“Decretare” la fine del libero insegnamento: un vecchio ritornello!

 

Che si intende per “democrazia”? E’ più difficile definirla o applicarla? Se lo chiedeva già Erodoto, che poneva il problema della capacità di discernimento della massa "non istruita", e di come evitare che essa si gettasse sugli affari pubblici come un torrente fangoso in piena. La crisi permanente che ci avvolge e ricatta da anni e che, probabilmente, è stata escogitata e dilatata proprio per questo, ha dato modo ai governi di sospendere le garanzie, le regole, i diritti; di ammazzare, insomma, la Democrazia come sistema


“Decretare” la fine del libero insegnamento: un vecchio ritornello!

 

Le sempre uguali parole d’ordine del potere nella lunga stagione dei governi “eterodiretti”: una prova “storica” della loro bassa demagogia. I suoi esponenti, però, non potranno sfuggire alla nemesi del biasimo feroce e del rinfaccio doloroso dei figli-alunni di questo paese che, condannati alla deterministica sterilità della disuguaglianza, necessario portato della contro-riforma della scuola, non potranno certo perdonarli.

di Marcella Raiola

Che si intende per “democrazia”? E’ più difficile definirla o applicarla? Se lo chiedeva già Erodoto, che poneva il problema della capacità di discernimento della massa "non istruita", e di come evitare che essa si gettasse sugli affari pubblici come un torrente fangoso in piena. La crisi permanente che ci avvolge e ricatta da anni e che, probabilmente, è stata escogitata e dilatata proprio per questo, ha dato modo ai governi di sospendere le garanzie, le regole, i diritti; di ammazzare, insomma, la Democrazia come sistema, la Democrazia "istituzionalizzata" e costituzionalmente validata, tant'è vero che abbiamo un governo nominato a partire da una legge che la Corte Costituzionale ha dichiarato non conforme all'ordinamento democratico.

Quando muore la Democrazia, è già morta, di solito, la democrazia, cioè quel metodo microdiffuso di confronto e alta mediazione tra idee, soluzioni, valori, prospettive ed esperienze che viene spesso significativamente giustapposto e felicemente confuso con la Democrazia istituzionalizzata, perché si percepisce che esiste una corrispondenza biunivoca tra le due cose, e non a torto, né senza prove, come quella, eclatante, che il governo sta dando in questi giorni, decretando "d'urgenza", in modo del tutto antidemocratico, quindi, su una materia come l'istruzione pubblica, che richiederebbe invece un lavoro di ascolto e di sintesi dei contributi e dei punti di vista degli studenti, dei docenti, dei lavoratori, dei pedagogisti, delle forze sindacali e associative e dei genitori (per esempio quelli costretti a pagare un contributo "volontario" che ammonta a poco meno di un assegno di cassintegrazione, o quelli costretti a scegliere le materne private e confessionali per mancanza di asili pubblici), nonché un dibattito parlamentare ampio e serio. 

A questo atto d'imperio dell'esecutivo fanno da sottofondo immancabile le dichiarazioni del Sottosegretario Davide Faraone, già sentite, già rintuzzate, che pretendono di interpretare il sentire dei docenti, di rivelare loro, addirittura, una percezione di sé cui essi non sarebbero in grado di pervenire da soli... 

Se ci si sofferma in particolare, sulle esternazioni del funzionario ministeriale relative alla funzione docente e alla gerarchizzazione dei professori, un amaro sorriso affiora alle labbra e subito la memoria corre alle identiche, lambiccate e vuote argomentazioni dell'Onorevole Letizia De Torre,  analogon di Faraone nel governo Monti. I Precari della Scuola di Napoli, infatti, sostennero, con la menzionata deputata, un documentato confronto, civile ma aspro, già nell’ormai lontano 2012. Giova riportare qui qualche riga tratta da una delle risposte fornite dall’On. De Torre ai precari (il documento risale al giorno 07/07/2012, per la precisione), a riprova dell'omogeneità degli scopi e dei mezzi degli ultimi governi "eterodiretti", nonché del loro interessato accanirsi contro la Scuola, vista sia come potenziale nuova "piazza" di un Mercato sempre più aggressivo, sia come sacca di "resistenza" da neutralizzare con ogni più specioso e infido mezzo (On. De Torre):

"Ecco (...) volentieri rispondo a tre dei temi posti, quelli che mi paiono più importanti per voi e per la scuola; poi, se vorrete rispondermi, affronteremo altri delle tante questioni che ponete (...) Innanzitutto l'autonomia:  non so perché la chiamiate aziendalizzazione della scuola ... Perché non dobbiamo avere fiducia che bravi docenti e bravi insegnanti sappiano portare avanti scuole di qualità? Essi non sono impiegati dello Stato, ma professionisti capaci di ricerca didattica e di innovazione. Da dove, il coordinamento dei precari, trova passione per la burocrazia ministeriale? cose tipiche di una dittatura più che di una democrazia (...)" . 

Si riconoscono più che agevolmente, in questo passo, le espressioni dell’On. Faraone, il quale di recente ha scritto, appunto, che i docenti "da tempo non si percepiscono più come meri esecutori di compiti, ma come professionisti”,  facendo da ciò arbitrariamente discendere la loro smania di essere "valorizzati" secondo le modalità vigenti nell'azienda o nella caserma e, cioè, l’accrescimento del potere di controllo e ricatto di alcuni lavoratori su altri (il cd. mentor  e il prof. vocato al "middle-management ") e accrescimento proporzionale della remunerazione di tali prescelti "caporali". 

I precari rispondono a Faraone negli stessi toni e con gli stessi argomenti usati nella polemica con la On. De Torre, ribadendo che quello dell'insegnante è per sua intrinseca natura e struttura un lavoro creativo, da professionisti liberi, liberi nei metodi usati, nell'orientamento fornito, nelle tecniche adottate, sicché la percezione che essi hanno di se stessi come di persone che non eseguono compiti dettati da altri ma predispongono "compiti" a partire da una rigorosa e flessibile programmazione didattico-educativa è un presupposto della loro scelta professionale, non una conseguenza dello scontento per averla fatta! 

Non esiste, inoltre, azione pedagogica o didattica che sia separata dalle materie insegnate e dal loro statuto epistemologico, sicché sarebbe ridicolo imporre a un docente di Matematica un mentor di Filosofia che pretendesse di trasmettergli fenomenali strategie per potenziare il suo metodo o ottenere migliori risultati, per non parlare, poi, di quella libertà di insegnamento che è giusto la garanzia e il prerequisito dell'esplicazione di quella creatività e di quello sperimentalismo innovativo che dovrebbero distinguere dai "mediocri" i superdocenti di serie "A" e che, in una scuola standardizzata i cui rendimenti verranno misurati con uno strumento afflittivo e oggettivamente carente come i test INVALSI, verrà soppressa del tutto! Non è paradossale e illogico pretendere lampi di genialità da individui il cui pensiero venga prosciugato e forzosamente canalizzato in modo che risulti piatto e, soprattutto, ideologicamente “innocuo”? 

Quanto, poi, al “middle-management”, cioè alle attività extradidattiche e organizzative del tutto estranee alla docenza, è assurdo che le si consideri come una "competenza aggiuntiva" da premiare con una (miserrima) gratifica stipendiale ogni morte di papa: si tratta ancora una volta di un errore di impostazione logica, prima che di un vile tentativo di sfruttamento dei lavoratori e di mascheratura di un nuovo taglio alle risorse!  Che i docenti svolgano compiti extradidattici, infatti, è una stortura del sistema, cui si deve ovviare, semmai, assumendo personale Ata specializzato, che sarà, invece, drammaticamente falciato dall’imminente decreto. La serietà e la qualità di un insegnante non possono essere accresciute né sminuite da attività che non hanno nulla a che fare con l'insegnamento. È come se a un velocista che avesse vinto la corsa dei cento metri chiedessimo, prima di premiarlo per essere arrivato primo, di dimostrarci di saper anche riparare un tubo che perde acqua! 

Infine, c’è da destrutturare l’idea che il docente si sente frustrato perché “semplice” dipendente “statale”... Perché ci si dovrebbe sentire umiliati dal fatto di essere “statali”? Non è forse ipostatizzato e incensato, questo “Stato”, quando ci sono le rituali commemorazioni cui gli esecutivi partecipano con tanta compunzione? Lo Stato non è un macigno che trascina al fondo della frustrazione, ma è, per la Scuola, la cornice parificante entro cui si colloca il diritto allo studio e si esplica la funzione docente, un po’ come lo schema metrico è, per il poeta, non un'afflizione, ma il vincolo autoimposto grazie al quale ed entro il quale liberare la propria creatività e mostrare la propria bravura di artigiano della Parola. 

La verità ultima, la più profonda, quella che chi governa finge di non sapere, è che al docente non appartiene né pertiene la nozione stessa di “carriera”. I docenti sono già "arrivati"; sono già sulla cima più alta quando entrano in classe e, prendendo spunto da una formula, da un verso, dalla stranezza di un fenomeno "naturale", parlano con gli alunni, lasciandosi mettere in crisi da loro ogni giorno, felici di essere costretti a verificare e provare le loro conoscenze e, soprattutto, di dover dimostrare come queste conoscenze hanno cambiato loro la vita, perché se un docente non dimostra che il sapere gli ha reso la vita almeno sopportabile o almeno un po' interessante, tutto il resto non serve e non vale a niente. 

Gli insegnanti sono padroni di se stessi perché programmano il loro lavoro, e sono vincolati al lavoro dei colleghi, con i quali articolano percorsi comuni, nel rispetto delle passioni singole (le materie) che li hanno portati a fare Scuola.  Se il governo vuole veramente "valorizzarli", si attenga al valore che essi danno al loro lavoro, non imponga valori che essi non riconoscono come tali.

Questo governo, cui Faraone fa da banditore e amplificatore, come la De Torre per il governo Monti, intende gettare la Scuola nel drammatico e dissonante  hiatus  delle sue distorsioni logiche e delle sue inversioni valoriali. Forse riuscirà persino ad espellere dalla Scuola alcuni dei "resistenti" alla sua trasformazione in una sala da gioco dove si bara costantemente, piena di urla impietose di  croupier  indifferenti, di urla esaltate di fortunati baciati immeritatamente da buona sorte e di urla disperate di esclusi condannati al fallimento; i suoi esponenti, però, non sfuggiranno al biasimo feroce e al rinfaccio doloroso dei figli-alunni di questo paese, che verranno condannati alla deterministica sterilità della disuguaglianza, e che non li perdoneranno.

27/02/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Marcella Raiola

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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