Brecht e la crisi dell’arte nella modernità

La scarsa sistematicità delle riflessioni di Brecht sull’arte rende difficile occuparsene senza aver individuato un punto di vista muovendo dal quale sia possibile reinterpretare, dare forma a questo magmatico materiale. Intendiamo, perciò, cercare di mostrare la ricchezza delle osservazioni di Brecht muovendo dall’analisi di una singola problematica: la crisi della rappresentazione artistica nella modernità.


Brecht e la crisi dell’arte nella modernità

“Essendogli stato chiesto che cosa ponesse un limite ai dubbi, Do disse: il desiderio di agire.”

Nella vasta mole di scritti di Bertolt Brecht vi sono un discreto numero di pagine dedicate alla riflessione sull’arte non ancora, soprattutto in Italia, adeguatamente analizzate e valorizzate [1]. Ciò è certamente dovuto alla dispersione, alla eterogeneità, alla frammentarietà dei temi affrontati dall’autore che si presentano come un “caos ricco di possibilità” della cui proficua conoscenza questo lavoro vuole offrire un saggio. 

Al contrario, molti hanno rinunciato all’impresa, giudicandola troppo complessa per i risultati che si reputava se ne potevano ricavare. Altri la hanno pregiudizialmente condannata, o semplificata e distorta per la forte presenza di elementi polemici o semplicemente volti a esporre la poetica dell’autore. In effetti si tratta, spesso, di scritti frammentari, pubblicati solo diversi anni dopo la morte dell’autore, la cui sostanziale mancanza di sistematicità rende estremamente difficile occuparsene senza aver selezionato e definito in precedenza quale dei molteplici percorsi possibili si intende seguire. In altri termini è molto difficile muoversi all’interno del vasto e problematico universo delle riflessioni brechtiane sull’arte senza aver individuato un determinato oggetto di indagine, un punto di vista muovendo dal quale sia possibile reinterpretare, interrogando proficuamente questi magmatici materiali, apparentemente privi di forma [2]. Abbiamo, perciò, inteso mostrare la ricchezza della riflessione di Brecht sull’arte muovendo proprio dall’analisi di una singola problematica: la crisi della rappresentazione artistica nell’epoca moderna

Si tratta di un tematica che attraversa gran parte della riflessione sull’arte di questo autore e, quindi, sembra prestarsi particolarmente bene a fare da catalizzatore, da elemento unificatore di tutta una serie di sparse riflessioni apparentemente distanti, ma in realtà sorte dallo stesso ambito problematico, che una volta individuato permette di ricostruire quei legami tra di esse lasciati indefiniti dallo stadio di insufficiente rielaborazione in cui si trovano buona parte di questi materiali [3].

Brecht nei suoi scritti ha di rado affrontato direttamente questo argomento, presumibilmente per la sua avversione a occuparsi di tematiche estetiche di carattere generale. Tuttavia, come intendiamo mostrare, questa problematica è sottesa a una parte non trascurabile delle sue considerazioni sull’arte e ne ha segnato, in qualche modo, lo sviluppo. Intorno alla questione della “morte dell’arte” è, infatti, non solo possibile mettere in relazione diversi aspetti della riflessione estetica di Brecht, – per altro verso difficilmente accostabili – ma tale questione ne ha in qualche modo segnato lo sviluppo. Tanto che, le riflessioni brechtiane sull’arte, considerate alla luce di questo comune ambito problematico, lasciano emergere un significato talvolta inatteso, destinato, altrimenti, a rimanere celato.

Questa tematica ha anche un discreto interesse dal punto di vista della revisione della Wirkungsgeschichte dell’opera di Brecht. Buona parte della Brechtforschung, in effetti, ha dato generalmente scarsa importanza a questo elemento della riflessione brechtiana sull’arte, favorendo così l’affermarsi di uno di quei sensi comuni della critica – che sarebbe forse più appropriato definire pregiudizi – sulla base del quale si semplifica e si fa valere un singolo aspetto della proteica teoria di questo autore per il tutto, spesso in base alle necessità ideologiche del momento, finendo così con il ridurre la complessità della questione a dei paradigmi critici a torto considerati indiscutibili, riducendo la ricchezza di un interrogativo all’aridità di una risposta data. Così, spesso, si sono generalizzate alcune provocatorie prese di posizione su questa problematica da parte di Brecht, non immediatamente generalizzabili, né tanto meno indicative rispetto al complesso sviluppo delle sue teorie, dando credito ad altri pregiudizi quali il nichilismo e il presunto pessimismo cosmico brechtiano. Diversi critici interessati a cogliere i legami con correnti di maggior successo dell’estetica contemporanea hanno così interpretato la dialettica posizione di Brecht di fronte alla crisi dell’arte nell’epoca moderna alla luce delle poetiche della neoavanguardia o alla vulgata della dialettica del negativo, restituendo l’immagine falsata di un autore che accetta la vicenda della “morte dell’arte” quasi come un dato, un evento naturale, il risultato deterministico di una certa situazione storico-sociologica, per cui bisogna arrendersi a questa situazione come a un destino irreversibile, di fronte al quale niente può la soggettività se non innalzare un alto lamento o inneggiare nichilisticamente alla forza distruttiva di questo presunto fato. Altri, allo stesso modo, si sono limitati, il più delle volte, a prendere in considerazione esclusivamente le riflessioni di una parte storicamente determinata della teoria di Brecht. In particolare, prendendo come punto di riferimento le provocatorie prese di posizione brechtiane degli anni venti di fronte alla crisi dell’arte nel mondo borghese [4] o a quelle maggiormente influenzata dalla Neue Sachlichkeit e dalla sociologia (dal behaviorismo e dal marxismo volgare), non dando credito alle successive revisioni, o addirittura considerandole dei presunti passi indietro. 

Brecht, nel suo scetticismo verso ogni idealismo e ogni tentazione metafisica, in questi anni partecipava a quella tendenza a una nuova oggettività che, importata dagli Stati Uniti, si stava rapidamente imponendo anche in Germania. All’espressionismo, che aveva cercato di rappresentare il grido disperato e la volontà di riscatto dell’uomo contro quella “malattia mortale” da cui l’intera società uscita dalla guerra sembrava essere afflitta, si veniva a contrapporre ora una nuova razionalità. La “vecchia” estetica non poteva essere d’aiuto nel processo di rivoluzionamento del “vecchio” teatro: “per liquidarlo, vale a dire «demolirlo», togliercelo dai piedi, svenderlo sotto prezzo, dobbiamo tirare in ballo la scienza, così come abbiamo fatto per liquidare ogni sorta di altre superstizioni” [5]. 

I ricorrenti attacchi all’estetica presenti negli scritti brechtiani di questi anni devono essere interpretati come una pretesa di trovare delle risposte a interrogativi, lasciati irrisolti dalla riflessione sull’arte, direttamente sul piano politico-sociale. Per Brecht, in effetti, “il tema «nuova drammaturgia» non potrebbe assolutamente venire trattato senza inclusione di concetti politici, vale a dire, col solo ausilio di un vocabolario estetico” [6]. Sembrava sufficiente inserire i nuovi contenuti, suggeriti dall’epoca moderna, per ottenere la nuova arte, senza doversi preoccupare ancora dei vecchi problemi formali. “La prima cosa è, dunque, l’acquisizione dei nuovi argomenti (...). Motivo: l’arte segue la realtà” [7]. La pretesa era, infatti, quella di poter rappresentare “ciò che è”. Negli scritti di questo periodo teatro epico e teatro documentario significano sostanzialmente la stessa cosa.

Bisogna, perciò, fare attenzione a non dare eccessiva importanza agli scritti di questo periodo, in genere pesantemente condizionati da certe teorizzazioni estreme tipiche della poetica della Neue Sachlichkeit. Generalizzare queste prese di posizione, spesso volutamente provocatorie, considerarle come indicative del complessivo sviluppo della riflessione di Brecht su questo argomento – astraendo completamente dallo specifico ambito problematico in cui sono state formulate – significherebbe semplificare e, quindi, fraintendere il complesso atteggiamento di Brecht di fronte a tale problematica [8].

 

Note:

[1] In particolare vi è una sostanziale carenza del dibattito critico filosofico, a discapito delle trattazioni storiche-filologiche. Per quanto riguarda gli scritti teorici brechtiani, sono pubblicati in B. Brecht, Grosse kommentierte Berliner und Frankfurter Ausgabe, Aufbau Verlag Berlin und Weimar, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1981-1998, nei volumi XXI-XXIII, in cui questo materiale è ordinato in modo rigorosamente cronologico. Questi scritti sono, almeno per certi aspetti, più facilmente consultabili nei precedenti Gesammelte Werke, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1967, in cui si trovano suddivisi in Storie del signor Keuner, Me-ti. Il libro delle svolte, Il romanzo dei Tui, e il Kleines Organon nel volume IV, Schriften zum Theater nei volumi XV-XVII, in Schriften zur Literatur und Kunst nei volumi XVIII e XIX e in Schriften zur Politik und Gesellschaft nel volume XX, in cui si trovano anche le Marxistische Schriften (1926-39) e Notizien zur Philosophie (1929-41), a cura di Hecht, W. Tranne queste ultime, quasi tutti questi scritti si possono leggere in traduzione italiana in: Brecht, B., Scritti teatrali, a cura di E. Castellani, 3 voll., Einaudi, Torino 1975, in Id., Scritti sulla letteratura e sull’arte, tr. it. di B. Zagari, Einaudi, Torino 1973. Diverse riflessioni di Brecht sull’arte si trovano anche in: Id., Arbeitsjournal, a cura di Hecht, W., Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1973; tr. it. di Zagari, B., Diario di lavoro, Einaudi, Torino 1976; in Id., Me-ti. Buch der Wendungen, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1965; tr. it. di Cases, C., Me-ti. Libro delle svolte, Einaudi, Torino 1970; in Id., Kalendergeschichten, Rowohlt, 1953, Hamburg; tr. it. di Cases C., Storie da calendario, Einaudi, Torino 1972, pp.121-165; e in Briefe, 2 voll., a cura di Glasser G., Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1981.

[2] Solo la scelta di uno specifico punto di vista permettere di dare forma, riorganizzandolo intorno a una tematica particolare, le disparate riflessioni sull’arte di Brecht.

[3] Brecht ha affrontato tale tematica nei suoi scritti teatrali e essa ha avuto un’influenza significativa nello sviluppo della sua poetica ed estetica indissolubilmente legate l’una all’altra.

[4] Cfr., per esempio, B. Brecht, Scritti teatrali…op. cit., vol. I, pp. 61-3 e pp. 67-72.

[5] Ivi, p. 67.

[6] Ibidem.

[7] Ivi, p. 92.

[8] È il rischio che corre, per esempio, lo studio, per altri versi ancora valido, di Hultberg, H., Die ästhetischen Anschauungen Bertolt Brechts, Munksgaard, Kopenhagen 1962. Un’attenta analisi dell’opera brechtiana degli anni venti, dedicata in particolare alla produzione teatrale, la si può trovare in Voigts, M., Brechts Theaterkonzeptionen. Entstehung und Entfaltung bis 1931, Wilhelm Fink Verlag, München 1977. Mentre per quanto riguarda il passaggio da questa fase alla seguente è ancora utile il pionieristico studio di Schumacher, E., Die dramatischen Versuche Bertolt Brechts 1918-1933, Rütten & Loening, Berlin 1955.

18/03/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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