Recensioni di classe 14

Recensioni di classe alle serie: The Good Lord Bird – La storia di John Brown, Ted Lasso e Freud e ai film: La tigre bianca, The United States vs. Billie Holiday, The Father – Nulla è come sembra e David Attenborough: una vita sul nostro pianeta.


Recensioni di classe 14

The Good Lord Bird – La storia di John Brown miniserie televisiva statunitense in sette episodi creata da Ethan Hawke e Mark Richard, voto: 8,5; molto bello il primo episodio che ci porta a conoscere le incredibili lotte guerrigliere condotte da John Brown contro lo schiavismo dal punto di vista decisamente straniante di un giovane schiavo liberato. Da questo punto di vista lo spettatore può considerare in modo critico le grandiose azioni e i tratti di follia di John Brown. In lui, infatti, l’ardore della lotta armata rivoluzionaria contro lo schiavismo si univa a un integralismo religioso altrettanto estremo. La fede religiosa gli dava un incredibile coraggio, una sicurezza e la netta convinzione di essere dalla parte del giusto, ma lo rendeva al contempo avventurista, del tutto intransigente e spietato. Tutti questi contraddittori aspetti sono rappresentati in modo decisamente realistico e al contempo con una punta di ironia verso il fondamentalismo del personaggio o gli aspetti irrazionali degli uomini con cui si batte o collabora. Ironia che favorisce una lettura critica degli eventi e impedisce – insieme allo sguardo straniato del giovane afroamericano, che ne coglie tutti i limiti del caucasico – di non impersonarsi mai acriticamente nell’eroe, ma di comprendere in modo dialettico il mondo storico in cui si sviluppa la sua lotta. 

Il secondo episodio, dove la figura centrale di John Brown si eclissa, è decisamente penoso. Il giovane afroamericano che, nel primo episodio, aveva l’importante ruolo di consentire uno sguardo straniato sul protagonista, ora appare piuttosto portatore della prospettiva del cameriere, ovvero il punto di vista storico meno attendibile. Peraltro, l’insistenza sulla modalità sanguinaria della lotta per l’emancipazione degli afroamericani, cui non fanno nemmeno da contrappunto scene in cui si denuncia la brutalità dello schiavismo, è quantomeno discutibile.

Anche il terzo episodio lascia alquanto a desiderare. Il controcanto ironico, che svolgeva una funzione decisamente progressiva nel primo episodio, diviene il punto di vista dell’uomo senza qualità caro al postmoderno, che pensa esclusivamente a mettersi in salvo, considerando chi si batte per l’emancipazione dell’umanità un pericoloso matto. Di John Brown emergono, così, essenzialmente gli aspetti negativi e lo stesso discorso vale per l’afroamericano che guida la lotta per l’emancipazione. Entrambi finiscono, in tal modo, per apparire – anche in questo caso con un procedimento caro al postmoderno – degli antieroi, mentre va completamente perduto il pathos epico e tragico di grandi protagonisti della lotta per l’emancipazione del genere umano.

Il quarto episodio inizia nel peggiore dei modi, in quanto sembra affermarsi il punto di vista del cameriere del narratore, che sembra dar credito a tutte le leggende nere per cui al tempo dello schiavismo i caucasici non avrebbero trattato peggio gli afroamericani di come questi ultimi si trattavano fra di loro. Perciò, sembra che John Brown sia un folle terrorista, che ha portato guerra e morte e, anche, un despota nei riguardi del giovane afroamericano che ha liberato. D’altra parte, non appena quest’ultimo finalmente rivendica la propria libertà, Brown gliela accorda subito e, anzi, si scusa di averlo considerato come un figlio.

Del resto, riacquistata la libertà il giovane finisce per impiegarla proprio seguendo la conferenza organizzata da Brown per arruolare combattenti per l’emancipazione dell’umanità. A tale scopo decisivo è l’intervento della eroina afroamericana per la liberazione dalla schiavitù, Harriet Tubman, che prontamente accorda il suo aiuto e la propria fiducia nel piano rivoluzionario di Brown. In tal modo Brown ricostruisce il suo esercito deciso a portare avanti una grande lotta di liberazione degli schiavi, che ha come modelli, Spartaco, la Rivoluzione francese, la Rivoluzione haitiana e i movimenti rivoluzionari dagli anni venti al quarantotto. Il suo progetto è di condurre una guerra di guerriglia che serva da denotatore alla guerra civile che porterà, infine, all’emancipazione degli afroamericani. Finendo, infine, per convincere anche lo scettico narratore, che pare abbandonare finalmente il suo punto di vista da cameriere.

Segue nel prossimo numero di questo giornale.

La tigre bianca di Ramin Bahrani, drammatico, India, Usa 2021, voto 7; film indubbiamente ben fatto e ricco di spunti significativi sul rapporto servo padrone in India e sull’accumulazione primitiva, alla base del sogno indiano. Per quanto nel film vi è una indubbia capacità di sviluppare un sano effetto di straniamento nei riguardi della vicenda narrata in prima persona dal protagonista, nel film manca una reale alternativa, una qualche prospettiva di superamento della semplice riproposizione del rapporto signoria servitù. In effetti, non mettendo mai in discussione la prospettiva individualistica del protagonista, non può che apparire necessario, naturale il modo assolutamente spietato di far carriera del giovane pieno di piccole ambizioni personali.

The United States vs. Billie Holliday di Lee Daniels, biografico, Usa 2021, voto: 7; film di denuncia della pratica del linciaggio degli afroamericani della cui condanna il senato discute per la prima volta solo nel 1937 sotto F.D. Roosevelt, ma la mozione di condanna viene rigettata. Sarà ripresa in discussione solo nel 2020, ma ancora oggi il senato non è riuscito a condannare tale pratica barbara, la cui tradizione, peraltro è ai giorni nostri portata avanti dalla polizia. La grandissima cantante Jazz Billie Holliday sarà lungo tutto la sua carriera osteggiata, controllata e messa in ogni modo sottopressione dal Fbi per una sua sola canzone, Strange fruit, che denunciando tale pratica barbara viene vista come una sfida al Ku Klux Kan. Interessante è anche la denuncia di come la sedicente guerra alla droga sia stata utilizzata per mantenere in uno stato di sostanziale apartheid gli afroamericani. Peccato che per il resto il film non sia realmente all’altezza delle aspettative, in quanto si dilunga troppo sulle vicende, non proprio rilevantissime, della biografia della cantante.

The Father – Nulla è come sembra, di Florian Zeller, Gran Bretagna 2020, voto: 7; film premiatissimo e dato fra i favoriti all’Oscar suscita elevate aspettative che certamente non soddisfa. Il film non ha davvero nulla di straordinario. Ciò non toglie che non abbia nemmeno cadute ideologiche. Il film è certamente ben realizzato, ben recitato, ma anche in questo caso nulla di eccezionale. Forse l’aspetto più significativo sono le musiche di Einaudi. Per il resto il film è quasi tutto nella trovata di intrecciare, senza segnalarle, le sequenze in cui vediamo in soggettiva la visione del mondo di un malato di Alzheimer e le scene in cui siamo posti nella prospettiva di chi cerca di prendersene cura. Peraltro, principale neo del film, è che restano del tutto ignorate le significative problematiche economico-sociali che si presentano nel caso in cui il malato non provenga da una famiglia particolarmente benestante

Ted Lasso, episodi dal 5 al 10, segue dal precedente numero di questo giornale, voto: 6; Il segno dell’abbronzatura nel quinto episodio la serie riprende un po’ quota, anche per la vena drammatica e al contempo elegiaca della crisi del matrimonio del protagonista, che al contempo con coraggio e determinazione, puntando sul gioco di squadra e l’altruismo, comincia a rimettere in sesto una situazione generalmente data per spacciata.

I due assi, sesto episodio decisamente sottotono, o si è fatto il classico episodio per allungare il brodo, oppure la serie ha essenzialmente concluso il poco che aveva da dire. Peraltro una parte significativa del senso della serie è stupidamente maschilista, in quanto è tutta costruita sul fatto che una donna tradita dal marito, invece di costruirsi una nuova vita, pensa solo a fargliela pagare, operando in modo meramente distruttivo nei riguardi della società di cui è padrona. Il che dà un’idea della donna come totalmente succube del marito, senza il quale si comporterebbe come un bambino.

Make Rebecca great again, settimo episodio, rilancia la serie, immettendo alcuni elementi melodrammatici che la rendono meno noiosa e scontata. Certo si resta sempre nell’ambito dell’eticità naturale e immediata della famiglia, ma i personaggi divengono un po’ più sfaccettati e dialettici.

Diamond Dogs, ottavo episodio, in ripresa della serie, con dei buoni spunti da racconto morale e alcuni sviluppi interessanti, anche se sempre nell’ambito dei rapporti fra singoli individui.

Gli ultimi due episodi sono sostanzialmente in linea con i precedenti. Il buonismo, l’altruismo, il saper prendere la vita con filosofia, il gioco di squadra, il rispetto per l’avversario etc. sono tutti dei validi elementi in particolare per il mondo del calcio dove tende sempre più a dominare l’individualismo, la partigianeria, l’odio per l’altro, il razzismo, etc. D’altra parte è quanto meno singolare che tutti questi valori progressisti, antitetici di fondo al pensiero unico neoliberista, siano esportati in Europa da un allenatore statunitense di football americano. 

David Attenborough: una vita sul nostro pianeta di Alastair Fothergill, Jonathan Hughes e Keith Scholey documentario, Netflix, Gran Bretagna 2020, voto: 6; tipico documentario di denuncia della devastazione dell’ambiente, ricco di immagini molto suggestive. Al solito la denuncia dei rischi che la distruzione dell’habitat naturale dell’uomo sta provocando è molto efficace. D’altra parte, come al solito, chi finanzia il film è parte delle cause di tale situazione e, perciò, è del tutto assente una critica al modo di produzione capitalistico e la necessità di superarlo in senso socialista. Per cui i rimedi proposti sono spesso peggiori del male che si denuncia e vanno dalla ripresa delle tesi reazionarie di Malthus a quelle ancora più reazionarie del secondo Heidegger.

Freud, serie in 8 puntate giallo, drammatico, thriller, Austria, Germania e Repubblica Ceca 2020, voto: 3; il film prende alcuni spunti dalla figura di Freud, dalla storia e dalla cultura del tempo e li inserisce all’interno di un giallo-thriller con elementi di noir ed erotici. L’impressione è che si sia messa troppa carne a fuoco e che il personaggio di Freud sia utilizzato in modo alquanto superficiale ed estemporaneo per puntare piuttosto a quelli aspetti culinari volti a fidelizzare gli spettatori alla serie.

Il secondo episodio conferma tutti i dubbi e le critiche rivolte al primo episodio. Nel terzo episodio – oltre a confermarsi il capitale difetto per cui lo scienziato Freud diventa il pretesto per parlare di storie di fondo legate a fenomeni paranormali e irrazionali di una medium – si presentano i ribelli ungheresi come delle forze reazionarie nella loro lotta per l’indipendenza dall’Impero asburgico. Unica nota significativa la denuncia delle tendenze reazionarie, nietzschiane e imbevute di ideologia della guerra, diffuse nei circoli di ufficiali e in esponenti delle classi dominanti.

Nel quarto episodio la serie scade del tutto nell’irrazionalismo, un vero e proprio paradosso per un grande scienziato come Freud che ha ricercato la razionalità anche negli ambiti più oscuri. La serie è una tipica merce culinaria dell’industria culturale europea, peraltro di pessima qualità, che cerca anche con i mezzi più sporchi di conquistarsi la parte del pubblico più arretrata, puntando ai suoi istinti più bassi.

17/06/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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