Recensioni di classe 16

Recensioni di classe alla mini docuserie Challenge: l’ultimo volo, al documentario Pepe Mujica – Una vita suprema, al film Lasciali parlare, al film d’animazione Trash – La leggenda della piramide magica e alla serie (commedia-romantica) Emily in Paris.


Recensioni di classe 16

Challenger: l’ultimo volo mini docuserie 1x4, del 2020 creata da Steven Leckart e Glen Zipper e diretta da Daniel Junge e Steven Leckart. distrubuita da Netflix, voto: 6,5. Ben fatto, interessante e al contempo avvincente il primo episodio del documentario sul più tragico incidente nei viaggi spaziali. Il film è un interessante saggio storico sugli anni Ottanta, funestati dalla presidenza Reagan. Alle cui origini vi è la svolta conservatrice dopo due decenni di lotte sociali e la piena affermazione dell’ideologia neoliberista. Così, per la prima volta la Nasa è costretta ad aprire ad astronauti donne, afro discendenti o di origine asiatica, quale riforma imposta dai movimenti rivoluzionari degli anni Settanta. Si tratta, comunque, di una riforma improntata all’ideologia neoliberale, per cui le concessioni sono funzionali a dividere il movimento, a portarlo a essere non più incentrato su grandi obiettivi universali, in grado di parlare alla maggioranza del paese e del globo, ma su obiettivi particolaristici, che si rivolgono a minoranze, che tendono a isolarsi. Inoltre, emerge la spettacolarizzazione e mercificazione dello spazio, per imporre a livello internazionale il modello statunitense. Le missioni spaziali divengono strumenti di distrazione di massa di contro alle precedenti lotte sociali e come compensazione dinanzi alle controriforme portata avanti dal neoliberismo. Così l’impresa spaziale riesce, utilizzando dei razzi propulsori estremamente pericolosi, che non a caso i sovietici non si erano mai sognati di utilizzare. Quindi la tragedia è prevista nella logica del rischio calcolato, per cui dopo aver sfiorato più volte l’esplosione, senza rendere pubblici i rischi corsi, il disastro – già a lungo dilazionato – non può che verificarsi. Anche in questo caso, naturalmente, si cercherà di insabbiare tutto, per impedire che si individuino i reali responsabili, che vanno ricercarti nella smania di apparire, più che di essere, e nella volontà di risparmiare, anche ai danni della sicurezza dei lavoratori.

Il secondo episodio risulta un po’ noioso e ripetitivo, in quanto non aggiunge nulla di veramente significativo al precedente. Anche se si accentua come, nella società capitalista, per finanziare i viaggi nello spazio sia necessario corrompere i parlamentari che li finanziano, e mantenere alto l’interesse dell’opinione pubblica, con il mito che si stanno gettando le condizioni per cui anche l’uomo comune potrà, in un futuro prossimo, viaggiare nello spazio. In tal modo nei viaggi spaziali vengono introdotti personaggi non qualificati, come appunto congressisti o il rappresentante dell’uomo qualunque. Inoltre, l’esigenza di tagliare i costi e di spettacolarizzare le missioni spaziali, portano ad aumentare sempre più il rischio calcolato, il quale finisce necessariamente per comprendere l’incidente mortale. Infine, significativo come fosse ancora molto elevata, grazie alle lotte dei decenni precedenti, la considerazione per il ruolo sociale dell’insegnante, della cui centrale funzione è costretto a parlare, con toni quasi apologetici, persino Ronald Reagan. Se pensiamo all’attuale discredito di tale funzione sociale, ci rendiamo anche contro di come siano cambiati in modo drastico i rapporti fra i gruppi sociali anche sul piano della lotta di classe al livello del pensiero.

Il terzo episodio conferma che il materiale significativo poteva essere tranquillamente rappresentato in un documentario di due ore, piuttosto che in una diluita e alquanto noiosa serie di 4 puntate. Inoltre il solito metodo postmoderno che esclude il narratore esterno, entro una certa misura onnisciente, non consente di farsi una idea determinata di quanto è avvenuto, né soprattutto di esporre e poter cogliere l’essenziale della vicenda. Così le poche notizie significative solo mescolate ad altre del tutto superflue e anche alquanto avvilenti, visto che spesso mostrano parenti delle vittime raccontare tutti eccitati i loro ricordi e la loro eccitazione per l’avventura. Colpisce la totale impreparazione della Nasa, incapace di prevedere il tempo, anche da un giorno all’altro, e di sistemare in tempi non biblici dei malfunzionamenti del tutto prevedibili. L’impressione è che le varie attività necessarie alla missione siano state date in appalto a una serie di imprese private che, per risparmiare sui costi e massimizzare i profitti, offrono servizi incredibilmente scadenti. Significativo anche lo strutturale malfunzionamento di un ente pubblico, di importanza strategica, gestito secondo la logica privatistica, tipica del capitalismo, per cui le ultime parole non spettano a esperti e scienziati, ma a general manager e, anzi, si invitano gli ingegneri nel dare i loro pareri a ragionare da manager, per cui l’essenziale è che the show must go on, anche perché sono pagati proprio a tale scopo.

La quarta puntata affronta, infine, le responsabilità del disastro. Emerge evidente la totale reticenza e impunità dei vertici della Nasa, che ancora oggi giustificano il loro criminale rischio calcolato. Decisamente omertoso e in fondo connivente il presidente degli Usa Reagan, che spinge il presidente della commissione di inchiesta parlamentare a difendere a priori la Nasa, in quanto si tratterebbe di eroi nazionali e the show must go on. Sfortunatamente fra i membri della commissione vi era anche uno spirito libero, Nobel per la fisica, che dimostra con un semplice esperimento la colpevole scelta della Nasa di far partire la missione nonostante la gelata notturna, e il parere contrario della ditta appaltatrice dei missili, la missione. Tanto che uno degli esperti, chiamati a testimoniare nel documentario, sostiene che più che un incidente si sia trattato di un omicidio colposo. Al fondo della questione vi erano le menzogne della Nasa che, per farsi finanziare la costosissima missione, avevano promesso un numero di voli assolutamente irrealizzabile, che ha costretto a far partire molte missioni in assenza delle necessarie condizioni di sicurezza.

Pepe Mujica – Una vita suprema di Emir Kusturica, documentario, Argentina, Uruguay, Serbia 2018, voto: 6+; piuttosto deludente, date le aspettative, dal momento che si trattava della vita di un grande uomo politico e di un grande regista, che nel passato avevamo, forse un po’ troppo, mitizzato, e che oggi sembrano ridotti all’ombra di loro stessi. Certo fra tanti farabutti che girano oggi in entrambi gli ambiti, i due hanno quanto meno mantenuto una posizione sinceramente democratica. D’altronde è evidente che entrambi hanno sostanzialmente esaurito ciò che di significativo avevano da dire e le cose più interessanti restano i ricordi del passato.

Lasciali parlare di Steven Soderbergh, drammatico, Usa 2020, voto: 6+; film certamente ben fatto, con significativi scavi psicologici e rappresentazione realistica dei diversi personaggi. D’altra parte Lasciali parlare risulta in buona parte privo di contenuti sostanziali e non può che lasciare con l’amaro in bocca, dal momento che è opera di un regista che è solito metterli in scena in modo decisamente anticonformista.

Trash – La leggenda della piramide magica di Luca Della Grotta e Francesco Dafano, animazione, Italia 2020, voto: 6; considerato il miglior film di animazione italiano dell’anno, era forse lecito aspettarsi qualcosa di più. Certo ci sono delle trovate significative, a tratti i personaggi sono emozionanti e riesce a mediare in modo semplice, immediato e divertente qualche nozione base di educazione civica. Resta, dall’altra parte, la dimensione minimal che non può che lasciare l’amaro in bocca, visto che lo spirito dell’utopia si riduce alla raccolta differenziata dei rifiuti. Peraltro, con un contenuto sostanziale così scarno, sarebbe bastato un mediometraggio. Tanto che il formato standard del lungometraggio, dopo un po’, diviene sostanzialmente noioso.

Emily in Paris, serie tv Usa 2020, 1x10, creata da Darren Star e distribuita da Netflix, voto: 3,5; prodotto ben confezionato d’evasione, dell’industria culturale statunitense. Certamente piacevole, anche se pieno di luoghi comuni alquanto scontati. Emerge, in maniera significativa, come i francesi temano i lavoratori statunitensi che, con la loro logica calvinista e neoliberista, favoriscono l’autosfruttamento e l’aumento di orari e ritmi di lavoro. Ne risulta che gli statunitensi vivono per lavorare e si realizzano attraverso il lavoro, naturalmente astraendo da tutte le problematiche dell’alienazione del lavoro salariato, mentre i francesi lavorano per vivere e per godersi la vita, al di fuori dell’estraneazione del lavoro salariato. Inoltre i francesi hanno decisamente più gusto e gli statunitensi più spirito imprenditoriale.

Il secondo episodio prosegue sulla falsa riga del primo, discreto prodotto meramente culinario, gradevole, ma non bello, senza acuti né cadute, se non l’intollerabile concezione apologetica dello statunitense, privo di sfaccettature e decisamente inverosimile. Tali perplessità non possono che aumentare nel terzo episodio, in cui la giovane statunitense viene rappresentata come un modello di sensibilità dinanzi alla presunta rozzezza dei parigini. Così dai luoghi comuni, siamo passati a una rappresentazione decisamente rovescista. Il quarto episodio non aggiunge nulla di significativo, la serie pare aver già esaurito il poco che aveva da comunicare.

Il quinto episodio rende sempre più surreale una serie che ha come protagonista una laureata in marketing, che adora il suo lavoro e che ha come principale obiettivo quello di far comprendere al suo dirigente, che la bistratta continuamente, che sono dalla stessa parte. Aspetto comune ad altre serie comiche statunitensi, quello di presentare, senza un briciolo di effetto di straniamento, lavoratori sfruttati e bistrattati dai loro dirigenti, che non ambiscono ad altro che a entrare nelle loro grazie e sono disposti per questo anche ai più umilianti sacrifici.

Sesto e settimo episodio sono alquanto anonimi e servono quasi esclusivamente ad allungare il brodo. La serie apparentemente puramente culinaria e di evasione mira, in realtà, a far passare gli aspetti più devastanti dell’ideologia neoliberista. Così l’eroina, con cui si tende a identificarsi, non essendoci naturalmente nemmeno un minimo di effetto di straniamento, ha due scopi fondamentali nella vita: far fare profitti a una ditta che pubblicizza beni di lusso e conquistarsi il proprio dirigente con ogni forma, anche le più servili, di captatio benevolentiae. Così, da una parte fa la moralista puritana davanti ai francesi, che sarebbero tutti, secondo i più triti luoghi comuni statunitensi, dei mezzi pervertiti. Dall’altro normalizza e naturalizza gli aspetti peggiori del pensiero unico dominante.

L’ottavo episodio è sostanzialmente anonimo, al solito gradevole, ma ideologicamente micidiale. Nella serie a incarnare gli aspetti più rozzi del capitalismo sono dei cinesi, mentre la protagonista statunitense si presenta come una donna che si è fatta da sola, grazie all’amore e alla dedizione al proprio lavoro. Rappresenta in pieno la banalità del male, visto che non si interroga mai criticamente sul lavoro che svolge, sul suo (non)senso, sui suoi fini.

Nel nono episodio scopriamo un’altra perla di “saggezza” neoliberista, ovvero che un uomo ricco e di bell’aspetto è un ottimo partito per una donna, del tutto a prescindere dal fatto che sia un impresario laido, snob e del tutto privo di contenuti sostanziali, in ciò in perfetta consonanza con la serie. La decima puntata mostra, senza volerlo, tutta l’ipocrisia del moralismo pietista statunitense. La protagonista procede tranquillamente sulla duplice staffa dei due amanti, sfruttando la crisi nel rapporto della sua migliore amica francese. Dunque, le amiche si tradiscono, appena possibile, mentre al padrone si fanno costantemente i salamelecchi, rinunciando a qualsiasi residuo di dignità. Penoso anche il luogo comune per cui a causa della burocrazia non sarebbe possibile licenziare “liberamente” i lavoratori salariati francesi, anche da parte di padroni nel settore privato.



02/07/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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