Ricomincio da noi

Un classico esempio di prodotto divertente e progressista dell’industria culturale.


Ricomincio da noi Credits: http://www.piccolo-padova.it/ricomincio-da-noi/

Ricomincio da noi, del regista di commedie inglesi Richard Loncraine, è un buon film progressista. Di tono dimesso, il film riesce a mediare un contenuto significativo senza annoiare o essere mai pesante. Anzi, il film è a tratti molto divertente e in altri momenti intenso e commovente. La protagonista, interpretata da una valente attrice di teatro britannica, Imelda Staunton, sembra aver raggiunto il pieno compimento della sua vita di moglie di un funzionario, che ha fatto carriera sino a divenire capo della polizia. Così, giunto alla pensione, riceve in premio dalla regina una carica nobiliare. Nella grande festa con parenti e amici l’ormai anziano marito nel suo discorso rituale rivolge un inconsueto messaggio d’amore alla sua ormai anziana moglie. Ci si può immaginare, quindi, lo stato d’animo di quest’ultima quando, pochi minuti dopo, scopre il marito intento a baciare un’amica di famiglia. Tutta la rispettabilità borghese che la donna credeva essersi finalmente conquistata crolla in un momento, come un castello di carte. Anche perché viene subito a sapere che la relazione fra il marito e l’“amica” va ormai avanti da anni, naturalmente a sua insaputa.

Lo smacco è troppo grande e la donna si vede costretta a cercare rifugio presso l’unica parente prossima della sua famiglia originaria ancora in vita, la sorella maggiore interpretata da un’altra brillante attrice inglese: Celia Imrie. Il cambio di scenario politico-sociale non potrebbe essere più brusco. La sorella, che la protagonista non vedeva da molti anni, vive nel classico contesto working class inglese che abbiamo conosciuto grazie ai film di Ken Loach. La protagonista – cui arriva poco dopo la richiesta di divorzio da parte del marito, che comporta per lei la perdita dell’ambito titolo nobiliare di lady – si sente ormai con i suoi settanta anni ormai definitivamente fallita. Di contro alla sua incipiente depressione spicca ancora di più la gioia di vivere e la giovinezza interiore della ancora più anziana sorella. Una sessantottina impenitente che non solo non rinnega nulla del suo passato, ma conduce anche nel presente, per quanto il contesto possa essere mutato, una vita in perfetta continuità con i suoi trascorsi giovanili. La sorella minore, al contrario, ha immediatamente tradito e, per lunghi anni, del tutto obliato gli ideali giovanili, innamorandosi e poi sposando il commissario di polizia incaricato di contrastare la lotta sociale che le due sorelle adolescenti conducevano ancora di comune accordo.

Le parabole delle due esistenze non potevano essere più divergenti, ma nel momento della verità è la seconda, quella che ha fatto la scelta opportunista di compromettersi compiutamente con il corso del mondo, pur di portare a compimento il suo sogno piccolo borghese di ascesa sociale a dover fare la tragica scoperta del proprio fallimento esistenziale. La sua strada egoista e individualista, infatti, al di là delle mutevoli e imprevedibili vicissitudini della vita, non poteva che portarla in un vicolo cieco. Nel momento in cui la tenebra del quotidiano si squarcia dinanzi al palese tradimento del marito e dell’amica – dei quali appare ormai evidente l’ipocrisia, come dell’intero milieu sociale in cui aveva fatto tanto per essere accolta a pieno titolo – si rende infine conto che tutto il suo sforzo per ascendere socialmente non può avere altra conclusione che quella di trovarsi completamente sola, nel suo banale egoismo, dinanzi alla radicale finitudine dell’essere umano.

Tanto più che, una vita tutta spesa dietro a delle ambizioni in realtà così egoiste e meschine, non può che finire per riconoscere la propria essenza, la propria verità nell’essere per la morte. A salvarla da tale triste e banale fine è la parabola esistenziale opposta della sorella, che gli dimostra nel modo più concreto che un’altra vita è non solo possibile, ma reale e certamente infinitamente più libera della sua meschina esistenza da parvenu, prigioniera dell’immediatezza di un eterno presente.

Particolarmente significativo è il messaggio del film, ovvero che ci si può liberare della tenebra del quotidiano, del destino segnato dal proprio essere per la morte, mediante una profonda trasformazione e adesione a uno stile di vita completamente altro, in quanto non ostaggio del proprio asfittico individualismo ed egoismo asociale. Dunque, sembra dimostrare a ragione il film, anche per gli anziani convinti conservatori il destino non è definitivamente segnato. Anche chi è più irretito e intrappolato in rapporti sociali fondati su rapporti di produzione ormai irrazionali e, quindi, asociali, resta comunque una possibile via di salvezza, anche perché ognuno resta fino all’ultimo responsabile e, dunque, padrone del proprio destino.

Qui, però, il film e il regista mostrano tutti i loro limiti. Infatti per quanto progressista e di sinistra il film resta un prodotto dell’industria culturale. In effetti, per quanto possa apparire radicale la conversione, che rappresenta la catarsi della classica tragedia dell’arrivista piccolo borghese è più formale che reale. Nella sua conclusione il film apre solo apparentemente una prospettiva radicalmente altra, rispetto al mero esistenzialistico essere per la morte.

In effetti, la stessa condotta esemplare della sorella maggiore, se la si osserva con maggiore distacco critico – liberandosi della compiuta immedesimazione degli attori con i propri personaggi, che portano lo stesso spettatore a immedesimarsi in modo acritico nei protagonisti del film – non può che lasciare insoddisfatti. Allo stesso modo finisce per lasciare insoddisfatti anche la catarsi della tragedia della protagonista, in quanto la conversione in fin dei conti è più formale che reale. La protagonista, infatti, lascia sì consapevolmente il proprio ricco e affermato marito ex capo della polizia, per uno squattrinato, ma decisamente più umano e romantico nuovo amante. Per quanto possa apparire radicale tale cambiamento si rivela – a un’analisi più approfondita, che il film però non favorisce in alcun modo – piuttosto superficiale, gattopardesca verrebbe da dire. Infatti, per quanto l’adesione a una vita bohémien, fricchettona e libertaria possa apparire l’esatto opposto della precedente vita da parvenu piccolo borghese, resta un fondo comune, nella cui identità i due opposti finiscono, per quanto involontariamente, per precipitare. In entrambi i casi, infatti, non si riesce ad andare al di là dell’orizzonte limitato di una sfera etica ancora immediata e naturale, come quella della famiglia. Anzi di tale ambito etico si finisce per assolutizzare, in modo romanticamente unilaterale, solo il primo momento, quello dell’amore fra l’uomo e la donna.

Certo tale amore, non può che apparire come un essenziale sviluppo rispetto al precedente rapporto tutto intriso di ipocrisia borghese e, tuttavia, per quanto la forma possa rivoluzionarsi la sostanza finisce per rimanere, in ultima istanza, la medesima. Non vi è, infatti, nessuna traccia del passaggio a una sfera etica superiore, più sociale come quella della società civile o più universale come quella dello Stato, né tantomeno un consapevole prender parte al conflitto sociale, unico reale motore del corso storico. Questo permanere, dell’emancipazione della protagonista, in un ambito puramente familiare, cela in sé la presenza del vecchio pregiudizio maschilista, per cui la sfera etica della donna finisce con il limitarsi a quella naturale della famiglia, per cui la donna si emanciperebbe solo come compagna dell’uomo, o madre.

In tal modo anche l’apparente esemplare continuità nella vita della sorella maggiore finisce per rivelarsi – del tutto inconsapevolmente, per il limitato punto di vista del regista – decisamente più apparente che effettiva. A restare immutati sono, infatti, lo spirito libertario, la capacità di emanciparsi dalle ipocrite norme etiche della società borghese, di aprirsi all’altro, di godersi la vita anche, anzi a dispetto della sua radicale finitudine, e il non rinnegare i propri ideali giovanili. Questi ultimi però, sono un qualcosa di morto, di intellettualistico, proprio perché non sono mutati. Sono rimasti appunto degli ideali giovanili. Un mero dover essere, una pura e ingenua aspirazione a un mondo e una vita migliori, più socievoli e libertari, ma incapace di maturare e, quindi, di realizzarsi.

Ecco che, allora, la continuità finisce – proprio perché l’età è tanto inesorabilmente quanto radicalmente mutata – più parvente che reale, al punto che il mancato tradimento degli ideali giovanili finisce per esprimersi, spesso e volentieri, in aspetti del tutto esteriori, come il continuare a far uso di droghe leggere o altre attitudini da fricchettoni. Certo tali attitudini, come gli stessi ideali giovanili, possono essere considerati benevolmente in un adolescente, proprio perché possono diventare un primo momento di sviluppo di una più matura coscienza di classe. Quest’ultima, in effetti, non può che passare in un primo momento, attraverso la negazione – per quanto astratta – dell’ipocrita etica del perbenismo borghese. Perciò l’opposizione al vecchio mondo borghese, da parte del giovane – per quanto ancora idealistico e romantico – deve essere considerato positivamente come necessaria negazione dell’antecedente falsa coscienza.

Ben diverso non può che essere il giudizio verso chi, non solo negli anni della maturità, ma persino in quelli della terza età resti inchiodato agli astratti, idealistici e romantici ideali libertari giovanili. Per quanto la nostra simpatia non possa che andare all’anziano idealista e romantico, se ci si limita a contrapporgli l’anziano conservatore, moralista e filisteo, bisogna necessariamente andare al di là di questa astratta e immediata contrapposizione e individuare una reale prospettiva, che consenta di tenere vivo l’indispensabile principio speranza e spirito dell’utopia. Ora, evidentemente, tale superiore prospettiva è del tutto estranea alla limitata consapevolezza del processo storico del nostro progressista regista borghese, che non può che scambiare il proprio schierarsi alla sinistra del blocco sociale dominante, con l’essere di effettivamente di sinistra, ovvero con lo schierarsi consapevolmente dalla parte dei ceti sociali subalterni.

15/09/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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