americano medio, a non far trapelare notizie riguardanti i soldati statunitensi morti durante l’operazione. Allo stesso tempo, anche il governo rivoluzionario non ha interesse ad attizzare ulteriormente un nemico nettamente superiore sul piano militare.

È certamente possibile individuare decisioni difficili prese dal governo venezuelano, e ogni interlocutore può facilmente concentrarsi sugli errori altrui. Tuttavia, quando una patria rivoluzionaria viene attaccata, la priorità è difenderla; solo in un secondo momento, più opportuno, è legittimo criticarla con l’obiettivo di aiutare e rafforzare il processo rivoluzionario e rafforzare la propria formazione politica riflettendo sui passaggi critici o gli errori. 

Altrimenti, si finisce per fare i rivoluzionari sulla pelle degli altri.

07/01/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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