Anticolonialismo e primo dopoguerra

Dai movimenti anticoloniali contro L’Impero britannico dopo la prima guerra mondiale, alle profonde trasformazioni politico-sociali del primo dopoguerra in Europa.


Anticolonialismo e primo dopoguerra Credits: https://ilmanifesto.it/la-rivoluzione-venuta-da-oriente/

Segue da I movimenti anticoloniali fra le due guerre

L’ANTICOLONIALISMO

L’efficace politica inglese di contrasto allo svilupparsi dei movimenti anticoloniali nei territori dell’Impero ottomano occupati

L’impero britannico, per meglio gestire i suoi possedimenti in Medioriente strappati ai Turchi, li separa in tre province: l’Iraq, la Transgiordania e la Palestina, per dividere, contrapporre, indebolire e meglio dominare le popolazioni arabe. D’altra parte, l’impero britannico dovette da subito fare i conti con un forte e combattivo movimento di liberazione anticoloniale in Persia, nell’attuale Iran, che si ribellò al tentativo degli inglesi di imporre anche su tali territori un proprio protettorato, sfruttando la pseudo-organizzazione internazionale del tempo, la Società delle nazioni che, egemonizzata dalle potenze imperialiste, aveva avvallato con un mandato la politica espansionista britannica. In questo caso, però, dinanzi a un forte movimento anticoloniale, che rendeva sempre meno conveniente dal punto di vista economico e politico mantenere una forma di occupazione inglese, gli imperialisti corsero ai ripari scendendo a patti con il generale Reza Pahlevi cui promettono pieno appoggio nel suo ambizioso piano di farsi proclamare sovrano (scià) di una Persia indipendente, le cui principali risorse naturali, a partire dal petrolio, sarebbero in cambio rimaste sotto il controllo delle multinazionali britanniche.

La stessa strategia neocoloniale è portata avanti dall’imperialismo britannico per mantenere il controllo della penisola arabica, ancora più ricca di risorse energetiche, cedendone il controllo politico a una delle più efferate bande di predoni che imperversavano in questi territori – rendendone antieconomico il dominio diretto – ovvero la famiglia allargata dei Saud che, dal 1927, sono stati sostenuti e riconosciuti dagli inglesi e poi dagli statunitensi come padroni assoluti di quella che da allora è stata chiamata Arabia Saudita in quanto, a partire dal primo sovrano Ibn Saud, è stata considerata un patrimonio privato di questa dinastia tribale. Quest’ultima, per dare una copertura ideologico-religiosa a un dominio altrimenti apertamente tirannico, hanno stretto un patto di acciaio con i wahabiti, fondamentalisti islamici fautori di una concezione ultrareazionaria dell’islamismo, a partire da un’interpretazione alla lettera del Corano, che li porta a considerare pagani e nemici dell’Islam chiunque non condivida tale concezione, contro i quali è legittimo portare avanti la guerra santa. In cambio gli imperialisti britannici mantennero il controllo delle zone costiere strategiche della penisola araba, con la costituzione di protettorati autonomi nello Yemen e in una serie di emirati arabi del Golfo, che oltre alla posizione strategica sono ricchissimi di risorse energetiche. A questi ultimi è stata concessa l’indipendenza solo decenni dopo, assicurando il dominio assoluto di petro-monarchie strumentali al mantenimento del dominio neocoloniale su un mondo arabo sempre più artificialmente diviso per essere meglio assoggettato.

Dal dominio coloniale diretto al dominio indiretto neocoloniale

Le divisioni imposte ai paesi arabi e mediorientali dalle potenze coloniali tenevano scarso conto della realtà storica e degli interessi locali, in quanto generalmente puntavano a sfruttare, accentuandole, le divisioni etniche e religiose secondo la vecchia e ben rodata tattica del dominio imperiale mediante il divide et impera. In generale le potenze coloniali e, sempre più, anche le grandi compagnie petrolifere multinazionali tendevano ad accentuare e fomentare ogni possibile contraddizione interna latente nei paesi arabi e mediorientali da loro dominati, per indebolire e tendere a isolare ogni forma di resistenza reale e radicale. Allo stesso modo i colonizzatori miravano ad allearsi con le classi privilegiate locali e con l’alto clero, assicurandosene la fedeltà rendendole principali beneficiare delle royalties, ovvero delle quote che le multinazionali occidentali davano ai grandi proprietari terrieri in cambio del mantenimento del controllo delle ricchissime fonti energetiche da esse sfruttate.

Questa forma mascherata e occulta di dominio, rendeva possibile il passaggio da forme di colonialismo diretto a forme di neocolonialismo – come nel caso esemplare dell’Arabia Saudita di cui sopra – in cui il potere era gestito dalla classe dominante locale e le potenze colonialiste si limitavano a sfruttarne le materie prime e a dare laute prebende ai notabili locali, che oltre ad arricchirsi finanziavano i sempre più costosi apparati repressivi necessari a dominare il resto della popolazione lasciata per decenni nella miseria. Più tardi, la stessa maggioranza della popolazione locale sarà via via sussunta nell’apparato burocratico, di dominio e di controllo della famiglia regnante, delegando i lavori manuali e servili a popolazioni immigrate, dai più poveri paesi dell’Asia, private di ogni diritto.

Il sionismo

A rendere la situazione di quest’area ancora più turbolenta, intervenne il movimento nazionalista-religioso del sionismo – che prende il suo nome dalla collina su cui è costruita la città di Gerusalemme – che rivendicava l’impegno assunto dagli inglesi a costituire in Palestina uno Stato ebraico, sulla base del solito principio del divide et impera mirante a indebolire la resistenza della maggioranza araba musulmana dei Palestinesi. Senza giungere alla completa attuazione della promessa, la Gran Bretagna favorisce l’insediamento di una comunità sempre crescente di europei di religione ebraica, provenienti nella maggioranza dei casi dai paesi dell’Europa orientale in cui erano generalmente soggetti, in quanto minoranze religiose, a diverse forme di discriminazione e atti di violenza, come i pogrom scatenati dalle forze reazionarie, a partire dall’autocrazia zarista, per far sfogare le masse ultra-sfruttate e oppresse ai danni degli ebrei, ridotti a capro espiatorio su cui scaricare la rabbia repressa delle plebi.

Grazie all’attivo sostegno delle interessate truppe d’occupazione britanniche, nel 1930 il numero degli ebrei fatti immigrare, quasi tutti europei, raggiunge il consistente numero di 200.000. I sionisti riescono a espandere le loro proprietà sulle terre della Palestina anche grazie al sostegno finanziario di molti facoltosi ebrei sparsi nel mondo e poi degli stessi Stati Uniti interessati a mantenere una testa di ponte occidentale in pieno mondo arabo, per frustrarne le spinte unitari e pan-arabe. Ciò non poteva che creare un crescente malcontento fra la popolazione indigena araba, che doveva fare di quest’area una delle più calde del mondo sino ai nostri giorni. Infine, a rendere le cose più complicate nei primi decenni di colonizzazione sionista della Palestina, bisogna ricordare che diversi emigrati europei si organizzarono in cooperative, impiantando attive comunità agrarie (kibbutz). Tali forme di socialismo agrario – dimenticando che si sviluppava a spese degli autoctoni, generalmente sfruttati dalle cooperative agricole come braccianti salariati – fece propendere per i sionisti anche forze della sinistra, generalmente contrarie al colonialismo.

Il contraddittorio sviluppo del movimento anticoloniale in Egitto

In Egitto, sin dal 1882 sotto il dominio indiretto dell’Impero britannico allo scopo di salvaguardare gli investimenti anglo-francesi della Compagnia del Canale di Suez, si era sviluppato un movimento indipendentista, diretto dal Wafd. Quest’ultimo, in seguito alla rivoluzione del 1919, costringe la Gran Bretagna nel 1922 a riconoscere l’indipendenza dell’Egitto, pur nella forma di una monarchia costituzionale, imposta sostanzialmente dall’alto dagli inglesi. A capo di essa è posto un sultano, sostanzialmente subalterno al neocolonialismo britannico, il quale conservava un’ampia serie di diritti e di poteri sul paese oltre a mantenere sotto il proprio controllo militare il territorio intorno al Canale di Suez e il Sudan.

IL PRIMO DOPOGUERRA IN EUROPA

La guerra imperialistica mondiale rafforza la classe operaia

All’interno dei singoli paesi ex belligeranti nel primo dopoguerra la situazione economico-sociale e, di conseguenza, politica era mutata sensibilmente. L’enorme sforzo produttivo imposto dalle classi dominanti per condurre la guerra imperialista aveva involontariamente finito per far crescere di numero e rafforzare la classe operaia. Inoltre il proletariato moderno, decisamente più politicizzato e dotato di una visione del mondo almeno in parte autonoma da quella della classe dominante, negli eserciti era stato costretto a combattere a fianco della più arretrata e subalterna componente del proletariato agricolo, contribuendo a diffondere anche al suo interno le potenzialmente sovversive idee socialiste.

L’impatto sui ceti sociali subalterni delle palesi ingiustizie della guerra imperialista e della rivoluzione russa

La terribile mattanza provocata dalla prima guerra mondiale inter-imperialista, era stata pagata soprattutto dalle classi dominate, mentre diversi settori delle classi dominanti ne avevano approfittato per arricchirsi ulteriormente. Ciò rendeva agli occhi di troppi lavoratori inaccettabile la pura e semplice restaurazione degli assetti politici e sociali precedenti, pretesa dai gruppi sociali dominanti, anche perché l’esempio della Russia rivoluzionaria indicava la possibilità di una radicale trasformazione politica e sociale in grado di rovesciare i rapporti di dominio esistenti a tutto favore delle classi sociali subalterne.

Dalla crisi economica postbellica alla ristrutturazione che amplia ulteriormente l’esercito industriale di riserva

D’altra parte, il malcontento popolare era costantemente tenuto alto da una gravissima crisi economica post-bellica che coinvolgeva l’intera Europa. Le enormi spese militari e le altrettanto spaventose distruzioni di ricchezze dovute alla guerra avevano impoverito Stati prima del conflitto assai prosperi. La chiusura o la riconversione di industrie, durante la guerra impiegate a pieno ritmo nella produzione di materiali bellici, e la drastica riduzione delle commesse statali, che aveva consentito di aggirare la crisi strutturale di sovrapproduzione, avevano comportato il licenziamento di un gran numero di operai. Ciò faceva sì che diversi reduci – cui era stato promesso, per continuare a farli combattere nelle sempre più invivibile trincee, il benessere una volta terminato il conflitto – alla fine della guerra andarono ad aumentare il sempre più ingente esercito industriale di riserva. Quest’ultimo contava ormai in tutta Europa milioni di persone, ponendo gli stessi occupati in una condizione di progressiva precarizzazione, in quanto costantemente minacciati di perdere il posto e, così, vedersi precipitare nella miseria più nera.

L’inflazione colpisce i salari e i piccoli risparmiatori

All’enorme difficoltà degli stati belligeranti di ripagare i crediti di guerra, che diveniva impossibile per i paesi sconfitti, al dissesto del mercato internazionale dopo un lustro di guerra mondiale e alle difficoltà per tutti i paesi europei di mantenere le esportazioni al livello delle importazioni, le classi dominanti reagiscono stampando sempre più carta moneta rispetto alle riserve auree ridotte dal conflitto al lumicino, In tal modo non poteva che aumentare a dismisure l’inflazione, utile per rilanciare le esportazioni e con esse i profitti delle classi dominanti, scaricando il costo della crisi sui ceti subalterni, con la progressiva diminuzione del potere d’acquisto di salari e pensioni e l’altrettanto progressivo prosciugarsi dei conti dei piccoli e medi risparmiatori. A fare le spese della politica inflattiva sono, dunque, lavoratori salariati e il ceto medio impiegatizio che, come i pensionati, vivono di un reddito fisso, oltre alla piccola borghesia che si vede quasi nullificare i risparmi di una vita.

02/02/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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