Friedrich Engels

Prosegue, a partire dall’Anti-Dühring, la disamina del contributo dato da Engels alla filosofia marxista.


Friedrich Engels Credits: https://espressostalinist.com/2013/11/16/friedrich-engels-on-morality/

Segue da Alle origini della filosofia marxista/ Link alla lezione

Dalla critica all’epistemologia dominante alla definizione dell’epistemologia marxista

Engels mira, innanzitutto, a contrapporre alla concezione epistemologica ispirata allo scientismo positivista – mediante cui Dühring intendeva revisionare teoricamente il socialismo – una concezione fondata sulla dialettica, che era alla base delle opere elaborate da lui e Marx. Engels, perciò, intende decostruire la concezione positivista di Dühring, per cui anche chi si occupa di scienze sociali, politiche o economiche, dovrebbe assumere l’attitudine di rigoroso distacco dal proprio oggetto di indagine caratteristica dello scienziato naturale – considerata come l’unica attitudine realmente scientifica, sulla base di un’accezione neutrale, antistorica e antisociale della scienza. Perciò Dühring, quale tipico esponente del positivismo, riteneva l’oggetto epistemico delle scienze sociali come dotato d’una realtà indipendente dal soggetto storico che lo indaga e che contribuisce a determinare con la propria azione. La realtà sarebbe una dato di fatto oggettivo e autonomo, non il prodotto storico del modo di rapportarvisi da parte del soggetto storico conoscitivo e agente. Perciò un positivista come Dühring considerava i risultati dell’indagine sociologica dotati di una verità sovrastorica.

La critica alla torre d’avorio in cui finisce per rinchiudersi lo scienziato

Al contrario Engels mostrava come tale ideologia fosse il prodotto storico e sociale di una civiltà che si è sviluppata attraverso la progressiva divisione del lavoro manuale da quello intellettuale. È, dunque, la crescente distanza dell’intellettuale dal mondo del lavoro manuale a dare l’impressione allo scienziato positivista che il suo operare e, quindi, la sua ricerca scientifica siano del tutto avulsi da ogni contesto storico e sociale e che la realtà, persino quella sociale, sia qualcosa di oggettivo e non di storicamente condizionata dall’interagire, in modo generalmente conflittuale, dei gruppi sociali che la compongono. In tal modo gli intellettuali, anche di stampo positivista come Dühring, hanno finito con l’illudersi di appartenere ad una “casta” in grado di porsi al di sopra delle controversie politico-sociali, in grado addirittura di accedere a una concezione assoluta della verità al di sopra di qualsiasi determinazione temporale. Il ruolo potenzialmente rivoluzionario dello studioso e dello scienziato – che in particolare si occupa dell’ambito sociale, politico ed economico – sarebbe ridotto a una sorta di vestale, dedita a salvaguardare la presunta purezza di una verità assolutizzata, al di fuori del tempo. In altri termini l’intellettuale rischia, inconsapevolmente, di riassumere la sua funzione conservatrice di sacerdote dedito al culto di una verità divina, in alcun modo condizionata dal contesto storico e sociale. In tal modo il positivismo non era in grado di distaccarsi sino in fondo dall’attitudine metafisica del passato che pur aveva inteso decostruire. L’epistemologia scientista, tipica del positivismo, per quanto apparentemente progressista – per la sua opposizione alle precedenti visioni del mondo mitologico-religiose – sarebbe in realtà una posizione volta, anche se prevalentemente in modo inconsapevole, a conservare eternizzandolo l’ordine costituito, in quanto tende a naturalizzare, con l’epistemologia dominante, anche l’assetto storico e sociale esistente. Così, ad esempio, nell’ottica positivista l’ordinamento economico dominante, non sarebbe il prodotto del conflitto sociale, che tenderebbe a mutare nel tempo, ma sarebbe l’unico realmente desiderabile, una volta che gli scienziati, prescindendo da ogni condizionamento sociale e specifico, ne abbiano individuato le leggi, che sarebbero dotate di una validità assoluta tali e quali le leggi della natura.

La definizione del marxismo come visione del mondo autonoma dalla dominante ideologia borghese

Al positivismo di Dühring, Engels contrappone il pensiero dialettico, autentico erede della rivoluzione scientifica, in quanto emancipa il sapere da ogni verità sovratemporale e metafisica. Al contrario di quanto immaginato dai positivisti, per Engels il conoscere è in costante trasformazione poiché muta storicamente insieme al proprio oggetto di indagine. In tal modo il sapere scientifico è in grado di recuperare la sua attitudine critica e in sé rivoluzionaria – che il positivismo mirava a considerare un residuo del passato – in quanto costantemente pone in questione la razionalità dell’esistente o meglio ne misura il grado di razionalità sulla base della sua adeguatezza a favorire lo sviluppo storico e, quindi, il soddisfacimento di un numero sempre più ampio di bisogni umani, per un numero sempre più vasto di individui o meglio di gruppi sociali. Al ritorno, per quanto inconsapevole, del positivismo al dualismo del pensiero metafisico classico, che contrapponeva una realtà oggettiva di per sé esistente allo scienziato che ne disvela le leggi, Engels oppone la superiore concezione dialettica di uno sviluppo parallelo, storicamente e socialmente determinato, secondo il quale con l’accrescersi del sapere si accresce anche la complessità del suo oggetto, che a sua volta, sulla base del materialismo storico e dialettico richiede un ulteriore sviluppo della sua conoscenza. Perciò, nella riproposizione da parte del positivismo di una concezione epistemologica dualistica di soggetto e oggetto, questi ultimi non sono altro che astrazioni dell’intelletto, le quali divengono reali solo nel rapporto dialettico che si stabilisce fra loro nella conoscenza e nell’azione sempre storicamente determinate. Il concetto di materialismo storico indica, dunque, con il secondo termine la storicità di ogni conoscenza, mentre il primo termine sottolinea l’oggettività di tale conoscenza, in quanto l’unica possibile e concreta, al di fuori del quale non vi è nulla di oggettivo, di reale ovvero di razionale, di vero. Perciò, dal punto di vista gnoseologico il marxismo è materialista, in quanto mira a una conoscenza concreta del proprio oggetto, e dialettico in quanto mostra la dimensione storica di ogni verità.

Il marxismo quale punto d’approdo della filosofia classica tedesca

Nel celebre opuscolo: Ludwig Feurbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca (1888) – Engels considera il marxismo non in contrapposizione, come pretendeva il positivista Dühring, ma quale compimento della moderna filosofia razionalista. Engels traccia una netta linea di demarcazione fra il socialismo premarxista, considerato utopista, rispetto all’elaborazione scientifica che ha avuto in seguito alla rottura epistemologica operata da Marx e da lui stesso. La stessa contrapposizione fra materialismo e idealismo è posta in discussione da Engels, che ritiene il materialismo storico il naturale erede della dialettica hegeliana, da lui intesa quale teoria della storicità del reale, secondo una concezione che sarà sviluppata da Lukács e Gramsci. A tale scopo Engels riassume i lineamenti fondamentali della concezione materialistica della storia, in cui individua il nucleo essenziale del marxismo quale punto di approdo della filosofia classica tedesca. Al centro di tale concezione si trova la relazione fra le strutture economiche e le sovrastrutture politiche, giuridiche, filosofiche e religiose, che dalle prime sono necessariamente condizionate. In virtù di tale decisiva “scoperta”, il marxismo offre l’opportunità di superare la trattazione ideologica dei diversi ambiti del sapere – filosofia, diritto, religione ecc. – che porta a considerare i concetti delle differenti discipline quali «entità indipendenti, che si sviluppano in modo autonomo e sono soggetti soltanto alle loro proprie leggi». Tale opera di demistificazione del marxismo, ha un valore non solo teorico, ma anche pratico, in quanto offre alle masse la possibilità di emanciparsi dal dominio di credenze religiose, morali e giuridiche ritenute erroneamente trascendenti le esigenze di un determinato modo di produzione. Questa concezione, inoltre, consente di emanciparsi anche da ogni visione idealistica dello Stato: “La concezione tradizionale, a cui indulge anche Hegel, vedeva nello Stato l’elemento determinante, nella società civile l’elemento da esso determinato. Ciò corrisponde alle apparenze. Come nell’uomo singolo tutti gli impulsi delle sue azioni devono, per portarlo ad agire, passare attraverso il suo cervello e trasformarsi in motivi determinanti della sua volontà, così tutti i bisogni della società civile, – qualunque sia la classe che è al potere, – devono passare attraverso la volontà dello Stato per ottenere validità generale sotto forma di leggi. Questo è il lato formale della cosa, che si comprende da sé; si tratta soltanto di sapere quale è il contenuto di questa volontà solamente formale, – tanto del singolo che dello Stato – e da che parte viene questo contenuto; perché si vuole precisamente questo e non altro. E se continuiamo la ricerca troviamo che nella storia moderna la volontà dello Stato è determinata in complesso dai bisogni mutevoli della società civile, dalla supremazia di questa o di quella classe, in ultima istanza dallo sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di scambio.”

Il contributo dato da Friedrich Engels alla elaborazione e sistematizzazione del marxismo dopo la morte di Marx

Nel decennio successivo al 1883, dopo la morte di Marx, Engels si dedica senza indugio alla cura, in funzione dell’edizione postuma, di diverse opere lasciate incompiute dal fraterno amico e compagno di lotte. L’acribia e il perfezionismo caratteristici di Marx, aveva fatto sì che de Il capitale – la grande opera sistematica progettata in diversi volumi per offrire una conoscenza di insieme del modo di produzione capitalistico – il Moro di Treviri era riuscito a portare a termine appena il primo volume. Proprio perciò Engels lavora instancabilmente alla redazione del Secondo e del Terzo libro, mentre la cura del Quarto viene affidata, in seguito, al suo principale collaboratore Karl Kautsky. Questo infaticabile lavoro di sistematizzazione, dell’opera sempre in fieri di Marx, non poteva che in parte tradirne lo spirito critico e rivoluzionario proprio del pensiero dialettico, ma non poteva che essere decisiva per la diffusione nel grande pubblico e, in particolare, nel proletariato di un pensiero sorto non a caso quale filosofia della prassi. Da questo punto di vista Engels, pur forzando necessariamente i testi non conclusi, per renderli fruibili, non tradisce affatto lo spirito di Marx. Tanto più che opera con la massima discrezione, visto che era stato proprio Engels a contrapporre nell’opera di Hegel il rivoluzionario metodo dialettico, al tendenzialmente conservatore spirito di sistema.

Grazie a questo lacerante compromesso cui si sottopone Engels – fra necessità di non fare del marxismo un sistema chiuso, dotandolo al contempo, per quanto possibile, di una strutturazione sistematica per favorirne al massimo la fruizione anche fra gli operai – negli ultimi decenni del XIX secolo il marxismo si diffonde rapidamente in Europa influenzando profondamente le organizzazioni dei lavoratori e un crescente numero di intellettuali. Anzi, grazie all’instancabile lavoro di Engels e del suo principale discepolo e continuatore Kautsky il marxismo riesce, dopo una lunga e complicata lotta sul piano delle sovrastrutture, ad affermarsi nel movimento socialista, relegando le teorie concorrenti all’ormai superato “socialismo utopista”. In tal modo Engels riesce a imporsi come principale punto di riferimento teorico della Seconda internazionale (1889-1914) che diviene così un decisivo strumento di divulgazione del marxismo a livello di massa.

Continua sul prossimo numero

29/07/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://espressostalinist.com/2013/11/16/friedrich-engels-on-morality/

Condividi

L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

APPUNTAMENTI

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: