La Battaglia per la vera “Buona scuola”

Il movimento della scuola non si dà per vinto e andrà avanti fino all'abrogazione della legge.


La Battaglia per la vera “Buona scuola” Credits: Diego Rivera

Il movimento della scuola non si dà per vinto, la lotta contro la legge 107 riparte dall'assemblea organizzata dal Comitato nazionale di sostegno alla LIP per una Buona Scuola per la Repubblica il 29 Novembre a Roma. E andrà avanti fino all'abrogazione della legge.

di Marina Boscaino

Non perdiamo altro tempo: scommettiamo di non aver perso definitivamente la battaglia per la democrazia. Riappropriamoci di quella sovranità che “appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Possiamo e dobbiamo farcela.

Tutto sta cambiando intorno a noi, ma pochi sembrano accorgersene.

Quelli che un tempo – poco tempo fa – erano (con una certa dose di impudenza, tenendo conto dei nostri salari e del “lavoro sommerso” di molti) considerati i privilegi dei docenti (a fronte di stipendi da fame, di una mitologia artatamente strumentalizzata, ad esempio i presunti 3 mesi di vacanze) stanno rapidamente tramontando, buttati giù come birilli dalla boccia di un giocatore forsennato e incurante di qualsiasi regola, sia giuridicamente determinata sia intrinseca alla naturale dialettica democratica.

E così anche la mobilità dei docenti di ruolo (i presunti supertutelati, molti dei quali hanno ottusamente pensato che qualsiasi “riforma” della scuola non li avrebbe mai coinvolti direttamente, oggi come in passato) sarà stravolta. La Buona Scuola vuole infatti che anche i docenti anziani, anche quelli irreprensibili, anche quelli che hanno reso un servizio autorevole culturalmente e umanamente significativo, siano sbattuti (qualora chiedano un trasferimento) nel “calderone”: l’ambito territoriale, dal quale il superdirigente – valutatore, decisore al posto degli organi collegiali, severo comminatore di sanzioni, benevolo e munifico erogatore di premi – divenuto persino reclutatore, li pescherà a proprio piacimento e gradimento.

Non è cosa da poco, sebbene si tratti dell’ultima – persino in ordine di gravità – delle nefandezze del progetto più antidemocratico e contrario alla scuola della Repubblica che sia mai stato concepito da un governo, approvato da un Parlamento e plaudito da un’altra costante del Bel Paese, i corifei di regime. Si conferma che la “Buona scuola” sembra voler ribaltare intenzionalmente qualsiasi principio a salvaguardia di interesse generale, uguaglianza e pari opportunità il nostro ordinamento giuridico abbia stabilito relativamente al sistema di istruzione nazionale.

Un reclutamento che punti su una serie di condizioni identiche per tutti e garantisca – al contempo – la continuità didattica e quindi il diritto all’apprendimento degli studenti viene sostituito da un inarrestabile processo di precarizzazione, che tende a giustapporre alla scuola la medesima ratio del Jobs Act; il principio di equiordinazione degli organi collegiali, garanzia della democrazia scolastica, viene smantellato da una figura ipermanageriale e accentratrice di funzioni, facoltà, autonomie – quella del dirigente – che nella Buona Scuola sequestra libertà e impone Pensiero Unico, legando a doppio nodo la stessa sopravvivenza di un docente all’interno di un istituto al gradimento che sarà riuscito a suscitare nel Capo (con la docilità, con l’assenza di critica, con il collaborazionismo, in molti casi sarà così).

La libertà dell’insegnamento – garanzia costituzionale per la comunità nazionale di pluralismo e di pensiero divergente, di autonomia didattica e di costituzione di un luogo geometrico, la scuola, in cui ciascuno (indipendentemente dalle sue condizioni economiche, culturali, sociali, dalla sua religione e dalla sua provenienza geografica) può trovare il proprio spazio- viene falciata via per essere assoggettata alle esigenze del privato – utenza o investitore, poco importa – e ai gusti e alle preferenze del dirigente; per essere subordinata a una valutazione punitiva e capricciosa, ragionevolmente sottoposta e manovrata dalle cordate interne agli istituti scolastici altrettanto ragionevolmente interessate ad autopromuoversi ed immobilizzare pratiche e rendite di posizione, piuttosto che aprirsi ad un’osservazione ed interlocuzione con metodologie didattiche e proposte pedagogiche o relazionali veramente significative; o con chi pretende e rivendica l’esercizio del proprio diritto di critica.

Il principio dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale, secondo il quale agli studenti – da Lampedusa a Sondrio – la Repubblica deve garantire mediante le scuole dello Stato condizioni analoghe ed equipollenti, viene sventrato dalla possibilità di erogare ad un singolo istituto fondi che tenderanno a favorire fisiologicamente territori e condizioni già avvantaggiati, lasciando gli altri indietro e sottolineando una opposta tendenza: quella a determinare scuole a marce diverse, dove i nati bene staranno sempre meglio, i figli di un dio minore saranno sempre più marginalizzati.

Viene introdotto un sistema di alternanza scuola-lavoro che seppellisce definitivamente il concetto di apprendimento disinteressato, rimuove preventivamente qualsiasi cultura del lavoro determinata politicamente e civicamente come conquista e come condizione della dignità umana, preparando la strada a futuri lavoratori sempre più sforniti di qualsiasi consapevolezza in questo senso, là dove non si assisterà all’ingresso di procedure illegittime di avviamento precoce allo sfruttamento, sotto mentite spoglie.

E non è ancora finita: ci sono le deleghe. Per le quali il partito-governo ed il governo-partito stanno procedendo a delle “audizioni” a casa propria, ovvero al Nazareno. Audendo, naturalmente, i soliti noti: magari un po’ critici, ma non troppo. E così la “democrazia” è fatta salva.

Ce n’è molto più di quanto sarebbe necessario per stimolare un rigurgito di indignazione. O – semplicemente – di sana difesa della democrazia, del ruolo dell’istituzione e del rispetto della volontà popolare. Invece, nel paese degli italiani “brava gente” tutto va bene così; magari qualche mugugno, ma nulla che disturbi il grande manovratore, dopo la ventata di mobilitazione che ha caratterizzato la scorsa primavera.

Le energie si sono esaurite? Certo, la sconfitta di luglio è stata pesante, ma terribilmente ingiusta. Lo squilibrio tra i due contendenti – il Governo Renzi e le sua pratiche autoritarie, il suo ricatto al Parlamento, da una parte e l’80% dei docenti italiani che, insieme agli studenti, hanno dato vita al grandioso sciopero del 5 maggio e tenuta viva la mobilitazione fino al momento dell’acquiescente firma di Mattarella alla legge 107 - era evidente.

Da una parte arroganza padronale, occupazione dei media e delle istituzioni, imposizione della fiducia sul maxiemendamento senza aver ascoltato (nonostante le demagogiche rassicurazioni di segno opposto) e senza aver considerato le legittime istanze di una scuola consapevolmente contraria, decisamente ostile al modello autoritario, punitivo, classista ed iniquo configurato dalla legge.

Dall’altra la scuola democratica, molta parte della quale ha raccolto il proprio dissenso e il proprio sdegno sostenendo un testo alternativo, che descrive – in base al dettato costituzionale - un’altra idea di scuola. Illusoria fiducia nella democrazia: questo – ahimè - l’errore. Discussione, confronto, analisi, denuncia: dai blog, dalle piazze, attraverso megafoni materiali e capacità di pensare e scrivere parole e concetti. Il tutto per contrastare la cassa di risonanza che i media di regime hanno fornito impudenti agli slogan semplificatori del Giovane Capo e dei suoi sicofanti.

La firma al provvedimento da parte di chi dovrebbe essere garante dell’attuazione di pratiche davvero democratiche e che invece ha dimenticato l’arbitrio e la violenza che hanno portato all’approvazione della legge ha avuto come conseguenze scoramento, demotivazione, sfiducia in coloro che non considerano la militanza politico-culturale tra gli scopi per proprio progetto di vita.

Alcuni dei soggetti associativi promotori della mobilitazione primaverili, dopo essersi leccati le ferite di una sconfitta frutto della più clamorosa sospensione della democrazia degli ultimi decenni, hanno invece deciso tutti insieme di tornare in campo, per affermare la necessità di combattere alla radice la ratio e le implicazioni della più che mai cosiddetta “Buona Scuola”.

L’incontro nazionale delle scuole, organizzato dal Comitato nazionale di sostegno alla LIP per una Buona Scuola per la Repubblica a Roma il 29 novembre 2015 e molto partecipato, ha dedicato una sessione di lavoro ai principali temi legati alla mobilitazione contro la legge 107. E ha deciso all’unanimità la creazione di un Coordinamento nazionale, che ha il compito di promuovere coscienza critica e – dove possibile - mobilitazione politico-culturale, controinformando sull’implementazione della legge 107 e vigilando sull’attuazione delle deleghe. Il documento programmatico è disponibile in rete e ragiona sulle possibile coordinate della battaglia sul Comitato di Valutazione negli OO.CC. e su riformulazione del Testo Unico, percorso 0-6, organi collegiali, sostegno per gli alunni disabili, nuovo sistema di formazione iniziale e di accesso nei ruoli di docente nella scuola secondaria; prefigura paradossi e contraddizioni di organico potenziato e alternanza scuola-lavoro, uno dei fulcri della legge, che modifica tempi, spazi, contenuti, gerarchie, valutazione e prospettive della scuola; valuta condizioni del personale ATA, ulteriormente compromesse dalla legge di stabilità; prospetta un contratto nazionale caratterizzato da risorse misere; promuove una campagna di formazione sulle prerogative degli organi collegiali e sulla conoscenza effettiva del contratto di lavoro, da estendere anche a genitori e studenti.

L’assemblea del 29 novembre ha soprattutto espresso inequivocabilmente, attraverso la pubblicazione di un documento votato all’unanimità, la volontà precisa di adoperarsi per abrogare la legge 107 e, più in generale, di partecipare a una tornata referendaria di ampio respiro, “sociale”, inclusiva dei più vari soggetti, priva di primogeniture e di egemonie politiche, ricca di iniziative incrociate, di dialettica, di iniziativa “dal basso”. Piena consapevolezza, insomma, che - considerato l'attuale stato di occupazione delle istituzioni e le inerzie di coloro che dovrebbero esserne i garanti - ci si può riappropriare della sovranità sancita dall'articolo 1 della Costituzione solo riappropriandosi della cittadinanza attiva dei singoli e dei gruppi organizzati. Piena consapevolezza, anche del fatto che senza mobilitazione, senza intenzionale analisi critica quotidiana delle misure a sostegno dell’attuazione della legge non si può immaginare un percorso referendario vittorioso.

Ma il tempo stringe. E, se il messaggio non arriva forte e chiaro da parte di lavoratori che sembrano aver dimenticato la propria consistenza numerica e la capacità di incidere che la propria funzione intrinsecamente comportano, non resterà che rassegnarci alle garrule dichiarazioni di Renzi&C su una presunta accettazione da parte della scuola della legge. E dar ragione alle trionfanti analisi di Faraone, Giannini, Puglisi e del Giovane Capo che hanno letto nel parziale silenzio autunnale la auspicata (tardiva, ma prevista) comprensione da parte del mondo della scuola di quel capolavoro che è la legge 107.

Non perdiamo altro tempo: scommettiamo di non aver perso definitivamente la battaglia per la democrazia. Riappropriamoci di quella sovranità che “appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Possiamo e dobbiamo farcela.

19/12/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Diego Rivera

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L'Autore

Marina Boscaino

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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