Dalla dialettica al comunismo platonico

Non essendo il bene una vera e propria idea, ma un valore, una potenza, non può esser racchiuso in una formula. Del bene più che definizioni si possono dare metafore, ma così diviene difficile dedurre da esso i fondamenti delle scienze. Perciò, al posto del bene ci sarà il progetto di società e di etica che realizza, per quanto possibile, il bene nella polis. Perciò la funzione delle scienze sarà la formazione dei filosofi destinati ad assumere e gestire il potere e a educare il resto della società.


Dalla dialettica al comunismo platonico

La dialettica e il bene: l’unificazione etico-politica della teoria

Platone deve chiarire la relazione fra le idee e le scienze che vertono su di esse e il rapporto di questa struttura ideale-scientifica con i valori etico-politici. 

Il vero sapere scientifico: la matematica

Per Platone il vero sapere scientifico, la matematica, ha una struttura ordinata che va dalla minore alla maggiore complessità. Dall’aritmetica come teoria del numero e dell’unità inestesa, con l’estensione si hanno le superfici, che sono oggetto della geometria. Con la terza dimensione si ha la geometria dei solidi. I solidi in movimento sono, in quanto astri, oggetto d’indagine dell’astronomia matematica, che spiega i movimenti nei cieli mediante modelli matematici. Il movimento regolato con certi accordi numerici produce le armonie.

Le altre scienze sempre più legate all’esperienza

Le altre forme di sapere non sono che tecniche legate all’opinione e vanno dall’architettura, la prima delle tecniche che impiega in misura maggiore i metodi matematici, alle ultime che saranno la retorica e la medicina, in cui non si mettono in opera modelli matematici, per l’estrema varietà del campo dell’esperienza su cui indagano.

Limiti della matematica e necessità della filosofia dialettica e della politica

Tuttavia, per quanto le scienze matematiche sembrano le migliori, in quanto più distanti dall’empirico, esse muovono sempre da ipotesi o postulati, come quelli di Euclide, non dimostrabili, sebbene da essi si possano dedurre i teoremi. Manca perciò un principio non ipotetico che garantisca la validità della matematica. Per arrivare al principio assoluto c’è bisogno della filosofia dialettica. Inoltre le matematiche costituiscono un corpo di sapere “neutrale” rispetto alla polis e allo scontro che vi si svolge, rispetto all’anima e alle scelte che deve compiere. Così le matematiche rinunciano al compito più importante di ogni sapere, il compito di orientare il destino dell’anima e della polis.

L’idea del bene

Il principio assoluto, da cui le matematiche dipendono mediante il sapere dialettico, è l’idea del bene, l’idea suprema da cui dipendono tutte le altre per quanto riguarda la conoscibilità e il valore. Ciò significa che le idee dipendono dal bene per la loro esistenza. Non che il bene le crea, visto che le idee sono eterne. Il bene è piuttosto la ragione, il significato dell’esistenza della realtà ideale per gli uomini. Il bene, perciò, è posto al di là della sfera dell’essere in cui sono poste le idee.

La dialettica come scienza del bene al governo delle scienze matematiche

L’anima, nel suo rapporto dialettico con il bene, è il luogo di concezione della verità e di traduzione di essa in impulso all’azione etico-politica. La dialettica è, invece, la scienza del bene e ha il compito di governare le scienze matematiche. Platone intenderebbe dedurre dal bene, mediante la dialettica, le ipotesi e i postulati delle scienze.

Dall’idea del bene a La Repubblica

D’altra parte, non essendo il bene una vera e propria idea, ma un valore, una potenza, non può esser racchiuso in una formula. Del bene più che definizioni si possono dare metafore, ma così diviene difficile dedurre da esso i fondamenti delle scienze. Perciò, al posto del bene ci sarà il progetto di società e di etica che realizza, per quanto possibile, il bene nella polis. Perciò la funzione delle scienze sarà la formazione dei filosofi destinati ad assumere e gestire il potere e a educare il resto della società.

La Repubblica

La Repubblica è la massima opera di Platone, dedicata al tema della giustizia e alla delineazione di una comunità perfetta. L’opera si rivolge contro i sofisti i quali considerano la giustizia in termini di utilità e vantaggio del più forte. 

Infatti, il celebre sofista Trasimaco arriva ad affermare che la giustizia è l’utile del più forte, cioè di chiunque detenga il potere. Dunque, chi avrà il potere, sia povero o ricco, lo gestirà a proprio esclusivo vantaggio. Gli altri cittadini si adegueranno, con le buone o con le cattive, alle leggi, ma non ne trarranno alcun vantaggio. Difficile non essere colpiti dalla tesi di Trasimaco – anche per la loro attualità – che può essere considerata un teorema generale del potere che prescinde dal tipo di governo, dal momento che ritiene essere valido per ogni forma costituzionale. Se ne conclude che chi governa lo fa per perpetuare il proprio dominio e non per il bene comune.

Nel II libro de La Repubblica vi sono le tesi esposte dai fratelli di Platone, Glaucone e Adimanto, che ritengono che le leggi siano il risultato di un patto al quale gli uomini pervengono al fine di evitare la situazione di guerra permanente nella quale essi si troverebbero per natura. Infatti, ogni individuo sarebbe naturalmente portato a conseguire il massimo benessere per se stesso, a discapito degli altri.

L’attacco mosso all’idea di giustizia è veramente formidabile e a Platone bisogna riconoscere il merito di aver esposto con grande obiettività e rigore le ragioni dei suoi avversari.

La prima contromossa di Socrate-Platone sarà quella di rispondere alla tesi avverse sull’origine dello Stato.  

L’origine dello Stato

Secondo Platone, gli uomini si riuniscono in società non a causa della paura, ma a causa del bisogno. Gli individui diventano consapevoli di non essere autosufficienti rispetto ai bisogni elementari, quindi si rendono conto che è più economico se ciascuno svolge il proprio mestiere e poi scambia l’eccedenza del suo lavoro con gli altri produttori. Una società nasce, dunque, quando gli individui cominciano a dividersi i compiti fondamentali, quindi alla base c’è una natura collaborativa e non conflittuale che è la prima traccia di giustizia, ognuno svolge l’attività per la quale è portato, le capacità di ogni individuo sono finalizzate al bene comune. In seguito, con lo svilupparsi della società, sorgono nuove figure sociali.

La degenerazione della polis

Alla società autosufficiente e frugale originaria si sostituisce una società dominata dal lusso, in cui non vengono soddisfatti i soli bisogni primari (nutrirsi, vestirsi, abitare), ma anche quelli superflui. Nascono allora nuove figure professionali (parrucchieri, estetisti, artigiani di prodotti di lusso, poeti tragici, ecc.). Platone allude all’Atene del V sec., polis dominata dal lusso e, quindi, a suo avviso malata. Nuovi bisogni creano la necessità di ampliare il territorio cittadino, nasce così una nuova figura sociale: i militari.

La terapia: la paidèia

Ed è proprio a partire dai militari che può iniziare per Platone il processo che conduce alla polis perfetta: se i militari vengono sottoposti a un processo educativo che ne rafforzi le doti fisiche, morali e intellettuali essi potranno rappresentare il punto di svolta nella direzione della formazione di un insieme politico giusto. 

Il fondamento dell’educazione dei custodi o guardiani della comunità deve essere costituito dalla ginnastica e dalla musica – la letteratura è parte delle musica, ma non la poesia epica e tragica che sono false e pericolose perché agli dèi vengono attribuiti sentimenti e comportamenti ingiusti e perché vengono raccontati eventi truci. Platone ha paura degli effetti che l’irrazionalità e le passioni provocano sulla salute dell’anima. Epica e teatro devono essere messi al bando in quanto sono imitazioni di imitazioni ossia di quel mondo del divenire che non è altro che una cattiva copia del mondo delle idee. Platone si voleva sbarazzare di una forma di cultura alternativa alla filosofia. Si salvano solo i miti, se assoggettati alla filosofia e allo sviluppo delle qualità fisiche, morali e intellettuali. Il secondo livello dell’educazione è costituito dalla matematica e, infine, dalla filosofia. Solo così potrà emergere all’interno dei guardiani un gruppo di individui particolarmente dotati che saranno i filosofi-re, ai quali sarà affidato il compito di governare la comunità.

Il motivo per il quale i filosofi sono investiti del compito di dirigere la Repubblica è perché solo loro sono in possesso della sapienza, conoscono cioè i modelli perfetti delle cose, ovvero le idee. Solo se si conosce esattamente che cos’è la giustizia si è, in effetti, in grado di applicarla nella concreta attività politica e di stabilire in che misura un comportamento sia giusto.

L’abolizione della proprietà privata

Platone è ben consapevole dei rischi impliciti in ogni forma di potere: la brama di ricchezza è fonte di pericoli per il benessere collettivo. Per ovviare a questi pericoli Platone stabilisce il divieto per governanti e guardiani di possedere qualsiasi forma di proprietà privata. Divieto che non concerne solo i beni materiali, ma anche gli affetti come la famiglia. Tutto deve esser messo in comune. Anche le donne parteciperanno attivamente alla vita della città-Stato. Al sostentamento del gruppo dirigente provvederanno gli altri cittadini, i produttori, ai quali la proprietà privata sarà, in cambio, concessa. La vita in comune rafforzerà i vincoli di amicizia e solidarietà, garanzia di unità e coesione del gruppo dirigente.

I filosofi- re

I più sapienti, ovvero i filosofi, hanno il compito di dirigere la città in quanto conoscono le idee, i modelli perfetti dei valori e, quindi, conoscono esattamente cosa sia la giustizia e sanno applicarla nella concreta attività politica, che si deve ispirare a tali valori assoluti. Ma i filosofi governanti sono anche felici, visto che sono sottoposti a molte restrizioni? Per Platone sì, in quanto la felicità corrisponde con la giustizia e, quindi, con lo svolgere il proprio compito, in vista della felicità della comunità.

Il divieto della proprietà privata a partire dalla sua base: la famiglia e l’emancipazione della donna

Dunque, sostiene Platone, o i re diventano filosofi o i filosofi diventano re, o consiglieri dei sovrani. Una volta giunti al potere i sapienti devono cancellare il sistema esistente, per disporre di un terreno vergine, più adatto alla ricostruzione razionale. Il corpo sociale sarà diviso nei tre ceti dei governanti filosofi, dei guerrieri e dei lavoratori. Per evitare le discordie che derivano dalla proprietà e dall’avidità di ricchezza a filosofi e guerrieri sarà vietato il possesso di ogni forma di proprietà privata. Anche le donne saranno in comune, non più proprietà privata dei maschi, e i figli allevati a cura dello Stato, sì da sopprimere la famiglia quale base di ogni privatizzazione. La soppressione della famiglia libererà la donna dalla sua tradizionale schiavitù domestica, che è l’unico motivo della sua inferiorità culturale. Per Platone non c’è motivo di escludere le donne dall’educazione, anche nelle sue forme più elevate. Così le donne, se meritevoli, avranno libero accesso all’esercizio della filosofia e del governo. È questo uno dei tratti più rivoluzionari di Platone, insieme al comunismo dei beni per i ceti governanti e i guerrieri. Elementi che rimangono quasi del tutto isolati nel mondo antico.                                  

14/10/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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