Dal New Deal alla Rivoluzione messicana

La grande crisi del capitalismo del 1929 porta all’affermarsi, pur di salvaguardare il modo di produzione capitalista, di forme di rivoluziona passiva che tendono a mescolare elementi desunti dal fascismo e dal capitalismo di Stato


Dal New Deal alla Rivoluzione messicana Credits: https://www.vanillamagazine.it/16-fotografie-raccontano-la-rivoluzione-messicana-fra-grandi-ideali-e-brama-di-potere/

Segue da: “L’arcano delle politiche keynesiane

Link al video della lezione tenuta per l’Università popolare Antonio Gramsci su questo argomento

Tentativi di uscire dalla crisi: protezionismo e autarchia

Nel disperato tentativo di uscire dalla crisi di sovrapproduzione, senza porre in discussione il modo capitalistico di produzione, si abbandonano le concezioni dello Stato minimo, ridotto a mero guardiano notturno della grande proprietà privata, e aumenta in modo esponenziale l’intervento e, di conseguenza, il ruolo dello Stato nella vita economica. In tal modo si potenzia progressivamente il legame sempre più organico fra Stato e grande capitale finanziario. Ciò favorisce a livello politico il sopravvento del potere esecutivo sul potere legislativo – come appare evidente, anche se in misura diversa, in ogni paese capitalista – di modo che a legiferare diviene essenzialmente il governo mediante decreti legge.

Gli aspetti negativi della crisi di sovrapproduzione sono prontamente scaricati dai paesi più forti, come gli Stati Uniti, sui paesi più deboli e dipendenti dagli investimenti esteri. Tutto ciò non può che produrre conseguenze particolarmente catastrofiche in Germania, anche per la mancanza di mercati di sbocco, dovuta alla perdita di tutte le colonie e di ampie parti del proprio precedente territorio dopo la sconfitta nella Prima guerra imperialistica mondiale. Tutte le imprese non particolarmente grandi e potenti falliscono e ciò, inevitabilmente, produce uno spaventoso aumento della disoccupazione. Quest’ultimo dramma sociale, che si va a sommare alle devastanti condizioni punitive imposte dalle potenze imperialiste vincitrici della guerra, finiscono con il favorire l’ascesa al potere di Hitler, che tende ad affermarsi grazie a un chiaro programma di uscita dalla crisi mediante la guerra imperialista e l’espansione coloniale nell’est europeo.

Conseguenze della crisi e misure per tamponarla

Nella crisi di sovrapproduzione non tutti ne patiscono gli effetti negativi, al contrario trust e cartelli si rafforzano ulteriormente a danno delle piccole e medie imprese e della classe operaia. I grandi conglomerati industriali e bancari divengono così potenti da influire in modo sempre più pesante e diretto sulle decisioni politiche dei paesi in cui, in modo più ampio, sono investiti i loro capitali. La crisi fa sì che in tutti i paesi a capitalismo avanzato si impongono politiche protezioniste, per difendere i propri mercati da una concorrenza che si fa sempre più spietata. Tali misure rendono ancora più disperata la situazione di un paese che è stato privato delle proprie colonie come la Germania. Ciò favorisce il crescere dei consensi, fra i sostenitori dell’ordine costituito, del partito nazista che presenta un programma di riconquista di un grande impero coloniale. Nel contempo i governi liberali – generalmente appoggiati anche del Centro cattolico e dalla socialdemocrazia, con la scusa di isolare l’estrema destra – per riportare sotto controllo l’inflazione, giunta precedentemente a dei livelli assolutamente ingestibili, portano avanti politiche economiche volte a comprimere il potere d’acquisto dei salari. Per rilanciare la produzione e diminuire la disoccupazione i governi dei paesi capitalisti, in primis i fascisti, intervengono finanziando opere pubbliche e, soprattutto, il riarmo a cui spesso le prime (trasporti, infrastrutture, etc.) sono funzionali.

Le politiche economiche keynesiane

Così nell’Impero britannico, patria del liberismo, Keynes pubblica nel 1936 la sua opera più significativa: Teoria generale dell’impiego, dell’interesse e della moneta, sostenendo la funzione indispensabile dell’intervento pubblico in fasi di crisi per rilanciare il processo di accumulazione delle imprese private. Keynes arriva a sostenere la necessità di tassare i ricchi per diminuire le differenze di reddito e fornire allo Stato le risorse necessarie a svolgere un ruolo regolatore in economia. In tal modo sarà possibile rilanciare l’occupazione con grandi investimenti in opere pubbliche, di cui beneficiano generalmente i privati, che si appropriano in modo truffaldino degli appalti, finanziando illecitamente i partiti borghesi che gestiscono il potere di contro alle forme di organizzazione autonoma delle classi dominate. Nonostante il dichiarato anticomunismo e antifascismo, Keynes con le sue teorie mira a inserire elementi di una economia pianificata (d’origine socialista) all’interno e a beneficio del capitalismo. Tali politiche economiche sono state realizzate, nel modo migliore e più rigoroso – come Keynes stesso riconobbe nella prefazione all’edizione tedesca del suo capolavoro – nella Germania nazionalsocialista.

Il New Deal di Roosevelt

Nelle elezioni presidenziali del 1932 ha la meglio il candidato democratico Franklin Delano Roosevelt, che domina la politica statunitense – acquisendo un potere così ampio da essere accusato dai suoi avversari repubblicani di esercitare nei fatti una dittatura – fino alla sua morte nel 1945, sfruttando nel modo più spregiudicato metodi populisti e i mezzi di comunicazione di massa. Roosevelt, visti i fallimenti delle ricette liberali per fermare la crisi, per rilanciare il modo di produzione capitalistico promuove un New deal, ovvero un nuovo corso. Potenzia i lavori pubblici e le infrastrutture, per consentire investimenti sicuri ai privati e arginare il dilagare della disoccupazione, sempre alimentata dalle imprese che sfruttano le fusioni e le acquisizioni per ristrutturare, sostituendo sempre più il lavoro morto delle macchine al lavoro vivo del proletariato. Inoltre lo Stato sovvenziona le attività agricole, per consentire al settore di contrastare la caduta tendenziale del tasso del profitto e assicurare beni di prima necessità a prezzi più bassi. In tal modo, Roosevelt si conquista nell’immediato il sostegno anche delle masse proletarie, in gran parte prive di coscienza di classe, anche se nel medio periodo ciò porta a una conseguente diminuzione del valore della forza lavoro. Lo Stato borghese presidenzialista acquista un crescente peso nell’economia statunitense, sempre con lo scopo finale di favorire i privati. Nel frattempo, l’accrescersi in tempi di magri profitti delle imprese controllate dallo Stato, favorisce un inedito rafforzamento del potere dell’esecutivo. Tali tratti rendono possibili accostamenti e analogie del New Deal a diversi aspetti dei regimi fascisti affermatisi sul piano internazionale, anche se in patria Roosevelt è accusato dagli avversari politici repubblicani di essere addirittura un socialista. A smentire nei fatti queste “calunnie” sono in primo luogo i monopoli, che si rafforzano ulteriormente grazie al controllo degli appalti statali per la costruzione di infrastrutture.

Il populismo di Roosevelt

Roosevelt, con una politica demagogica, si pretende quale mediatore super partes fra imprese e sindacati, che in questi anni si rinforzano, anche se vengono progressivamente infiltrati dalla malavita organizzata e divengono sostenitori del presidente, come nel modello peronista. Le elezioni del 1936 gli danno una enorme maggioranza, riuscendo a intercettare i finanziamenti leciti e illeciti del grande capitale e il voto dei lavoratori controllati da sindacati sempre più corporativi. Tuttavia, la disoccupazione rimane nonostante tutta la propaganda presidenziale molto elevata, anche perché è indispensabile al buon funzionamento del modo di produzione capitalista, che necessita salari ridotti al minimo. La disoccupazione e, più in generale, il poderoso esercito industriale di riserva sarà in buona parte realmente riassorbito solo con il grande slancio dell’industria bellica (keynesismo militare) in vista del Secondo conflitto imperialista mondiale.

L’America Latina dall’egemonia inglese a quella Usa

Il perdurante isolazionismo degli Stati Uniti è in generale rivolto verso l’Europa e il riaccendersi dei conflitti intereuropei, non certo verso l’America latina, considerata il cortile di casa degli Usa. Così, anche in questi anni, si assiste a una grande penetrazione economica imperialista degli Stati Uniti mediante la capacità di controllare – spesso attraverso la corruzione o la salvaguardia di governi dittatoriali – e di rovesciare con le buone o con le cattive governi locali che pretendessero una reale indipendenza e autonomia dalla politica neocolonialista, portata avanti anche sotto il governo democratico di Roosevelt, da molti considerato il più progressista presidente degli Stati Uniti. Quando gli Stati Uniti incontrano delle reali resistenze passano all’intervento armato diretto, soprattutto in America centrale. In tal modo, le corrotte oligarchie locali, composte da creoli o da militari, in combutta con il neocolonialismo a stelle e strisce, si arricchiscono enormemente, mentre il resto della popolazione – principalmente composto da meticci, indios e neri – rimane in uno stato endemico di miseria.

La rivoluzione messicana

Con lo sviluppo economico in senso capitalista si viene formando anche in America latina il proletariato industriale, al cui interno tendono a diffondersi le concezione rivoluzionarie del marxismo e dell’anarchismo. Inizia così un’epoca costellata da crisi sociali e politiche in primo luogo in Messico, paese in cui i principali mezzi di produzione sono proprietà di una ristretta oligarchia di creoli. L’industria mineraria è controllata da capitali europei e statunitensi e la terra fertile è proprietà dei latifondisti. Fra il 1876 e il 1911 domina sul Messico la presidenza-dittatura di Porfirio Diaz, un generale che ha sconfitto il tentativo di colonizzazione del paese da parte dei francesi. Contro Diaz si batte il liberale Francisco Madero, ricco proprietario, a cui si uniscono i guerriglieri Pancho Villa e Emiliano Zapata, che si battono per dare le terre ai contadini. Nel Novembre 1910 scoppia, infine, la rivoluzione, che ha grande successo. Diaz fugge e Madero nel 1911 diviene presidente. In seguito si sviluppa lo scontro fra forze le moderate guidate dal generale Huerta e i radicali come Villa e Zapata. Huerta e i controrivoluzionari vengono infine sconfitti, tuttavia anche gli zapatisti sono repressi dal nuovo governo liberale.

Dalla costituzione alla riforma agraria

Nel 1917 è promulgata la costituzione che prevede una riforma agraria e uno Stato laico e riformista. Domina la vita politica il Partito Nazionale Rivoluzionario. In particolare, durante la presidenza di Lázaro Cárdenas del Río (1934-4190) si realizza la riforma agraria e la nazionalizzazione dell’industria petrolifera.

Le oligarchie militare dominano il Brasile repubblicano

Il Brasile, dopo la caduta dell’impero nel 1890, diviene una repubblica oligarchica. Nel primo trentennio del novecento si succedono governi oligarchico-militari, che hanno grande peso in America Latina, in quanto i partiti sono deboli e i militari sono la principale forza organizzata. Vi è l’opposizione degli ufficiali inferiori, che vanno al potere dopo la crisi del 1929 e la miseria popolare che ne consegue. Getulio Vargas si mantiene al potere fino al 1945, mescolando nazionalismo, protezionismo, intervento dello Stato in economia e riformismo sociale, che gli assicurano l’appoggio dei sindacati. Vargas mescola demagogicamente nel suo operato elementi fascisti e socialisti.

08/02/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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