Whiplash: Un caso esemplare di rovescismo storico

Alla faccia del cinema indipendente, il film vincitore del Sundance Film Festival mette in scena la rivalutazione dei metodi di insegnamento fascisti del Sergente Hartman di Full metal jacket, fra gli applausi del ceto medio riflessivo


Whiplash: Un caso esemplare di rovescismo storico

Alla faccia del cinema indipendente, il film vincitore del Sundance Film Festival mette in scena la rivalutazione dei metodi di insegnamento fascisti del Sergente Hartman di Full metal jacket, fra gli applausi del ceto medio riflessivo 

di Renato Caputo e Rosalinda Renda 

Con il concetto di rovescismo lo storico Angelo d’Orsi denuncia la tendenza in voga fra le schiere sempre più vaste degli intellettuali di regime a rovesciare i giudizi di valore acquisiti su eventi storici, a cominciare dal tentativo di riabilitare il fascismo e di criminalizzare la Resistenza, ossia due aspetti decisivi della memoria storica condivisa su cui è fondata la Costituzione italiana. Il termine è considerato preferibile al più noto revisionismo, in quanto ogni nuova interpretazione storica non può che fornire una revisione delle interpretazioni storiche precedenti, mentre il rovescismo è una vera e propria operazione ideologica che mira a rovesciare tutti i valori condivisi da un’opinione pubblica democratica. 

Anche negli Stati Uniti è in atto da anni il tentativo di rovesciare il giudizio storico critico formulato dall’opinione pubblica democratica riguardo l’aggressione imperialistica del Vietnam. Dopo film come Il Cacciatore e Rambo ora al rovescismo storico si accoda anche il cinema indipendente americano, sorto dall’esigenza di offrire un punto di vista alternativo a quello dominante delle majors hollywoodiane, che però negli ultimi anni ha finito troppo spesso per farsi egemonizzare dal pensiero unico. In tal modo il cinema indipendente si limita a offrire una produzione cinematografica alternativa, ma tutta interna all’ideologia dominante. 

Whiplash è il secondo film del regista trentenne statunitense Damien Chazelle, che ha trionfato nel gennaio 2014 al Sundance Film Festival dedicato al cinema indipendente, fino ad approdare alla Quinzaine a Cannes ed ora, si fa forte di ben 5 nominations agli Oscar, compresa quella per il miglior film. 

La trama è molto semplice: un giovane batterista, Andrew, frequenta una prestigiosa scuola di musica; mentre prova un pezzo con la batteria viene notato da Terence Fletcher, l’insegnante del corso più avanzato, che inaspettatamente lo inserisce nella sua band come primo batterista. Andrew vuole diventare un grande batterista jazz e gli sembra di aver raggiunto l’obiettivo, invece le prove si tramuteranno in un inferno: il temuto Fletcher usa metodi da caserma, è crudele e spietato verso i suoi allievi che umilia e tortura sia psicologicamente che fisicamente (le mani del batterista sanguinano senza pietà a causa delle estenuanti prove). 

Sembra un film sulla musica jazz, apparentemente originale in quanto al suo centro vi è la batteria, ma non è così. Il film è incentrato sul rapporto allievo/insegnante tarato sui metodi autoritari degli anni Cinquanta. Il sergente/insegnante, omofobo e sessista, insulta gli allievi cui richiede allenamento estenuante, velocità e lo stare al suo tempo: insomma solo performance quantitativamente misurabili, evidentemente per il regista (che non critica tale impostazione) non si diventa geni della musica grazie al talento, l’espressione, la capacità di trasmettere qualcosa, ma solo attraverso il superamento di prove ossessive che si ripetono all’infinito, tant’è che tra il Rocky di Stallone e un batterista jazz sembra non esservi alcuna differenza. 

Il maestro ricorda nei modi e nel linguaggio greve, scurrile, razzista il sergente Hartmann che era al centro della critica al militarismo del grande film Full metal jacket di Stanley Kubrick, al punto che una delle sue prime vittime viene seviziata senza motivo chiamandola con lo stesso nome della vittima del sergente Hartmann: palla di lardo. In entrambi i casi la vittima di questi metodi nazistoidi di insegnamento finisce con il suicidarsi. Dunque Chazelle non fa altro che riproporre la logica infernale della scuola militare rappresentata da Kubrik, ambientandola per di più in un luogo che dovrebbe essere completamente diverso, dando un giudizio di valore rovesciato rispetto a quello di Full metal jacket

La pellicola è nata come un corto per poi diventare un lungometraggio: difatti dopo il primo quarto d’ora tutto diviene prevedibile e chiarissimo: l’allievo si impegna, il maestro è cattivo, ma questo è il metodo giusto, non bisogna lamentarsi basta stringere i denti e, alla fine, farcela. Tutto il resto è una noiosa e prevedibile serie di variazioni sul tema, che appesantiscono inutilmente l’opera e rendono interminabili i 107 minuti di durata della pellicola. In effetti, l’individualismo di Andrew è estremo quanto la crudeltà del maestro: non fa gioco di squadra, si isola da tutti, anche dalla ragazza pur di riuscire. Peraltro la penosa scena in cui il genio individualista scarica la ragazza, troppo poco aggressiva per potersi affermare nella selezione naturale in cui soltanto gli individui più capaci ad adattarsi alla legge della giungla hanno il diritto di sopravvivere, non è altro che una fiacca imitazione dell’analoga scena di The Social Network di David Fincher. Il protagonista è, dunque, arrogante e presuntuoso nella sua visione del mondo socialdarwinista e sempre pronto a sfruttare a proprio vantaggio le disgrazie degli altri, che considera solo come dei fastidiosi concorrenti. Questo fa sì che uno spettatore con un minimo di senso critico e non egemonizzato dall’ideologia dominante non provi empatia né per l’allievo né per il maestro, anche se lo scopo del regista è invece l’opposto ovvero esaltare l’autoritarismo e l’individualismo estremo attraverso la caratterizzazione di due personaggi che delinea come positivi. Presentato come film indipendente, ne perde in realtà quella che dovrebbe esserne la caratteristica principale ovvero il carattere originale e progressivo. Di originale rimane solo il jazz, in effetti l’unica nota positiva è la bella musica e le riprese dell’orchestra che suona. Di progressivo non abbiamo trovato null’altro. 

Più grave, e su questo tema sarà necessario ritornare, è il successo che un’opera del genere incontra su quel pubblico generalmente costituito dal ceto medio riflessivo a cui per lo più un’operazione commerciale del genere si rivolge. Il fatto che oggi un pubblico di tal sorta, che per lo più si ritiene di sinistra, e che una volta si sarebbe definito di sinceri democratici, possa senza difficoltà impersonarsi nel protagonista di questo film e approvare in pieno la logica perversa che media, non può che allarmarci. Ciò dimostra infatti che la logica ultra individualista e meritocratica, che considera la società alla stregua di uno stato di natura in cui domina una concorrenza spietata improntata allo homo homini lupus, è ormai accettate a condivisa anche da larghi strati del ceto medio riflessivo. Allo steso modo appare ormai essere diventato senso comune perfino all’interno di significativi settori del popolo della sinistra la logica superomista del genio individualista che si afferma ponendosi nietzschianamente al di là del bene e nel male. Discorso analogo vale per la condivisione della pedagogia ultra specialistica che lascia intendere che l’unico modo per affermarsi in un determinato campo sia occuparsi e concentrare tutte le proprie forze e il proprio interesse su di esso, facendo così propria la logica alienante della società capitalista che riduce gli uomini a idioti nel senso etimologico del termine (dal greco Idios, “limitato a se stesso”). 

Detto ciò e fermo restando il giudizio decisamente negativo sul film e sulla perversa logica pedagogica a esso sottesa, ha comunque quantomeno il pregio di averci fatto tornare in mente un brano del Me- ti di B. Brecht che ci appare particolarmente attuale in una società in cui troppo spesso le famiglie dei discenti vengono considerato alla stregua di clienti che hanno sempre ragione, nella logica del soddisfatto o rimborsato: 

Conoscevo due uomini. Abitavano nella stessa casa, ma in stanze diverse. Il più vecchio dormiva in un comodo letto, il più giovane su un materasso di cuoio. Al mattino il più vecchio scuoteva il più giovane dal sonno più profondo, quando non aveva ancora voglia di svegliarsi. Ai pasti il più vecchio portava spesso via di bocca al più giovane quello che più gli sarebbe piaciuto di mangiare. Quando il più giovane voleva bere, il più vecchio gli dava solo acqua o latte, e quando si procurava di nascosto del vino di riso, che dà ebbrezza, il più vecchio lo rampognava con male parole dinanzi a tutti. Se rispondeva incollerito, doveva chiedere pubblicamente scusa. La mattina vedevo il più vecchio che, a cavallo, spingeva davanti a sé il più giovane. Un giorno chiesi al più vecchio che cosa facesse il suo schiavo. Ma quello non è il mio schiavo, disse spaventato. E’ un campione e io lo alleno per il suo più importante combattimento. Egli mi ha ingaggiato perché lo metta in forma. Lo schiavo sono io [1]. 

 

[1] B. Brecht, Me-ti. Libro delle svolte [1965], trad. it. di C. Cases, Einaudi, Torino 1970, p. 15. 

 

20/02/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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