Okja

Uno dei più significativi e interessanti film dell’anno, purtroppo fruibile esclusivamente su una piattaforma digitale.


Okja Credits: http://www.highsnobiety.com/2017/02/28/okja-trailer/

Okja di Bong Joon-ho, Usa, Corea del sud 2017, valutazione: 7,5

Fra le diverse concezioni discutibili, il grande regista coreano Bong Joon-ho non manca di mettere al centro anche di questo suo notevole film un concetto essenziale: il problema decisivo della nostra società è combattere il grande capitale, che rischia di far precipitare l’umanità in un’epoca di barbarie. La sua logica perversa e il suo dominio sempre più dispotico mettono in discussione la stessa vita sulla terra, oltre all’essenza generica dell’uomo. Se il magnifico Snowpiercer – a nostro avviso il miglior film del 2014 era ambientato nell’epoca della barbarie – prodotta dall’incapacità dell’umanità di trovare una soluzione positiva alla tragica decadenza della società capitalista – con Okja siamo a un passo da essa. Dunque se Snowpiercer rappresentava l’epica lotta dei subalterni contro il mondo distopico, cui ci sta portando la crescente irrazionalità del modo di produzione capitalista, con Okja siamo a un passo dalla catastrofe, ovvero in un futuro tragicamente prossimo, in cui possiamo immediatamente riconoscerci.

Il film si apre con una dirigente del grande capitale intenta – per rilanciare i profitti e mantenere l’egemonia funzionale al proprio dominio – a portare avanti una tattica improntata a quella che Gramsci definiva rivoluzione passiva. La crescente disumanità del suo dominio è ormai così palese che una sua apologia diretta appare del tutto controproducente. Diviene indispensabile, perciò, sviluppare una forma di apologia indiretta, incentrata da una parte sulla solita ricetta positivista dello sviluppo tecnologico e scientifico, dall’altra sul mito di un capitalismo ecocompatibile. La distruzione dell’ambiente, che mette a repentaglio la vita stessa sulla terra, è in effetti una tematica di così ampia portata da mettere in questione l’egemonia del grande capitale. A essa sono sensibili non solo le classi medie, vero e proprio ago della bilancia nel conflitto necessario della grande borghesia con i subalterni, ma persino alcuni esponenti “illuminati” delle classi dominanti.

Partiamo, quindi, con il tentativo di rilancio dell’egemonia di una grande multinazionale in perfetto stile obamiano, che poi non è altro che l’ennesimo riadattamento della vecchia tattica gattopardesca delle classi dominanti che vedono messo in discussione il loro potere e con esso i propri privilegi: dare l’impressione che tutto cambi, affinché tutto resti così com’è. La prima norma è sempre quella denunciata già da Brecht, ovvero dare una bella verniciata che celi le crepe, per far apparire ciò che è ormai vecchio e decrepito come “nuovo”. A tale scopo, appare indispensabile mettere in scena un vero e proprio parricidio, ossia le classi dominanti per rimanere tali debbono prendere le distanze dai loro predecessori; ed ecco la tattica, ben nota nel nostro paese, del rottamare. Per far scomparire le tracce di tutti i misfatti, che ormai pesano sul sistema, occorre rinnovare la classe dirigente, in senso puramente cosmetico, nascondendo la sua naturale filiazione dalla precedente classe dirigente che ha ormai perduto la propria capacità di egemonia, essendo stata troppo spesso costretta a mostrare il proprio vero volto, le zanne che si celano dietro la maschera del pagliaccio.

Occorre poi, per rilanciare la tattica della rivoluzione passiva, inscenare appunto una rivoluzione senza rivoluzione, quella del nuovo capitalismo 3.0 e, naturalmente, ecologico. Bisogna, infatti, appropriarsi delle parole d’ordine più popolari dell’opposizione, per indebolire la sua capacità di egemonia e rafforzare la propria. Si riprendono, dunque, le tematiche proprie della critica ecologica a quello che viene presentato come il vecchio modello capitalistico da rottamare, per fare spazio a un nuovo capitale dal “volto umano”. Il modo di produzione capitalista tende ad affermarsi – secondo il noto paradosso messo in evidenza già dal suo primo grande apologeta, Adam Smith – unicamente creando sacche crescenti di povertà; ecco, allora, che il grande monopolista deve assumere la maschera del filantropo, che vuole risolvere il problema, sempre più urgente, dell’espandersi della fame nel mondo. A tale proposito cosa c’è di meglio che lanciare una nuova generazione di super-maiali ecocompatibili, prodotti grazie alle doti miracolistiche delle nuove tecnologie? I super-maiali saranno il frutto della collaborazione fra gli strumenti iper-tecnologici messi a disposizione dalle multinazionali e i metodi tradizionalisti ed ecocompatibili dei vecchi piccoli allevatori.

Così la nuova generazione di iper-porci OGM – prodotti in gran segreto con le più moderne e impressionanti tecniche di manipolazione genetica, volte a portare a compimento il processo di mercificazione della natura e della vita stessa – saranno poi fatti allevare, prima del loro lancio sul mercato, da piccoli allevatori che utilizzano ancora i metodi tradizionali. In tal modo, oltre che concedere il dovuto ossequio alla tradizione, da sempre il principale ostacolo all’emancipazione di quell’animale razionale che è l’uomo, si convinceranno le masse, sempre più anestetizzate dai fasti della società dello spettacolo, a nutrirsi proprio di quella carne OGM, ma beninteso presentata in veste bio.

Questo diabolico piano, apparentemente perfetto, ha in realtà un apparentemente piccolo, ma letale tallone di Achille. L’enorme potere, generato dalla nuova capacità di riconquistare l’egemonia – per cui il grande rappresentante degli interessi delle multinazionali diviene un modello da seguire per le a-sinistre globalizzate, il comandante in capo del più micidiale esercito di tutti i tempi viene insignito dal premio nobel per la pace – produce una pericolosissima hybris che induce il potente a perdere di vista i propri limiti, illudendosi di poter rappresentare la nuova divinità, sorta sulle ceneri delle divinità tradizionali. Ciò non può che produrre la tragedia dell’azione, ossia quella tracotanza così comune tra i potenti, che porta a non considerare le necessarie reazioni che il proprio operare provocherà negli altri e che farà altrettanto necessariamente sì che il proprio progetto, per quanto ben pianificato, non si realizzerà mai, nella forma voluta, nella realtà. Il grande capitale, preso dal suo delirio di onnipotenza, sottovaluta le reazioni che le proprie azioni produrranno negli altri che, per quanto anestetizzati dall’industria culturale, non diverranno mai meri strumenti, ovvero non smarriranno mai del tutto ciò che fa dell’uomo l’uomo, ovvero l’autocoscienza del valore assoluto dell’individualità, che si afferma nella storia come libertà dei moderni.

Per quanto diabolicamente congeniato il piano del grande capitale non può che suscitare la naturale reazione degli altri che, per quanto possono apparirgli deboli e impotenti, non intenderanno rinunciare alla propria volontà di autodeterminazione. In effetti è proprio quest’ultima, insieme alla vita stessa, che l’azione dettata dalla hybris del grande capitale suscita quale imprevedibile reazione, che gli impedisce di realizzare nella forma progettata i propri piani. Tale reazione dell’autocoscienza, della vita stessa, ha però bisogno, se vuole ostacolare in modo significativo i diabolici progetti del grande capitale, di una organizzazione che vi si contrappone nel modo più radicale e intransigente. Solo quest’ultima, quale intellettuale collettivo, può fornire alla spontanea reazione dell’autocoscienza e della vita stessa una direzione consapevole, in grado di influire realmente sul corso del mondo.

Proprio su questi nodi decisivi, emergono i limiti della reazione messa in scena da Okja, che sono poi evidentemente i limiti della visione del mondo del regista e delle condizioni storiche particolarmente sfavorevoli a realizzare sino in fondo un’opera con ambizioni così elevate. A differenza di quanto avveniva, nel decisamente più realistico e rivoluzionario Snowpiercer, in Okja la reazione non nasce dalla necessaria esasperazione prodotta dagli interessi del grande capitale sui bisogni vitali della massa dei subalterni, ma dalla tenace resistenza di un singolo individuo. In tal modo si corre il rischio di ridurre questo essenziale conflitto, in uno scontro fra due hybris, se non vi fosse l’intervento a favore della più debole di un’organizzazione dai tratti internazionalisti, volta a contrastare in modo radicale e organizzato i piani del grande capitale.

D’altra parte se in Snowpiercer a infliggere una dura sconfitta ai diabolici piani del grande capitale erano i subalterni stessi, che formandosi nella lotta finivano con l’autorganizzarsi, in Okja abbiamo l’intervento di un’organizzazione esterna, di avanguardia, di “rivoluzionari” di professione. Si tratta però, in massima parte, d’intellettuali, per quanto giovani e ribelli, tradizionali, e non, quindi, organici ai subalterni ai quali intenderebbero fornire una direzione consapevole.

Inoltre, per poter aver successo, i subalterni e le loro avanguardie intellettuali debbono essere in grado di elaborare, al di là della necessaria resistenza ai progetti diabolici del grande capitale, anche un’idea complessiva di una società maggiormente giusta, razionale e universalistica, ossia in grado di soddisfare i bisogni reali di un numero decisamente superiore di individui. Ora, proprio questo indispensabile aspetto manca praticamente del tutto ai pur coraggiosi resistenti sia in Snowpiercer, sia in Okja, e questo ci fa credere, che al di là dei “naturali” problemi di censura e autocensura, dipendano da sostanziali limiti della visione del mondo, del pur geniale e coraggioso regista. Per quanto la sua Weltanschauung possa apparire autonoma da quella dominante, dal punto di vista critico, essa dimostra di non essere altrettanto automa dall’influenza di forma utopistiche e ormai arcaiche, e quindi in ultima istanza inefficaci di opposizione, assimilabili essenzialmente al socialismo piccolo-borghese.

In conclusione occorre sottolineare che purtroppo questo film, per quanto notevole, non è uscito nelle sale e non uscirà – al di là della sua proiezione al Festival di Cannes. Il film infatti è stato prodotto ed è visibile unicamente su una piattaforma digitale. Ciò ha creato un ampio dibattito, anche a seguito della decisione della direzione del Festival di non accogliere più opere che non siano distribuite anche nelle sale. Il motivo del contendere è stato, essenzialmente, se le piattaforme digitali favorissero o meno il cinema. Anche in questo caso ci si è divisi fra progressisti di stampo positivista e tradizionalisti. Mentre questi ultimi vedono nei nuovi strumenti tecnologici, con un’attitudine che si potrebbe definire neo-luddista, un pericolo per la sopravvivenza stessa della settima arte, i nuovisti si sono limitati a esaltare le grandi prospettive “democratiche” di cui sarebbero portatrici le nuove tecnologie, che metterebbero a disposizione di un pubblico più vasto opere cinematografiche altrimenti difficilmente fruibili.

In entrambi i casi ci si sofferma su uno sterile e feticistico dibattito sulle doti del mezzo in sé, dimenticando la questione decisiva dell’uso che ne è fatto. Anche in questo caso, purtroppo, non si tratta affatto di un uso sociale, che renderebbe realmente questo mezzo uno strumento atto a favorire l’emancipazione dell’uomo, ma al contrario di un uso capitalistico, nel quale ciò che solamente conta è il profitto. Questo fa sì che i nuovi strumenti favoriscano unicamente lo sviluppo di quel vero e proprio ossimoro che è la democrazia borghese, dove a godere di eguali diritti – in questo caso la fruizione di un’opera d’arte – sono unicamente i proprietari. Da questo punto di vista, costringendo chi ne vuole fruire a un abbonamento dai costi elevati, rende quest’esperienza estetica decisamente meno fruibile da un proletario. Senza contare che la mercificazione dell’arte fa sì che essa non sia fruibile nelle sale, visto che ciò che conta sono i profitti privati dei proprietari della piattaforma, e questo provoca necessariamente una lesione non indifferente nel godimento di questa esperienza estetica. Infine, questo utilizzo capitalistico del mezzo ne favorisce una fruizione individualistica, a discapito della fruizione collettiva che ne permetterebbe la proiezione nelle sale, apportando un’ancora più grave depauperamento dell’esperienza estetica.

29/07/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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