Scuola che fare? O meglio, cosa continuare a fare

Dopo la grande mobilitazione della scuola dello scorso anno si prova a fare un bilancio cercando anche di delineare le prospettive future. La lotta per la scuola pubblica, è certo, deve continuare, perché la lotta per la scuola è una lotta che va al di là della scuola stessa e dei suoi lavoratori.


Scuola che fare? O meglio, cosa continuare a fare

Dopo la grande mobilitazione della scuola dello scorso anno si prova a fare un bilancio cercando anche di delineare le prospettive future. La lotta per la scuola pubblica, è certo, deve continuare, perché la lotta per la scuola è una lotta che va al di là della scuola stessa e dei suoi lavoratori.

di Fidalba Zini

Il grande sciopero del 5 maggio scorso, non ha impedito che la legge sulla buona scuola fosse varata, ma ha favorito il rallentamento della sua approvazione, messo in discussione la forza del governo Renzi e rinviato l'applicazione della legge per aspetti fondamentali della legge stessa.Il blocco degli scrutini, la cui efficacia è stata limitata dalla legge che regola e limita il diritto di sciopero del 1990, non è riuscito a spostare la direzione di questo processo involutivo dell'organizzazione dell'istruzione nel nostro paese.

Mentre il sistema anglosassone, vigente in Inghilterra e negli Stati Uniti è stato messo in discussione almeno due decenni fa, il nostro governo e quelli che lo hanno preceduto vorrebbero modernizzare la nostra organizzazione scolastica e i saperi impartiti, copiando, male quella presente da decenni in quei paesi ed in altri che per minori disponibilità economiche, nei fatti, non garantiscono, più, da tempo, un'istruzione pubblica.

Le scuole sono meri parcheggi, luoghi in cui intrattenere e contenere bambini e ragazzi per impedire che la catastrofe economica e sociale che viviamo debba fare i conti con forme di ribellismo incontrollate ed incontrollabili.Questo potrebbe essere il nostro futuro ed in parte, da tempo, è già il nostro presente.Fortunatamente il dibattito e per alcuni versi la mobilitazione prima e dopo l'approvazione della legge, non si sono fermati.

Gli organismi, già presenti nel paese, prima che questa ultima legge sulla scuola fosse presentata e quindi discussa dal parlamento, hanno continuato a vedersi separatamente e con gli altri.Il 12 luglio un'assemblea a Bologna. Il 31 agosto a Roma. Il 2 settembre ce ne sarà una a Torino. Il 5 ed il 6 settembre a Bologna. In queste settimane il dibattito non si è fermato. Proposto un referendum sull'abrogazione della legge. Decise forme di lotta da attivare subito, i primi giorni di scuola. Indicazioni per assemblee da organizzare in ogni istituto. Indicazioni per prese di posizione già a partire dal primo collegio. Dunque ci sono tutte le premesse per riprendere in modo diffuso e visibile la mobilitazione.

Nonostante la legge sia passata, le ragioni, per riprendere la lotta, ci sono e oserei dire, oggi più di questa primavera. L'obiettivo era il ritiro della legge. Oggi, assunzioni a parte, gli obiettivi sono la sua veloce abrogazione e la riconsiderazione di una riforma che non tuteli così pesantemente gli interessi della classe dirigente politica ed economica del nostro paese, bensì l'interesse di tutti e della società presente e futura in generale.

Dunque difendere la scuola pubblica significa difendere un diritto acquisito e garantito già dalla Costituzione repubblicana del '48. Possiamo solo andare avanti, dobbiamo assolutamente impedire di tornare indietro.La scuola di massa, l'istruzione di massa deve essere valida e permanente. Questa è una delle poche garanzie che i lavoratori hanno per vedere difesi i loro diritti e per potere avanzare pretese sul proprio futuro e su quello dei propri figli.

Le nuove assunzioni esistono, ma spesso fatte tra mille ingiustizie e differenze territoriali. Esistono le migrazioni forzate di persone con vite avviate e che vorranno, quasi sicuramente tornare a casa propria.Questo creerà disagio, disimpegno, forse in taluni casi assenteismo.

I primi ad essere svantaggiati saranno i bambini, i ragazzi. Soprattutto quelli delle scuole meno prestigiose, con meno risorse economiche, la cui esistenza ed il funzionamento non servono l'interesse di nessun politico o di nessun partito particolare.

Ci sono scuole, per esempio, ad assunzioni avvenute, con un infimo numero di docenti di sostegno per un grande numero di studenti necessitanti di essere seguiti sia sul piano dell'apprendimento che di quello della socializzazione e ci sono scuole dove il numero degli insegnanti garantito è alto rispetto alle necessità reali del plesso scolastico.

Perché?

Vorrei osare una spiegazione che trovi nelle ragioni politiche e/o clientelari, se pur territoriali, il motivo di un siffatto stato delle cose; altrimenti quale potrebbe essere il motivo di una situazione già nota, perché già denunciata?

L'applicazione della legge 107, legge di stabilità, impedirà l'assunzione di supplenti, dunque ,in alcuni casi per settimane in altri per ancora un anno, alcune classi non avranno insegnanti grazie la presenza dei quali, la frequenza coinciderebbe con l'effettivo inizio della scuola.

In molti casi, gli studenti avranno supplenti orari, pagati o non pagati che faranno loro compagnia per tutto il tempo che sarà necessario farlo. In assenza di supplenti, non vi sarà alcuna vera lezione, quindi nessuna programmazione di un lavoro che formalmente dovrebbe iniziare dal primo giorno di scuola.

Risultato, anche le aspettative di chi inizia ad andare a scuola o di chi frequenta il primo anno di un nuovo ciclo o di chi semplicemente, dopo le vacanze, inizia il nuovo anno con curiosità e buoni propositi, saranno frustrate ed i comportamenti di molti determineranno difficoltà per il lavoro in classe di molti di noi. Le scuole quindi inizieranno in molti casi nel caos.

Nulla di nuovo sotto il sole.

La mobilitazione degli scorsi mesi ha visto partecipi anche gli studenti delle superiori e in tanti casi, i genitori. Dobbiamo mantenere alta l'attenzione e continuare a discutere e a fare discutere per mobilitarci con successo. Qualsiasi iniziativa che vada in questa direzione è e sarà utile, in primo luogo a mantenere viva l'attenzione sulla scuola e quindi per portare dalla nostra parte, cioè dalla parte giusta, la società civile, i lavoratori organizzati ed anche i nostri sindacati di appartenenza , che hanno il dovere, senza esitare, di mettere a disposizione dei lavoratori della scuola tutte le strutture organizzate e predisposte per la tutela e le istanze dei lavoratori . Un intervento tempestivo delle organizzazioni sindacali aumenterà l'efficacia delle iniziative e potrebbe essere decisivo per la riuscita della mobilitazione .

Abrogare la legge, ed in attesa boicottarne l'applicazione, continuando ad argomentare il nostro dissenso, continuando ad informare sulle ricadute negative della riforma sui lavoratori della scuola, sui lavoratori in generale, nonché sul futuro delle nuove generazioni e della società in generale.

Dunque mi sento di proporre la necessità di eleggere rappresentanti in ciascun istituto tra i lavoratori che hanno partecipato alle mobilitazioni degli scorsi mesi, che possano partecipare a pieno titolo ad assemblee cittadine e territoriali per coordinare il lavoro svolto in ciascun istituto e per preparare un primo momento di mobilitazione nazionale ad ottobre.

Tanto è già stato fatto in questa direzione, tanto resta da fare.

Gli interessi dei lavoratori sono comuni, i particolarismi organizzativi sindacali sono inutili e dannosi. Che i sindacati e le direzioni sindacali, siglino accordi per essere unanimi nel sostenere, favorire e garantire la lotta, non per firmare compromessi insostenibili contro la scuola ed i lavoratori.Dunque i sindacati ed i sindacalisti devono sentirsi al servizio di questa causa, una grande causa.

L'istruzione e la cultura rimangono una garanzia, forse l'unica, per formare cittadini e lavoratori consapevoli che siano in grado di comprendere la propria condizione e quella degli altri. Solo in questo modo si favorisce la democrazia e chi governa e ha governato lo sa bene.

Qui va visto il senso dello smantellamento della scuola, l'ignoranza favorisce lo status quo e uno status quo condiviso favorisce la classe dirigente al potere che governa per gli interessi di pochissimi contro l'interesse dei quasi tutti.

Il futuro negato e spiegato con l'oggettiva situazione economica creata dalla crisi non è accettabile.

La crisi non l'abbiamo determinata noi. La crisi è congenita al sistema capitalistico. Le scelte politiche ed economiche non sono nostre. Gli obiettivi che i vari governi nazionali ed europei perseguono, non sono quelli che possano garantire a tutti una vita migliore.

Noi lo sappiamo ed è per questo che lottiamo per una scuola che con quella che vorrebbe “La buona scuola” di Renzi non c'entra nulla. Dunque a ciascuno le sue responsabilità.

A noi insegnanti, lavoratori della scuola la responsabilità di impedire che la decadenza generale delle coscienze e del pensiero possa essere tale da ipotecare la possibilità di futuro per altri decenni.

La coscienza critica di questo paese è moribonda da tempo.

La consapevolezza della propria condizione individuale e collettiva, allo stremo.

La forza per reagire pressoché inesistente.

Dunque la lotta per la scuola è una lotta che va al di là della scuola stessa e dei suoi lavoratori.

L'umanità dei singoli e collettiva si sta spegnendo, non dobbiamo contribuire a spegnerla con il nostro silenzio, ma alimentare, con il nostro impegno, la passione per la vita e la pretesa sacrosanta di poter avere una vita migliore.

06/09/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Fidalba Zinì

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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